Le origini di Tarquinia di A. Palmuci

CORNETO TARQUINIA, CORTONA E CORA

TARQUINIA CORNETO, CORTONA E CORA

 di

Alberto Palmucci

  

CAPITOLO NONO

 de

 LE ORIGINI DI TARQUINIA

 

Ristrutturato dai nn. 59 e 61 di

Atti e Memorie della

Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova 

  

LE PRESUNTE RAGIONI DI CORA E DI CORTONA

 

 

1. Fiume “Caeritis” e fiume “Caeretanus”

 Virgilio, come sappiamo, nell’Eneide, dice che  presso il fiume Caeritis c’era il lucus del dio Silvano e il campo di Tarconte. Qui, egli racconta, Enea giunge. E mentre l’eroe sta stringendo il patto di alleanza con Tarconte, il poeta specifica che l’eroe è arrivato fino a Corito.

Gli antichi esegeti virgiliani d’epoca romana specificarono che esistevano documenti scritti e tradizioni orali che localizzavano il campo di Tarconte sulla sommità pianeggiante di un colle. Il fiume poi, dicevano, era il Mignone che sfocia a nord di Centumcellae (oggi Civitavecchia); e la città di Corito era in questo contesto geografico. 

Durante tutto il medioevo, infatti, Corito fu identificata con Corneto (vedi cap. V, 2).

In epoca moderna, tuttavia si è voluto anche sostenere che la città di cui parlava Virgilio fosse stata Cortona. Questa si trova in provincia di Arezzo nell’Etruria interna settentrionale.

Per far questo bisognava in primo luogo negare che, per testimonianza degli antichi commenti all’Eneide d’epoca romana, come Elio Donato e Servio, la città di Corito, il luco di Silvano e il campo di Tarconte si trovassero presso il fiume Mignone. Così, senza spiegare dove fosse il presunto errore dei commentatori, si è ricorsi all’autorità di  Plinio il Vecchio. Questi però non era un commentatore dell’Eneide, ma un autore che si opponeva a Virgilio e seguiva tradizioni diverse da quelle utilizzate dal poeta.  

   Plinio, nel descrivere le coste l’Etruria marittima, elencò, da nord a sud, “Gravisca, Castro Nuovo, Pirgi, il fiume Ceretano (Caeretanus) e la stessa Cere, sette miglia nell’interno”[1].

  Giustamente, Leandro Alberti (1479 – 1543) distinse questo “fiume Caeretanus” di Plinio dal “fiume Caeritis” di Virgilio. Egli, nella sua Descrittione di tutta Italia, ricordò che Corito veniva identificata con Corneto, e spiegò che ai suoi tempi  il fiume Mignone  si chiamava anche “Cerito per uscire de i monti vicini a i Ceriti”. Passata poi Civitavecchia, diceva l’Alberti, poco prima di S. Severa (che è l’antica Pyrgi), “vedesi il fiume Eri entrare nel mare, che penso sia quel fiume da  Plinio nominato Caeretanus”.

Il fiume Eri, che poi è un fosso, oggi è detto Rio fiume per corruzione di Eri in Rio, ma nell’alto medioevo era chiamato Heriflumen e Gerflumen, nomi che certamente significano “fiume di Cere”. In epoca imperiale, questo corso d’acqua, segnava il confine della diocesi di Cere con quella di Centumcellae (oggi Civitavecchia); e, giustamente, agli inizi del sec. V, Rutilio Namaziano indicava a nord di Pirgi “il confine di Cere” sulla marina[2]. In antico, doveva esser più d’uno il fiume il cui nome veniva in qualche modo collegato a quello di  Cere.

Oggi si connette il Caeretanus di Plinio con il fosso Vaccina, che passa poco a sud di Cere, e si vuole che questo Vaccina sia lo stesso fiume  Caeritis menzionato da Virgilio nell’Eneide. A questo modo, il poeta non si sarebbe riferito al Mignone, come volevano i suoi commentatori d’epoca romana, bensì al Vaccina, e avrebbe posto a Cere il campo di Tarconte. Nella realtà delle cose, né il Vaccina né Rio Fiume hanno la posizione geografica indicata da Plinio.  Questi pose il suo fiume fra Pirgi e Cere. Il Vaccina, invece passa dopo Cere; e, a sua volta, Rio Fiume scorre prima di Pirgi (vedi fig. 21). Nessun documento, infine, ha mai chiamato Caeretanus, o qualcosa di simile, il fosso Vaccina. Il nome, semmai, potrebbe esser connesso a quello dell’antico Heriflumen e Gerflumen (fiume di Cere), che è l’odierno Eri fiume o Rio fiume. Fatte queste precisazioni, cerchiamo di vagliare la testimonianza di Plinio. 

 Egli, nella descrizione geografica dell’Etruria, non parlò mai della possibilità che una delle città etrusche, da lui esaustivamente elencate, potesse essere  identificata con la Corito virgiliana, patria di Dardano. Si dovrebbe ritenere che la cosa non lo avesse interessato. Però, quando poi passò ad elencare le città del Lazio, egli  disse:

 Gli abitanti di Cora  sono discendenti di Dardano troiano[3].

 Plinio, dunque, si opponeva a Virgilio. Il poeta aveva affermato che Dardano era nato a Corito, in Etruria, e che Cora era stata fondata molto dopo la venuta d’Enea in Italia[4]. Nasce, allora, il ragionevole sospetto che Plinio abbia taciuto le connessioni di Dardano con la città di Corito, in Etruria, per focalizzare l’attenzione del lettore su quelle di Dardano con Cora, nel Lazio vetus, come se non la virgiliana etrusca città di Corito, ma la latina Cora fosse la detentrice dell’autentica tradizione dardanica.  Noi non vogliamo negare che anche Cora possa aver avuto tradizioni dardaniche, né vogliamo contestare che, in antico, ci fosse stato un fosso che, per il fatto di passare nel territorio di Cere, potesse esser stato chiamato o definito Caeretanus; ma vogliamo far presente che Plinio non era un interprete di Virgilio, bensì un suo oppositore, e che utilizzava tradizioni diverse da quelle seguite dal poeta nell’Eneide. Non è quindi opportuno interpretare Virgilio attraverso Plinio; e, infatti, gli antichi specialisti virgiliani  di epoca romana non lo fecero mai. Vibio Sequestre poi (IV-V sec.), il quale, come abbiamo visto (vedi cap. V, 7 nota 52), scrisse un dizionario scolastico dei fiumi più noti  ispirandosi alle opere di vari autori fra cui Virgilio, Lucano, Silio Italico e Ovidio, non menzionò nessun fiume Caeretanus, anzi elencò soltanto il Mignone fra tutti i fiumi d’Etruria, significando con ciò che quello era l’unico corso d’acqua che come tale esauriva non solo le reminiscenze virgiliane, ma anche il quadro mitico che si potesse offrire agli studenti in fatto di fiumi etruschi.

Che Virgilio si sia  riferito al Mignone, e non al fosso Vaccina, si evince pure dai rapporti spazio-temporali indicati nell’Eneide.Il poeta non descrive il viaggio di Enea via terra dal Palatino di Roma in Etruria, e non ne indica la durata; ma i dettagli del viaggio di ritorno via mare dall’Etruria alla foce del Tevere colmano ampiamente la lacuna. Questo viaggio che Enea compie insieme a Tarconte era iniziato prima del tramonto se Virgilio dice che a mezzanotte  essi hanno compiuto metà del tragitto[5], e termina alla foce del Tevere quando “il giorno ritornato prorompeva con la sua luce ormai matura”[6]. Il tempo impiegato è ragionevolmente proporzionato alla distanza delle circa 35 miglia marine che separano la foce del Mignone da quella del Tevere. Il tempo sarebbe, invece, sproporzionatamente lungo per coprire le circa 12 miglia marine che separano la foce del fosso Vaccina, presso Cerveteri, da quella del Tevere, tanto più che nel viaggio descritto da Virgilio non si verificano circostanze avverse. Il vento non è contrario; anzi, a metà percorso, la ninfa Cimodocea emerge dalle onde e dice ad Enea: “Veglia e allenta le funi alle vele [...]; poi con la destra spinge l’alta poppa della nave che fugge sulle onde più veloce di un dardo e d’una saetta che uguaglia i venti”[7]

 2. Mantova e non Bologna

 Virgilio racconta che Enea e Tarconte, dopo aver concluso il patto di alleanza, s’imbarcano insieme, di sera, evidentemente da Rasino (cod. Rapino), ch’era lo scalo marittimo posto alla foce del Mignone, e pervengono, in pieno mattino, alla foce del Tevere.

 Questo viaggio ripete la leggenda previrgiliana secondo la quale  Enea, sbarcato in Etruria alla foce del Linceo (il Mignone), si univa a Tarconte, Tirreno e Ulisse,  poi scendeva a colonizzare il Lazio vetus (vedi cap. …).

 Nella descrizione del viaggio via mare, Virgilio coglie l’occasione per esporre il catalogo dei popoli che componevano l’esercito di Tarconte. Fra i contingenti etruschi elenca Chiusi, Cosa, Pisa, Vetulonia, e finisce con

quelli che abitano a Cere, che sono nei campi del Mignone, e Pirgi antica e la intempestae Gravisca[8].  

  Poi, dopo aver incluso un contingente di Liguri, il poeta fa chiudere la rassegna ad un esercito proveniente da Mantova ch’era la città dov’egli era nato:

 Segue Ocno che conduce un esercito dalle rive paterne. Ocno, figlio della indovina Manto e del fiume etrusco. Ocno che ti diede le mura, o Mantova, ed il nome di sua madre[9].

                                         

 A proposito di questa inclusione di Mantova, città natale di Virgilio, nell’elenco dei contingenti militari che avevano composto l’esercito federale di Tarconte, abbiamo una  sconcertante posizione assunta da Silio Italico dopo un secolo dalla pubblicazione dell’Eneide quando le città etrusche ed etrusco-padane escluse dal catalogo rivendicavano di doverci rientrare.

 Silio scrisse un poema sul Le guerre puniche, dove, ad imitazione di Virgilio, passò in rassegna i vari reparti dell’esercito italico che, a suo avviso,  era andato in aiuto di Scipione contro Annibale; e, tra questi incluse le genti padane di Piacenza, Modena, Cremona, “Mantova dimora delle muse”, Verona e Piacenza.

E mandarono i loro figli, continua Silio, Vercelli e Pollenzia, ricca di pecore nere, e l’antica città di Ocno, un tempo alleata dei Troiani nelle guerre Laurentine, Bologna vicina al piccolo Reno[10].

 Paola Venini osserva che, in analogia con L’Eneide, dove Ocno figura come fondatore di Mantova fra gli alleati etruschi dei Troiani, si potrebbe esser portati ad identificare con Mantova “l’antica città di Ocno”, di cui parla Silio. Ma a tale identificazione, dice la Venini, osta irrimediabilmente il fatto che la città è già comparsa nell’elenco fra Cremona e Verona (vv. 592-93). Ora, poiché secondo una tradizione diversa da quella seguita da Virgilio si diceva che Ocno fondò Felsina (Bologna), ed in subordine permise ai suoi soldati la munitio di alcuni castelli, fra cui Mantova[11], la Venini conclude giustamente che la “antica città di Ocno”, di cui parla Silio, sarà allora Bologna, sulla quale pertanto verrà a gravitare anche la notizia  di essere stata “un tempo alleata dei Troiani nelle guerre Laureatine”. La Venini conclude:

Ravvisando in Bononia, invece che in Mantova, la fondazione principale di Ocno e l’alleata di Enea, Silio si contrappone a Virgilio, e questa contrapposizione in un “virgiliano” ha certo un particolare sapore[12].

 Come si vede, Silio Italico, pur essendo un virgiliano, si contrapponeva a Virgilio tanto da  pretendere di cambiare il racconto dell’Eneide e sostituire proprio Mantova, patria del poeta, con Bologna fra le città che avrebbero inviato soldati a Tarconte nella guerra in favore del troiano Enea. Silio, dunque, non può esser  considerato un punto fermo per interpretare le intenzioni che Virgilio ebbe nell’Eneide, come oggi invece si fa a proposito della virgiliana città di Corito. Vediamo.

 

3. Corito (presso il fiume Mignone) e non Cortona (presso Arezzo)

 Silio narra che Annibale, varcate le Alpi, arrivò in Etruria e saccheggiò il territorio attorno ad Arezzo dove era accampato il console romano Flaminio. Questi, poiché Corvino lo consigliava di  attaccare Annibale, gli rispose infuriato:

 Vuoi tu, Corvino, che il console se ne stia inerte, chiuso nelle trincee? Il Fenicio ora occupi le alte mura di Arezzo, ora distrugga la rocca di Corito? Da qui si rivolga alla zona di Chiusi? Infine, illeso, si diriga alle mura di Roma?[13].

   Evidentemente, Silio, così come prima di lui aveva fatto Plinio con la cittadina laziale di Cora, non segue le indicazioni geografiche date da Virgilio nell’Eneide, ma gli si contrappone; e, come egli stesso in precedenza aveva attribuito a Bologna le qualità che Virgilio aveva conferito a Mantova, ora attribuisce a Cortona le qualità che Virgilio aveva conferito a Corito. Egli non ha le carte in regola per essere preso come punto fermo per  interpretare l’Eneide; anzi, non è credibile. Virgilio aveva detto che Ocno aveva fondato Mantova, e che da questa città aveva condotto un esercito in soccorso di Enea; Silio invece disse che Ocno aveva fondato Bologna, e che da quest’ultima città era andato con l’esercito a soccorrere Enea in quella guerra narrata da Virgilio nell’Eneide. Egli poteva disporre di fonti diverse. Silo era un poeta, e come tale era libero di seguire o inventare  “tradizioni!” diverse da quelle utilizzate da Virgilio, ma noi non siamo liberi di applicarle all’interpretazione dell’Eneide.

E’ verosimile che dopo la morte di Virgilio, molte delle città etrusche ed etrusco-padane escluse dall’onore d’aver fatto parte dell’esercito etrusco  che Tarconte aveva portato in soccorso dei Troiani, abbiano rivendicato quell’onore. Bologna pretese di sostituirsi a Mantova perché si diceva che Ocno avesse fondato entrambe le città; Cortona  pretese di sostituirsi a  Corito per la somiglianza dei nomi. Ambedue le sostituzioni erano però in evidente contrasto con le intenzioni di Virgilio e con il contesto mitostorico dell’Eneide[14].

 

4. L’ abuso di Annibal Caro

 Eppure, nelle traduzioni dell’Eneide, si è giunti perfino a cambiare il testo. Mentre Enea è presso il fiume Caeritis (Mignone) e sta stringendo il patto con Tarconte, Virgilio dice che l’eroe “è giunto fino alla lontana città di Corito” (vedi cap. V, 8 con nota nr.3). Annibal Caro però, nel XVI secolo, ha voluto sostituire “Corito” con “Etruria”, ed ha tradotto in Italiano il passo in questo modo: “Enea è giunto fino alle estreme città dell’Etruria”. Pedissequi traduttori e commentatori vecchi e nuovi lo hanno seguito sì che al lettore è stata tolta  la possibilità di sapere che Virgilio indicava la città di Corito, il luco Silvano e il campo di Tarconte presso il fiume Caeritis (Mignone).

 

[1] Plinio, Storia naturale, III, 5.

[2] Rutilio Namaziano, De reditu suo, 223-225: “Alsia prelegitur tellus, Pyrgique recedunt, / Nuc villae grandes, oppida parva prius. / Iam caeretanos demonstrat nauta fines”.

[3] Plinio il Vecchio, Storia naturale, III, 9: “Corani a Dardano Troiano orti”.

[4] Verg. Aen. , VI, 775.

[5] Verg. Aen. , X, 215-219.

[6] Verg. Aen. , X, 256.

[7] Verg. Aen., X, 229.

[8] Verg, op. cit., X, 198-203.

[9] Verg., op. cit., X, 198-203. In nota a questo passo Elio Donato (III-IV sec.) scrisse: “Di questo Ocno, poi, altri tramandano che era fratello di Auleste, fondatore di Perugia, e che per non aver contrasti con il fratello, fondò, nel territorio gallico, Felsina che ora è detta Bononia (Bologna). Permise anche al suo esercito la munitio di castelli, fra cui Mantova. Altri dicono che la città fu fondata da Tarconte fratello di Tirreno (si tratta quindi del figlio di Telefo, fondatore di Tarquinii), e che fu chiamata Mantova perché, in lingua etrusca, Padre Dite è chiamato Manto, al quale egli, insieme alle altre città, consacrò anche questa” (Servio Dan., ad Verg.Aen. X,198).  Possediamo anche il commento dell’ignoto autore dei cosiddetti Scholia Veronensia all’ Eneide.  Costui, fra le righe del testo, scrisse quanto segue: “ (Verrio) Flacco (I sec. d.C.), nel primo libro de Gli Etruschi disse: Tarconte, passato l’Appennino, fondò Mantova. Ugualmente (Aulo) Cecina (scrittore etrusco del I sec.a.C.) [...] disse: Tarconte, dopo aver attraversato l’Appennino con l’esercito, dapprima fondò la città che allora chiamò Mantova, e il nome deriva da quello che ha Padre Dite nella lingua etrusca [...]. Lì ordinò il calendario, e parimenti consacrò il luogo dove fondare dodici città. Virgilio dice: Mantova è ricca di antenati; ma non tutti sono della stessa stirpe. Ci sono tre genti, ognuna divisa in quattro popoli. Infatti, fra la gente etrusca è palesemente noto che Mantova e le altre undici città furono fondate da Tarconte. Però la descrizione  di cui si parla si riferisce dell’Etruria antica. Ma egli mescola le due Etrurie, l’antica e la posteriore, per attribuire alla propria Etruria l’organizzazione che avevano entrambe, altrimenti Mantova non apparterrebbe a questi aiuti”( Scholia Veronensia, ad Verg. Aen. X, 200). 

[10]Silio Italico, Le puniche, VIII, 588-601: “et quondam Teucris comes in Laurentia bella Ocni prisca domus parvique Bononia Rheni”.

[11] Vedi nota 2.

[12] P. Venini, La visione dell’Italia nel catalogo di Silio Italico, “MIL”, 36 (1977-78), p. 194; vedi S. Mazzarino, Intorno alla tradizione su Felsina princeps Etruriae, in Studi sulla città antica. Atti del Convegno di Studi sulla città etrusca e italica preromana, Bologna, 1970, p. 217 sgg.

[13] Silio Italico, Le puniche, V, 121-125.

[14] Harrison (“The Classical Quaterly”, 36, 1976, p. 295)  ritiene che Corito sia Cortona nell’Etruria settentrionale interna, e che Enea si  trovi presso il fosso Vaccina a sud di Cere. Così Iride avrebbe ingannato Turno al fine di rassicurarlo ed indurlo ad attaccare il campo troiano durante la lunga assenza di Enea. Ma il contesto dell’Eneide non autorizza a ritenere che Corito fosse molto più lontana dei luoghi dove Enea si era recato, né che Iride mentisse. Turno, questo duce dell’esercito italico sarebbe stato, secondo Harrison, così poco coraggioso che Iride avesse dovuto non solo incitarlo, ma fargli credere che Enea fosse molto più lontano di quanto fosse. Però Virgilio proprio in questa occasione qualifica Turno come “audace”. Inoltre, quando più tardi avverrà il concilio degli dèi, Venere si lamenterà, dinanzi a Giove e a tutti gli dèi, sia del fatto che Turno, istigato da Iride, stia in quel momento assalendo i Troiani alla foce del Tevere, mentre “Enea, ignaro, è assente”, sia del fatto che “Iride sia stata inviata  giù dalle nubi” da Giunone per informare Turno dell’assenza di Enea. Tuttavia, non le rinfaccerà di aver mentito, bensì di aver fatto a Turno una delazione. Né Giunone, nel risponderle, dinanzi a Giove e a tutti gli Dei, avrà motivo di doversi discolpare di qualche menzogna. Anzi, ella sosterrà: “Che c’entra qui Giunone o Iride inviata giù dalle nubi? E’ cosa nefanda che abbiamo aiutato in qualche modo i Rutuli?”(X, 25-85). In effetti, Giunone non aveva interesse ad ingannare Turno che era un suo protetto, ma voleva opportunamente avvisarlo che Enea  era andato fino alla lontana città di Corito a chiedere rinforzi agli Etruschi. In più ella voleva giustamente incitarlo ad attaccare il campo troiano prima che Enea tornasse con i rinforzi. Ella usava un linguaggio che, per rassicurare Turno,  enfatizzava  la distanza di Corito e minimizzava il valore degli Etruschi, ma questo non vuol dire che ella mentisse e che  potesse ritenere  Turno tanto infantile da recepire che realmente l’esercito della Lega Etrusca consistesse in una banda di contadini riuniti ai quali Enea doveva  fornire anche le armi.

 Harrison crede, infine, che Turno ed i suoi sarebbero stati convinti, per le parole di Iride, che il ritorno di Enea sarebbe avvenuto via terra da Cortona attraverso le regioni settentrionali dell’Etruria interna, tanto che poi il vero arrivo di Enea, avvenuto dal mare, avrebbe colto Turno di sorpresa. Virgilio, poi, avrebbe narrato la scena in ordine a questo effetto. Ma rileggiamo  la scena come Virgilio la descrive. Il poeta narra che “quando poi Enea con la sinistra levò in alto lo scudo fiammeggiante, un grido lanciano alle stelle i Dardani dalle mura, una speranza nuova ridesta il loro ardore, ed essi scagliano dardi, come sotto le cupe nuvole le strimonie gru levano gridi di richiamo e con strepiti fendono l’aria e fuggono i venti con lieto clamore. Ma al re rutulo, Turno, e ai condottieri ausoni quel fatto appare inspiegabile (cioè l’entusiasmo dei Troiani che erano dentro le mura) finché non vedono le navi volte al lido e tutto il mare riversarsi a terra con le navi”(X,260, sgg.). Turno è stupito dalla gioia dei Troiani che sono dentro le trincee. Viceversa, è proprio la vista delle navi etrusche che lo fa subito recedere dallo stupore. Pare addirittura che Turno si sia aspettato questo arrivo dal mare fosse, e che il messaggio di Iride non avesse contenuto bugie, ma fosse stato un incitamento, una delazione ed un avvertimento. D’altronde, è normale che Virgilio faccia compiere ad Enea un reale viaggio a Corito; anzi, è significativo che , nelle parole di Iride, il  viaggio  di Enea al Palatino (il luogo della futura Roma) ed il ritorno a Corito siano stati riuniti in medesimo contesto: “Enea si dirige alla sede regale del palatino Evandro; né basta è penetrato fino alla estrema città di Corito”. Così Enea da un lato compie un ideale viaggio nel futuro, giungendo fino al Pallanteo, dove verrà edificata Roma, e dall’altro col ritorno a Corito compie a ritroso il viaggio di Dardano.

STRADE ETRUSCHE DI TARQUINIA CORNETO

 

IL SISTEMA STRADALE  ETRUSCO ROMANO CENTRATO SU CORNETO TARQUINIA

 di

 Alberto Palmucci

  

CAPITOLO  UNDICESIMO

 de

 LE ORIGINI DI TARQUINIA CORNETO

 

Ripreso e aggiornato da “Bollettino S.T.A.S” 2000

 

IL SISTEMA STRADALE ETRUSCO CENTRATO SU TARQUINIA CORNETO

 

 

La via Aurelia vetus (n.1)

 Secondo la tradizione romana, quando Lucumone, figlio di Demarato Corinto, si recò da Tarquinia a Roma, dove fu fatto re, passò attraverso il Gianicolo (Ianiculum). In proposito, Dionigi di Alicarnasso (I sec. a.C.) spiegava che il Gianicolo è quel colle “da dove Roma comincia ad offrirsi alla vista di chi proviene dall’Etruria”. Da Verrio Flacco (fine I sec. a.C.) sappiamo, inoltre, che gli antichi Romani ritenevano che la collina avesse acquisito questo nome perché era la porta (ianua) di transito sulla strada di chi dall’Etruria si fosse recato a Roma, e viceversa[1]. Sul luogo, secondo una tradizione, Romo, figlio di Enea, avrebbe fondato una città di nome Eneia[2]. Un’altra città di tal nome sarebbe esistita in Etruria[3], ed un’altra in Tracia, fondata da Enea[4].

 Il colle del Gianicolo si trova oltre la sponda destra del Tevere, ed era attraversato da un’antica strada che, proveniente da Tarquinia, conduceva al Ponte Sublicio dinanzi al Palatino di Roma. E’ quella stessa che Enea, nell’immaginario poetico di Virgilio, percorse inversamente quando dal Palatino di Roma si recò a Corito (oggi Tarquinia), per  chiedere aiuto a Tarconte contro i Latini[5].

L’Itinerario di Antonino, di epoca imperiale, descrive infatti un percorso che da Tarquinii passava per Acquae Apollinaris (oggi Bagni di Stigliano) e Careias (quest’ultima sulla Via Clodia), e da qui andava a Roma. La strada è ripetuta sia nell’Itinerario dell’Anonimo Ravennate che in quello di Guido[6]. Arturo Solari la chiamò “Via Tarquiniese[7].

 Pure nella Tabula Peutingeriana, carta geografica di epoca imperiale, si vede una strada che da Tarquinii conduce ad Aquae Apollinaris; ma, diversamente dagli itinerari sopra citati, essa raggiunge Roma attraverso Bebiana (quest’ultima sulla Via Aurelia).  Il Solari l’ha chiamata “Via Tarquiniese”  come la precedente. C’è pure chi pensa alla via Cornelia; ma si tratta della Aurelia vetus, costruita da un console romano Auurelio, forse nel II sec. a.C., sul percorso di due preesistenti strade etrusche che partivano dal colle di Corneto: una che andava fino a Roma, l’altra che portava a Vulci.  Nel centro della antica città di Vulci è stato trovato infatti un cippo stradale recante il nome del console Aurelio, e la distanza di 82 miglia da “Ruma”. Tutto il percorso è in parte ancora rintracciabile. Per quello che andava da Corneto a Vulci, vedi par. 11.

Di quello, poi, che da Tarquinii conduceva a Bagni di Stigliano esistono qua e là i resti archeologici. Sul colle di Cornetus (parallelo a quello della Civita, sede dell’antica Tarquinii) è, infatti, ricostruibile il percorso di una vecchia strada (la n.1 della nostra carta) che dalla Porta Maddalena delle mura medioevali della città[8] saliva verso la zona degli antichi cimiteri etruschi (vedi fig. …). Passava sotto il Calvario tra la Tomba dei Demoni Azzurri e i sepolcri ellenistici del Fondo Scataglini, attraversando i quattro chilometri della necropoli con un tracciato pressoché diretto fino ai Secondi Archi. Si caratterizza come etrusca almeno nel lungo tratto in cui le tombe continuamente la costeggiano; ma già in epoca villanoviana, una strada doveva collegare i villaggi e le necropoli di Cornetus  con quelli del Calvario e delle Arcatelle. Dai Secondi Archi la via piega e scende, attraverso le trincee dei Cavoni, verso la Fontana di Casalta nella tenuta Pisciarello; sorpassa il  fosso Ranchese, oltre il quale il Pasqui vide “dei tratti selciati e limitati da crepidini di tufo”; risale poi l’altipiano di Monte Riccio, e ridiscende  fino al fiume Mignone costeggiandolo lungo il Piano dei Marsi dove il Pasqui rinvenne avanzi di basolato. Qui, i contadini riferiscono di  doverne ancora rimuovere durante le arature. La strada superava il fiume all’altezza del ponte di Bernascone[9]. Accanto a questo, fino a pochi anni or sono, rimanevano gli avanzi di tre arcate di ponte di epoca romana[10].

  Da qui la strada saliva dapprima verso i Monti di Tolfa. Se ne trovano tratti basolati presso il fosso Melletra, e sotto Monte S. Angelo[11]. In località Calepine e Le Mattonelle, si vedono ancora circa 250 metri di una conservatissima selciata romana in pietra calcare locale[12].

Sorpassata l’odierna cittadina di Tolfa, la via discendeva poi, forse lungo il percorso ricalcato da una strada medioevale, fino a Stigliano (Aquae Apollinaris), dove pure rimangono avanzi romani in selce basaltica[13]. Qui la strada si biforcava. Un braccio raggiungeva  Careias sulla Via Clodia, e un altro Bebiana sulla Via Aurelia nova.

Ma i Romani iniziarono la costruzione della Clodia e soprattutto dell’Aurelia nova  in epoca posteriore a quella in cui fecero l’Aurelia vetus ripercorrendo in senso inverso la strada etrusca che da Vulci e Cornetum (parallelo a Tarqunii), raggiungeva Roma e la valle del Tevere. Così in origine non dovettero essere le due vie provenienti dal colle cornetano ad entrare rispettivamente nei tratti iniziali della Clodia e dell’Aurelia nova, ma piuttosto i tratti iniziali di quest’ultime a ripercorrere i segmenti finali delle due precedenti strade etrusche. Queste dovettero essere, fin dall’inizio, le vie terrestri di penetrazione dei Tarquinienses che si recavano a Roma e nel Lazio; e da qui nelle regioni meridionali della penisola. Potrebbe non essere occasionale che a Roma, ancora nel 1366, un luogo fuori Porta Turrionis (oggi Porta Cavalleggeri) donde usciva la Via Aurelia, era chiamato Terquinio[14] che è la forma medioevale del nome di Tarquinii[15].

 La via per Rio Fiume (n. 2)

 Poco dopo il ponte di Bernascone, nel punto in cui l’arteria principale incontra il fosso Melletra, si staccava una strada una strada, ancora in parte percorribile. A tutt’oggi sale sino ad Allumiere, attraversa la zona mineraria della Tolfaccia, e ridiscende in più rami, a pioggia, sulla attuale via Aurelia (antica Aurelia nova) fino al Km. 57,3, presso la foce di Rio Fiume[16] (l’antico Heri Flumen o Gerflumen = fiume di Cere) ai limiti del territorio[17]. Il Pasqui vide “numerosi avanzi di selciato lungo il fosso della Melletra fin sopra alle Allumiere”[18].

 Dalla Tolfaccia scendeva, a sua volta, un’altra strada che conduceva alla Castellina del Marangone. 

 La via per Aquae Tauri e Castrum Novum (n. 3)

  Dal ponte di Bernascone partiva poi un’altra via riportata dalla Tabula Peutingeriana. Essa aggirava a mezza costa i versante sud-occidentale dei Monti di Tolfa.  Appartengono a questa strada la tagliata del Poggio dell’Aretta, e alcuni basoli che il Pasqui, alla fine dell’800, vide inseriti nelle vecchie mura di Cencelle e in quelle dell’omonino casale, nonché lungo il sentiero che traversava il Piano dell’Asco[19]. Nella stessa località Aretta, il Bastianelli riferì del rinvenimento di alcuni blocchi di crepidine di una strada romana[20]. Dopo dodici miglia, la via giungeva ad Aquae Tauri (presso  Civitavecchia), e dopo altre e sette, raggiungeva la Castellina del Marangone e Castrum Novum (vedi fig. …)[21]. Aquae Tauri era poi collegata anche col mare dell’odierno borgo Odescalchi di Civitavecchia[22], dove doveva avere uno scalo sia pur modesto. 

Una strada che dal Ponte di Bernascone conduceva sotto Aquae Tauri e a Civitavecchia è ancora visibile nelle mappe dei secoli scorsi[23].

Durante il Medio Evo, e fors’anche in epoca etrusco romana, un diveriticolo dell’antica strada per Aquae Tauri (oggi ripercorso dalla provinciale Civitavecchia-Tolfa), dovette collegare Cornetum  con  Castrum Ferrariae[24] per lo sfruttamento delle vene di ferro esistenti nel territorio. Il minerale grezzo veniva poi esportato dai Cornetani attraverso il loro porto (l’antica Gravisca) come si evince dal trattato commerciale stipulato con Pisa nel 1173[25]. Lo sfruttamento delle vene di ferro esistenti nella zona dei Monti di Tolfa, operato da Cornetus durante il Medioevo, era la naturale continuazione di quello già operato dai Tarquinienses in epoca etrusca[26].

Il tratto da Aquae Tauri alla Castellina del Marangone è tuttora percorribile. Passa per le Colline dell’Argento e Monte Paradiso per  discendere poi lungo la sponda destra del torrente Marangone  fino all’omonima torre[27].

 La via dell’acquetta (n.4)

 Un’altra via conduceva al Ponte di Bernascone partendo dal nodo stradale di villa Falgari ai piedi del versante marino del colle di Cornetus (km. 91 della vecchia Aurelia). Si tratta della attuale via dell’Acquetta. Il suo tratto iniziale risale all’età del ferro perché costeggia le due necropoli protoetrusche di villa Falgari e dell’Acqueta. Nel suo nascere, incrocia la strada romana che veniva dal porto di Gravisca, poi si dirige verso il Fosso Ranchese, lo oltrepassa alla Pietrara, e raggiunge il Mignone nei pressi di Casale Rina. Secondo Stefano del Lungo, quest’ultimo tratto corrisponde alla “via pubblica quae pergit ad vadum Ripae Albae”, menzionata in un documento farfense dell’anno 939[28]. Dai pressi di Casale Rina, la via si dirama in due direzioni. Una raggiunge il Ponte di Bernascone. Un’altra sorpassava qui il Mignone, sul luogo dell’antico “vadum Ripae Albae”, per biforcarsi ancora in altre due rami. Uno va a collegarsi alla strada che va sui Monti. L’altro si dirige verso Pian d’Organi andando a congiungersi  con la strada per Aquae Tauri. In epoca etrusco-romana e medioevale, la Via dell’Acquetta era parte del percorso che univa il porto di Gravisca alla zona mineraria dei vicini monti tarquiniesi (Monti di Tolfa)[29].

 La via per Rapino (n. 5)

  Dai piedi del colle di Cornetus partivano altre e due strade che s’immettevano sulla Via Aurelia Romana: quella per il porto di Rapino, e la “Consolare” per Alga. La prima, ancora lungamente percorribile, partiva dal km. 90 della vecchia Aurelia, e raggiungeva l’Aurelia Romana in località Carcarello. Da qui proseguiva verosimilmente per la foce del Mignone dov’era il porto di Rapino (etr. *Rasino?).

Fino a qualche anno fa erano visibili avanzi di basolato presso il casale posto a Km. 3,8 dal bivio della Strada del Lupo. Le selci sono ora scomparse perchè rimosse o ricoperte di asfalto[30].

 La “Consolare” Cornetus-Algae (n. 6)

 La via Consolare partiva dalle mura medioevali di Cornetus e ripeteva grossomodo il percorso dell’attuale Via Aurelia fino alla Mattonara (l’antica Algae) di Civitavecchia (l’antica Centumcellae). In un documento dell’807 d.C., un tratto molto vicino a Cornetus (dal km. 85 al km. 87) è nominato come via publica, termine spesso tipico delle strade consolari romane rimaste in uso nel Medioevo[31]. Un altro tratto, passante ai piedi del colle di Corneto, sotto la città (tra il km. 92 della vecchia Aurelia e il ponte del Marta), è menzionato con il nome di Silicata in un documento dell’XI sec.[32]. Silicata, ovvero Selciata, era la denominazione spesso data, nel Medioevo, alle antiche strade selciate di epoca romana. Stefano Del Lungo ritiene che si tratti della Aurelia Vetus[33]. Ancora agli inizi del XVIII sec., la strada conservava il nome di Selciata fino al ponte sul Marta[34] forse perché se ne vedevano ancora gli antichi basolati.

 Nella carta di Filippo Ameti del 1696, la strada partiva da Corneto, attraversava la parte inferiore degli Uliveti, sorpassava a destra il Taccone di Sacchetti, superava il fosso Ranchese, il fiume Mignone e il fosso Meletta,  attraversava il Sugareto, passava in mezzo tra la Fornace di mattoni e la Torre di Orlando, e confluiva sulla via Aurelia Antica al vecchio Ponte del Diavolo sul fosso Fiumaretta vicino Civitavecchia[35].  Nei carteggi riguardanti una sua restaurazione avvenuta, senza variazioni di percorso, nel 1752, è chiamata “Consolare”[36], nome che era dato alle antiche strade nazionali romane. Erroneamente il Dasti, e dietro lui acriticamente F. Melis, F. R. Serra e, da ultimo, M. Harari anno creduto che la strada fosse stata costruita di bel nuovo nel 1752 con un percorso diverso dalla precedente[37]. Divenuta inagibile per cattivo stato di manutenzione nei primi decenni del XIX sec.[38], fu restaurata una seconda volta, senza sostanziali variazioni, fra il 1837 e il 1853[39], e denominata Aurelia.  P. Manzi e V. Annovazzi  spacciarono la via come nuova[40], sicché ancora acriticamente F. Melis e F. R. Serra, e da ultimo M. Harari, hanno creduto che si trattasse di una nuova strada e che avesse un percorso diverso dalle precedenti. Harari è arrivato addirittura a confondere la  “Consolare” Cornetus-Civitavecchia del 1752 con la Via dell’Acquetta. Viceversa, il Kiepert ritenne che si trattasse della antica via Aurelia romana[41]; e ci fu  pure chi la denominò Aurelia Etrusca[42]. Nel 1962, Erik Wetter la  classificò fra le antiche strade etrusco-romane[43]. Recentemente, Stefano del Lungo la ha identificata con la romana Aurelia Vetus o comunque con un precedente percorso romano[44].

  Oggi si trova compresa nella moderna Via Aurelia nazionale. La romana Aurelia Nova passava, invece, più vicina al mare, grossomodo dove oggi corre la Strada Litoranea di Bonifica; ma  già in epoca imperiale dovette venir lastricato il doppione che da Algae si dirigeva al colle di Cornetus per poi ridiscendere sull’Aurelia Nova all’altezza di Forum Aurelii (oggi Montalto di Castro). E’ in sostanza il percorso della moderna Via Aurelia[45]. Se si guarda la Tabula Peutingeriana, ci si accorge, infatti, che,  in epoca imperiale, colui che, venendo da Roma lungo la marina, avesse voluto recarsi sul colle di Cornetus o a quello di Tarquinii, avrebbe trovato che, a Centumcellae, la romana Aurelia Nova s’interrompeva, evidentemente per le paludi e la malaria che appestavano la costa.

Il disfacimento del paesaggio romano, iniziato già nel basso impero, e la conseguente impraticabilità delle strade sulla fascia costiera tarquiniese, dovette naturalmente riattivare nel Medio Evo il sistema viario interno di probabile origine etrusca, e porre le premesse della sua continuità di utilizzo fino ai nostri giorni. E’ questo il motivo dell’enorme interesse dei documenti cartografici secenteschi, settecenteschi ed anche ottocenteschi. Essi, fissando le strutture viarie ricalcate sul paesaggio medioevale prima dello sconvolgimento operato dalle ruspe del nostro tempo, permettono di  enucleare percorsi all’apparenza estranei alla viabilità romana, ma talvolta di origine etrusca.

***

Ad ovest di Cornetum, sul proseguimento ideale dell’antica strada che percorreva il colle omonimo nella sua lunghezza, troviamo il ponte romano sul fiume Marta. Da qui, in epoca medievale partivano varie strade che ripetevano verosimilmente antichi percorsi etrusco-romani.

 La Via di Montalto (n. 7)

 E’ l’attuale Via Aurelia, e corrisponde all’antica “Consolare” che da Algae, presso Centumcellae (Civitavecchia) conduceva dapprima fin sotto il colle di Cornetus,  poi si dirigeva ad ovest, fino al Km. della attuale via Aurelia. Da qui un ramo piegava a sinistra verso Regisvilla, sul mare, e un altro proseguiva diritto per Forum Aurelii (Montalto).

 La Via delle Grottelle (n. 8)

 Conduce ancora al pagus etrusco delle Grottellle, lungo il fiume Marta, e all’antico porto di Maltano sul mare. 

 La Via di Quintiniano/Quintiano (n. 9)

  In un documento farfense del XII sec. si parla di una “Via de Quintiniano” che partiva dalla ripa delle mura medioevali di Corneto[46]. Probabilmente il copista del documento scrisse Quintiniano invece di Quintiano.  Quest’ultimo è il nome di una località marina etrusco-romana che l’antico Itinerarium Maritimum poneva sulla Via Aurelia Nova a nord di Gravisca; la località prese poi il nome di Cazzanello[47]. Inversamente, potrebbe darsi che il copista dell’Itinerarium abbia scritto Quintiano in luogo di Quintiniano. In ogni caso, potremmo trovarci davanti alla sopravvivenza del nome di un’antica strada romana che, partendo dai dirupi nordoccidentali di Cornetus,  conduceva sul luogo attraverso il ponte romano del Marta. Si tratta della strada vicinale oggi denominata “del Pidocchio-Castellaccia”. Il Wetter la include nella carta delle antiche strade etrusco-romane (vedi nota nr. 43).

 La Via della Castellaccia e Regisvilla (n. 10)

 E’ la stessa della precedente, ma proseguiva fino al Castellaccio e a Le Murelle.

 La Via di Vulci (n. 11)

 E’ il tratto finale dell’Aurelia vetus (vedi par. 1). Nella carta di Filippo Ameti (del 1696), essa partiva dal ponte romano che è ancora sotto Cornetum, passava fra la Roccaccia e Castel Matteo, la Selvaccia e Pian d’Arcione, superava i torrenti Arrone e Tamone (affluente del Fiora), e arrivava al ponte sul Fiora presso il Castello dell’Abbadia di Vulci (vedi fig. …) La strada è ancora parzialmente in uso. Il suo tratto iniziale corrisponde all’attuale Via della Roccaccia. 

 La Via Tuscanese (n. 12)

 Costeggia il fiume Marta, e conduce tuttora a Tuscania e  all’antico Lacus Tarquiniensis (oggi Lago di Bolsena).

 La Via della Portaccia (Via per il porto di Gravisca) (n. 13)

 In una vecchia carta del 1748, giacente presso l’Archivio di Stato di Roma (vedi  fig. …)[48], si vede una strada che saliva dal porto con percorso rettilineo; e, giunta quasi ai piedi del colle di Cornetum si apriva  in due rami

 Uno proseguiva dritto per poi biforcarsi a sua volta. A sinistra, attraverso la Gabelletta, raggiungeva Porta Maddalena. A destra, attraverso Zampetta d’Orlando, andava a confluire nella Strada della Madonna del Pianto.

L’altro, piegava nettamente a sinistra ,con angolo superiore a 90 gradi, per poi voltare a destra fino a raggiungere Porta della Valle

 In una più recente carta  di fine ’700 (di proprietà della famiglia Zannoli) il collegamento fra la marina e la città risultava, invece, descritto da una nuova e diversa strada che arrivava a Porta della Valle attraverso un percorso più settentrionale, che è poi grossomodo quello attuale. Della vecchia strada sopravviveva, nella carta degli Zannoli, un lungo troncone che da Cornetum, dopo aver attraversato in tutta la sua lunghezza la zona Portaccia, giungeva al Casalino delle Lancie in corrispondenza dell’antica Gravisca, ma non raggiungeva più il mare (vedi fig. …)[49]. Nel 1885, quando il Pasqui lo descrisse, partiva ancora  delle mura di Cornetus, e, passando accanto a Torre Caciola, giungeva al Casalino delle Lancie[50].  Nel 1913, l’Anziani vi riconobbe “una via etrusca non pavimentata”[51]. Oggi non è più percorribile, ma è riconoscibile nelle foto aeree e per il vario materiale ritrovato lungo  il  percorso[52]. Nelle foto, si vede la traccia di una strada che, partendo dal porto, tocca alla propria destra l’antica Gravisca, e a sinistra la Torre degli Appestati, indi incrocia l’Aurelia romana, poi la Litoranea (all’altezza del casale Portaccia), e lascia sulla sinistra Torre Caciola. Giunta all’altezza di Vigna Grazia, si divide in due rami. Uno piega verso le mura di Corneto secondo il percorso, ancora in parte esistente, indicato dalle vecchie carte, lungo il quale, durante la scorsa estate, sono stati trovati avanzi di strada e costruzioni di epoca romana. L’ altro, rilevato solo dalle foto aeree, prosegue diritto fino al Km. 90,6 della attuale Aurelia. Da qui, sulla destra, partiva la via dell’Acquetta che collegava Gravisca al bacino minerario  dei vicini monti tarquiniesi (oggi Monti di Tolfa). Sulla sinistra, un percorso rilevato dalle ricognizioni aeree dell’Adamesteanu, girava attorno al colle di Cornetus, e raggiungeva Tarquinii da nord[53]. E’ possibile che esistesse anche un percorso più breve. Esso, attraverso “Zampetta d’Orlando” poteva salire sul colle di Corneto, arrivare ai Primi Archi e confluire nella grande strada, la più larga (m. 11, 6) di tutte le vie d’Etruria finora conosciute, che collegava il colle di Cornetus a Tarquinii[54]

In conclusione possiamo dire che la vecchia strada etrusco-romana che da Gravisca raggiungeva il colle di Corneto, era ancora in uso fino alla metà del XVIII sec.

***

Tutte le vie esaminate non erano collegate al pianoro di Tarquinii, ma a quello di  Cornetus. Questo era a sua volta collegato con Tarquinii da più strade.

 La Via delle Cave (n. 14)

 Essa parte dalle cave di macco etrusche che sono nei dirupi di Corneto vicino Porta Nuova, passa accanto al tempietto etrusco dell’Ortaccio, e si dirige verso Tarquinii.

 La Via dei Secondi Archi (n. 15)

 Partiva da Tarquinii e si collegava con la Necropoli del colle di Cornetus ai Secondi Archi.

 La via dei Primi Archi (n. 16)

 E’ la più larga strada etrusca che si conosca. Era a due carreggiate spartite da un cordolo centrale, per una larghezza di m. 11, 6. Usciva da Tarquinii  attraverso una porta situata a SO dell’Ara della Regina, scendeva nella valle del S. Savino, e risaliva il colle di Cornetus fin sotto l’acquedotto medioevale dei Primi Archi[55]. La Melis e la Serra ipotizzano che questa strada abbia attraversato il colle di Cornetus per poi ridiscendere e congiungersi con la via per Gravisca. E’ più certo tuttavia ch’essa abbia ridisceso il colle fino all’attuale Aurelia (la cosiddetta Consolare o Aurelia Etrusca) e avesse proseguito, come dimostrano le foto aeree, fino a congiungersi con la Via di Rapinio  nel punto in cui  questa incrocia la ferrovia[56].

 La via Latina (n. 17)

 La cosiddetta Via Latina, riportata dalla Tabula Peutingeriana e descritta dal Pasqui, partiva direttamente da Tarquinii, e conduceva a Blera e Tuscanica collegandosi con la Clodia[57].

 

[1] Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, III, 46;  Festo, De significatione verborum, s.v. Ianiculum.

[2] Dionigi di Alicarnasso, op. cit. , I, 72.

[3] Stefano di Bisanzio, De urbibus, s.v. Aineia.

[4] Ellanico di Lesbo in Dionigi di Alicarnasso, op. cit., I, 59; Verg. , Aen. , III, 15-16; Stefano Bizantino, loc. cit.

[5] Vedi A. Palmucci, Virgilio e Cori(n)to-Tarquinia (La leggenda Troiana in Etruria) , Tarquinia, STAS- Regione Lazio, 1998,  p. 38, f. 4; p. 44, par. 5; p. 46, f. 6. 

[6] A. Solari, Topografia storica dell’Etruria, I, Pisa, 1918, pp. 101-106; A. Zifferero, Città e campagna in Etruria meridionale: indagine nell’entroterra di Cere, in Cere e il suo territorio, a cura di A. Maffei e F. Nastasi, Roma, Libreria dello Stato, 1990, p. 65.

[7] A. Solari, loc. cit.; A. Zifferero, loc. cit. ; E. A. Stanco, Ricerche sulla topografia dell’Etruria, “MEFRA”, CVIII, 1996, 1, pp. 83-98. Anche noi in precedenti lavori abbiamo usato questo termine.

[8] L’inglese George Dennis, in una mappa del 1848, per primo ne riconobbe il carattere antico, ma la fece erroneamente partire da Porta Tarquinia. Egli non considerò che il tratto di strada  che dalle mura di Cornetus andava ai Primi Archi  era stato ricostruito nel 1816 con un percorso  un po’ diverso. Il vecchio tracciato è documentato in una mappa del 1816 (vedi A. Palmucci, I re di Tarquinia, “BollSTAS” (28), 1999, p. 173, fig. 2), in una del 1824, in un’altra del 1830,  nella stessa carta del Dennis, e nelle tavolette dell’IGM fin quasi ai nostri giorni. Oggi, la vecchia strada è riportata nelle carte dell’IGM limitatamente al tratto che va dai Primi Archi fino a un punto intermedio fra la Tomba dei demoni Azzurri e la necropoli Scataglini. Quanto a Porta Tarquinia, da dove la strada sarebbe partita, c’è poi da tener presente che essa non è antica, ma fu  aperta dai Cornetani nelle mura della città poco dopo il 1714.  Il Pasqui e il Cozza, che nel 1885 per primi descrissero la strada, ripeterono l’errore del Dennis. Costoro scrissero: “Muove da porta Tarquinia, e traversa in tutta la sua lunghezza la necropoli dei Monterozzi”. Che questo tratto della strada non sia etrusco lo dimostra il fatto che, alcuni anni or sono, sotto il suo piano è stata trovata la famosa Tomba dei Demoni Azzurri. L’errore perdura in parte a tutt’oggi nell’interpretazione data da Harari ad alcune foto aeree (M. Harari, Tarquinia e il territorio suburbano nel rilevamento da alta quota: una lettura topografica, in Tarquinia, a cura di M. Bonghi Jovino,  Roma, 1997, tt. 3 e 7).

[9] Il nome viene da Antonio Bernascon, capomastro muratore, che nel 1672, per incarico dalla Camera Apostolica, costruì un nuovo ponte sul Mignone.

[10] Nel 1885, il Pasqui e il Cozza così lo descrissero: “Del ponte sussistono la pila destra e le fondazioni di quella mediana; l’altra vedesi alquanto rimossa, e pendente verso il letto del fiume. Le pile sono costruite con grandi parallelepipedi di travertino;  hanno pianta romboidale, e presso l’impostare dei due fornici si rastremano, e si convertono in una cortina a laterizi, che rivelano quella costruzione per un’opera dei tempi traianei” (L. Pasqui  e A. Cozza, Sopra l’ubicazione della antica Tarquinia, NS, 1885, p. 517).  Da ragazzo io stesso ho visto questi avanzi. Attualmente, essi non sono più visibili perché distrutti o inglobati nei lavori di deviazione del corso del fiume.

[11] S. Fontana, La viabilità di epoca romana nel territorio tolfetano, in Cere e il suo  territorio, cit. , pp. 119-121.

[12] G. Cola, I Monti di Tolfa nella storia, Tolfa, 1985, p. 22, n. 16.

[13] S. Fontana, loc. cit.

[14] Archivio di S. Maria in Trastevere, Cod. Vat. Lat. 8051, I, 49 DC; G. Tomassetti, La campagna romana antica, medioevale e moderna, II (Via Appia, Ardeatina ed Aurelia), Firenze, 1979, p. 568.

[15]Riportiamo alcuni casi. Si ha menzione di una cella di S. Columbani, sul fiume Fiora, in terra pusecta in Terquini in un documento dell’809 (Schneider, Die Reichsverwaltung in Toscana, 1914, p. 134). Nella Bolla inviata, nell’852, dal papa Leone IV al vescovo di Tuscania, è menzionata la Plebem Sanctae Mariae quae posita est in Terquinio  (Migne, Innocentii III PP. Regestorum lib. X, p. 1236). Altri casi: Eduard Winkelmann, Acta Imperii inedita seculi XIII et XIV, I, 1964, doc. 61 (16/8/1210), p. 57: “Cellam sancti Savini in districtu castri Terquinii, ecclesiam sancti Stephani positam in Terquinii”; Margarita Cornetana, c. 108, anno 1303: “Castra Terqueni”; Registrum Cleri Cornetani, doc. n.15, c. 158,  27-4-1348: “Panellus quondam Oddonis de dominis de Terquinio”; doc. XXVI, c. 9, 22-6-1348: “Checconus quondam Putii de Terquinio”; doc. LVII, c. 90, 10-8-1374: “Nobilis vir Geptius quondam Putii de dominis de Terquinio”; doc. n. LXIV, c. 48, 19-3-1377, doc. LXXXVI, c.79, 30-5-1385: “Terquinio”; doc. LXXVII, c. 70, 3-3-1382: “Geptio Teuli de Terquinio”.

[16] P. A. Gianfrotta, Castrum Novum,  Roma, 1972, p. 37; F. Nastasi, in A. Maffei e F.Nastasi, Cere e il suo territorio, a cura di, Roma, 1990, p. 184, f. 187; 207.

[17] Per i confini fra Tarquinia e Cere vedi R. Namaziano, De reditu suo, vv. 223-225; A. Palmucci, Corito-Tarquinia e il Porto dei “Ceretani”, “Atti e Memorie della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova” (61), 1993, pp. 33-35; I Troiani a Corito-Tarquinia, “BollSTAS” (25), 1996, pp. 78-82; Virgilio e Cori(n)to-Tarquinia, la leggenda troiana in Etruria, STAS, Tarquinia, 1998, pp. 309-323.

[18] L. Pasqui  e A. Cozza, op. cit., p. 517; vedi pure L. Pasqui, Carta Archeologica d’Italia, “Forma Italiae”,  1972, p. 114.

[19] L. Pasqui, op. u. cit., p. 101 (39-40); 114; t. III (39-40).

[20] S. Bastianelli, Appunti di campagna, Roma, 1988, p. 107.

[21] La Tabula Peutingeriana, così come ora si presenta dopo le numerose riedizioni medioevali, non riproduce la linea stradale del tratto da Aquae Tauri a Castrum Novum, ma la cosa è dovuta ad una negligenza del copista medioevale, come bene arguì il Miller, perché fra le due località è ancora leggibile la cifra della distanza stradale: VII miglia.

[22]  L. Quilici, Le antiche vie dell’Etruria, in Atti Secondo Congr. Int. Etr. , I, p. 461.

[23] Per i particolari della strada segnata dalle vecchie mappe, e per la descrizione degli avanzi  ancora esistenti o riconoscibili vedi A. Palmucci, I re di Tarquinia. Demarato Corinto e suo figlio Lucumone,  “BollStas” (28), 1999, pp. 177-178.

[24] Vedi la Carta topografica dei siti del periodo romano, in Leopoli-Cencelle, II, Roma, Palombi, 1996, p. 27. Per Castrum Ferrariae vedi G. Cola, I Monti della Tolfa nella storia, Tolfa, 1984, pp. 22-23; E. Brunori, Ritrovato l’antico “Castrum Ferrariae”, “NotAssArch. Klitsche de la Grange”, Allumiere, 1984, pp. 13-42; Castrum Ferrariae e la sua Chiesa, “BollSTAS.”, 1992, pp. 109-119.

[25] A. Palmucci, Il trattato di Pace fra i Cornetani e i Genovesi, “BollSTAS”, (23), 1994, pp. 58-60; I rapporti di Genova e della Liguria con Corneto e l’odierno alto Lazio nei notai liguri dal 1186 al 1284, “BollSTAS” (24), 1995, p. 22; Anno 1385: il papa cede Corneto in pegno ai Genovesi, “BollSTAS” (25), 1996, p. 15; I rapporti fra Corneto e Genova nei secc. XII e XIII, in I Pellegrini nella Tuscia medioevale.  Atti del Convegno 1997, Tarquinia, STAS, 1999.

[26] Per la pertinenza dei Monti di Tolfa ai Tarquinienses, vedi M. Pallottino, Tarquinia, “AccaNazLincei”, Milano, 1937, col. 573. Da ultimo, A. Palmucci, Corito-Tarquinia e il porto dei Ceretani, “Atti e Memorie della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova”, LXI, 1993, pp. 33-34 (estratto pp. 19-20); I Troiani a Corito-Tarquinia, “BollSTAS.”, 1996, pp. 78-82; Virgilio e Cori(n)to-Tarquinia, la leggenda troiana in Etruria, Tarquinia, STAS-Regione Lazio, 1998, pp. 314-318.

[27]Per l’attuale percorso fra Aquae Tauri e la Castellina del Marangone, vedi S. Bastianelli, Centumcellae – Castrum Novum, Roma, IstStRom. , 1954, p. 57; F. Nastasi, loc. cit.; A. Maffei, loc. cit..

[28] Il Registro di Farfa, a cura di I. Giorgi e U. Balzani, Roma, 1879-1892 , III, p. 54 s. , n. 352. Stefano Del Lungo sostiene, infatti,  che “La via publica, diretta al guado di Ripa Alba, è individuabile in un percorso campestre, erede della vecchia strada per Tolfa, che divide le località Tenutella e Sterpeto, supera il fosso Ranchese passando sul Ponte delle Tavole e, attraversata la piccola sella tra la Pietrara e Poggio Cardinale [ … ], giunge alla strada conducente al Ponte di Bernascone e al Mignone. Il guado doveva trovarsi da qualche parte lungo il corso del fiume a SE del Casale Rina”(S. Del Lungo, Santa Maria del Mignone, “ASRSP”, (117), 1994, pp. 40-41).

[29] Per la pertinenza a Tarquinia di questo territorio, vedi n. 26.

[30] Devo queste informazioni a Maurizio Albertini  della Società Tarquiniense di Arte e Storia.

[31] Nell’Aprile dell’anno 807 d.C. , l’abate Benedetto acquista, per venti monete d’argento, un’oncia e mezza di terreno “in casale qui vocatur Serepitus, qui reiacere videtur ad finem casalis Veroniani. Et de alio latere casalis Mortianelli, tertia vero pars casalis qui vocatur Agella. Et quarta pars tenet caput in via publica quae descendit ad Minionem” ( Il Regesto di Farfa, II, p. 152, n. 185). Stefano del Lungo  localizza il fondo lungo la destra dell’attuale via Aurelia fra Le Piane del Mignone (ca. Km. 85) e la località  Sterpeto (ca. Km 87). “Fino a prova contraria”, commenta, “è l’unica strada lungo tutto il corso del fiume definita nei documenti degli inizi del secolo IX via publica, un termine associato ai percorsi viari molto frequentati, di una certa ampiezza e spesso tipico delle strade consolari rimaste in uso nel Medioevo” (S. Del Lungo, S. Maria del Mignone, “ASSRSP”, (117), 1994, p. 23 e n. 88).

 In un documento (XV-XVI sec.) dell’Archivio di Stato di Roma, i confini di un fondo dell’Ospedale di S. Spirito, situato presso il Mignone Morto, sono così indicati: “Da canto di sotto confina con la via che va al ponte del Mignone verso Civita Vecchia et da Canto verso el Castellaro, el fiume del Mignone et di supra La poppa del signor Lodovico de Jaco, del signor Paulo; verso Corneto el ponte del Mignone morto, sancto Apollonio et li disciplinati di supra” ( ASR, Archivio dell’Ospedale di S. Spirito, Catasti e piante, busta n. 1467, registro n. 23, f. 23; vedi  S. Del Lungo, op. cit. p. 42 e n.167). Il Ponte del Mignone Morto era su una strada che da Cornetum attraversava il Mignone; e non si dirigeva verso Civitavecchia, bensì verso i Monti di Tolfa. Con tale nome si designava il punto di maggior ristagno delle acque del fiume. Il luogo coincide con la parte orientale delle odierne Piane del Mignone,  non lontano dal ponte della via che da Cornetus  andava al ponte sul Mignone verso Civitavecchia.  Il documento di cui sopra, menzionando altri confini, dice: “Verso mare lo Torrone del porticiolo così si dice et da lato el fossato della Ranchiee” (Vedi S. Del Lungo, op. cit., p. 44, n.181). Il fosso Ranchese sfocia nel Mignone proprio accanto al ponte della via per Civitavecchia. C’era dunque sul luogo un piccolo porto fluviale.  

[32] Il Regesto di Farfa di Gregorio di Catino, V, pag. 268 (n° 1280 a-m); Il Chronicon Farfense di Gregorio di Catino, I, pag. 258 (c. 119 A). Vedi S. Del Lungo, S. Maria del Mignone, “ASSRSP”, CXVII, 1994, pag. 60, n. 266; Pellegrini e pellegrinaggi nella toponomastica: La Tuscia, in I Pellegrini nella Tuscia Medioevale: vie, luoghi e merci (Atti del convegno di Studi , Tarquinia, 4-5 ott. 1997), Tarquinia, STAS, 1999, pag. 204; La toponomastica archeologica della provincia di Viterbo, Tarquinia, 1999, pag. 26.

[33] S. Del Lungo, Leopoli-Cencelle, Roma, 1999, III, p. 156, n. 155.

[34] Valesio, Memorie istoriche della città di Corneto, a cura di M. Corteselli e A. Pardi, Tarquinia, STAS, 1993, p. 138. Agli inizi del sec. XVIII, il Valesio parlava di una chiesa e monastero di S. Benedetto, posti nella omonima contrada, al “principio di quella Selciata che da Corneto va al ponte della Marta nel luogo  che ora è la villa degli eredi del signor Francesco Lucidi”. In seguito a ricerche personali e ad informazioni fornitemi dall’amico Bruno Blasi, ho potuto appurare che la villa della famiglia Lucidi esiste ancora e si trova attorno al Km.92,5 della  vecchia Via Aurelia.

[35] G. F. Ameti, Patrimonio di S. Pietro, olim Tuscia suburbicaria (1696), in R. Almagià, Documenti cartografici dello Stato Pontificio, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1960, tav. 67,  p. 20; 39-40.

[36] ASC Tarquinia, Serie acque e strade, busta 26657 (1619-1797). Ringrazio la signora Piera Ceccarini per l’aiuto fornitami nella ricerca delle antiche carte.

[37] L. Dasti, Notizie Storiche e Archeologiche di Tarquinia e Corneto, bologna, Forni, 1910, p. 384; F. Melis e F. R. Serra, La Via Aurelia da Civitavecchia al Marta, in Quaderni dell’Istituto di topografia Antica della Università di Roma, La Via Aurelia da Roma a Forum Aurelii, Roma, 1968, pp. 89-90; M. Harari, Tarquinia e il territorio suburbano nel rilevamento sa alta quota: una lettura topografica, in Tarquinia, a cura di M. Borghi Jovino, Roma, 1997, p. 12 e tav. 3. 

[38] Nel 1802, è riportata da B. Olivieri (Carta del Patrimonio di S. Pietro, presso la calcografia Cam.le, 1802), ma non nella  carta mineraria del 1816 di A. Orgiazzi (Carta d’Italia, Parigi, 1816).

[39] P. Manzi, Stato antico del porto e della città di Civitavecchia, Prato, 1837, p. 47; V. Annovazzi, Storia di Civitavecchia dalla sua origine fino al 1848, Roma, 1853, p. 462.

[40] Ibidem.

[41] P. Manzi, loc. cit.; V. Annovazzi, loc. cit. ; F. Melis e F. R. Serra, loc. cit. ; M. Harari, loc. cit. ; E. Kiepert, Carta corografica ed archeologica dell’Italia centrale, Berlino, 1881. 

[42] R. Meli, Sopra un lembo di argille pliocene affioranti presso la salina di Corneto-Tarquinia in provincia di Roma, “Bollettino della Società Geologica Italiana”, XXXIV, 1915, pp. 340-341.

[43] E. Wetter, Studies and strolls in soutern Etruria, in A. Boethius ed altri, Etruscan culture, land and people, Malmò, 1962, pp. 163-208 (Tav. ETRURIA southwestern part).

[44]S. Del Lungo, S. Maria del Mignone, cit. , pag. 23 e n. 88; Leopoli-Cencelle, III, cit. , p. 156, n. 155; Insediamenti della bassa valle del Marta nella tarda antichità e nell’altomedioevo (secoli V-IX), “BollSTAS” (28), 1999, pp. 24-25.

[45] F. Nastasi, loc. cit.; A. Maffei, loc. cit..

[46] R. F., V, doc. 1280, pag. 264  (elenco delle famiglie di Farfa);  vedi pure Chr. F. , I, p. 256.

[47] Da Quinzianello oppure da Gazo (denominazione longobarda). Contra, S. Del Lungo, op. u. cit., p.26.

[48] ASR. Coll. I, Disegni e piante, cart. 9, n.101.

[49] La carta degli Zannoli  si trova in M. Polidori, Croniche di Corneto, Tarquinia, STAS, 1977, tav. XXII.

[50] L. Pasqui  e A. Cozza, N. S. , 1885, pag. 517; vedi pure L. Pasqui, Carta Archeologica d’Italia, “Forma Italiae”,  1972, pagg. 105 (80, 85, 87, 88); 108, fig.64; tav. III (80, 85, 87, 88).

[51] D. Anziani, “Mél” (1913), p. 188.

[52] Vedi F. Melis e F. R. Serra, op. cit,  pp. 102-103; M. Harari, op. cit.

[53] D. Adamesteanu, Contribution of the Archaelogical “Aerofototeca” of the Ministery of Education to the solution of problems of ancient topography in Italy, 1964, fig. 39 e p. 70.

[54]  F. Melis e F. R. Serra, loc. u. cit.; M. Harari, op. cit.

[55] F. Melis e F. R. Serra, op. cit.; M. Harari, op. cit.

[56] M. Harari, op. cit. , p. 11.

[57] L. Pasqui  e A.Cozza, N. S. , 1885, p. 517;  M. Harari, op. cit. , p. 10.

LA LEGGENDA TROIANA IN ETRURIA

  

I TROIANI RITORNANO A TARQUINIA CORITO

 di

 Alberto Palmucci

 

 CAPITOLO SETTIMO

 de

 LE ORIGINI DI TARQUINIA

 

Ristrutturato dai nn. 59 e 60 di

“Atti e memorie” (Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova);

Virgilio e Cori(n)to Tarquinia, Tarquinia, S.T.A.S. , 1998

 

 

LA LEGGENDA TROIANA

 

 1.    Incendi di navi greche 

 Prima che Virgilio cantasse il ritorno di Enea, varie leggende avevano fatto giungere in Italia gruppi di profughi troiani e di reduci greci.

 Secondo quello che dovrebbe essere il ciclo più antico, piccole flotte di navi con a bordo reduci greci e prigioniere troiane furono sospinte dai venti fin sulle coste d’Italia. Una di queste flotte, guidata da Epeo, giunse a Pisa, in Etruria. Qui le donne troiane incendiarono le navi per evitare che Epeo e i suoi uomini potessero tornare in Grecia dove le avrebbero consegnate schiave alle loro mogli. Così Epeo fu costretto a restare sul luogo dove fondò una città che chiamò Pisa dal nome della sua patria[1].

2.    La fondazione di Corito.

 Quanto poi alla città di Corito, si diceva che vi fosse nato Dardano o che lui stesso la avesse fondata in epoca di gran lunga anteriore alla guerra di Troia. Ma secondo una diversa tradizione, la città sarebbe stata fondata dal troiano Corito, figlio di Paride e di Enone[2]. In altre fonti, questo figlio di Paride e di Enone è chiamato Corinto (vedi cap. V, nota nr.1).

 Quest’ultima versione non solo sembra essere in contrasto con quella di Virgilio, ma ne inverte addirittura il rapporto. Qui la città di Corito non è il punto di partenza della migrazione che condusse Dardano in Asia a fondare una colonia di Etruschi chiamata Troia. Viceversa, in questa versione, è un troiano che viene in Etruria e fonda la città di Corito. Siamo, evidentemente dinanzi a una tradizione secondo la quale non Enea ma Corito, il figlio di Paride, dopo la rovina di Troia, conduceva o riconduceva in Etruria i superstiti Troiani.

3.    Incendi di navi troiane

 Plutarco riferiva una tradizione secondo la quale una flottiglia di navi di profughi troiani fu portata dai venti sulle coste dell’Etruria e andò a fermarsi alla foce del Tevere. Qui una donna di nome Roma, stanca di peregrinare incendiò le navi; così i Troiani furono costretti a restare sul posto dove fondarono una città che, dal nome della donna incendiaria, chiamarono Roma[3].

 Questa volta i Troiani, dopo aver toccato l’Etruria vanno nel Lazio antico e fondano Roma.

4.    Enea

  Secondo una tradizione molto antica, testimoniata dal tragediografo greco Licofrone (IV-III sec.a.C.) e dai suoi scoliasti, Enea partì da Troia, fece sosta in Macedonia, e da lì venne in Etruria ad approdare alla foce del fiume Linceo (il Mignone). Tutta la nazione, da Pisa, all’estremo Nord, fino a Cere, all’estremo Sud, lo accoglierà benevolmente. Qui arriverà pure Ulisse che, dopo avergli chiesto perdono, unirà il proprio esercito al suo. Ad Enea si uniranno anche i due gemelli Tarconte e Tirreno, e tutti insieme abiteranno in Etruria[4].

 Secondo Plutarco, Enea sposò una figlia di Telefo (perciò sorella di Tarconte) di nome Roma che diede il nome alla città di Roma[5].

 Secondo Alcimo Siculo (III sec.a.C.), la moglie di Enea era una donna etrusca che si chiamava Tirrenia (sorella di Tarconte?). Da lei nacque Romolo, e, da Romolo, Alba, e, da Alba, nacque Romo che fondò Roma[6]. Infine, alcune tradizioni narravano che i gemelli fondatori di Roma erano nati in casa di un Tarchetius (Tarquinio) tiranno della città di Alba[7]. Negli Excerpta latina barbari è, infatti, elencato un Tarquinio Silvio fra i re di Alba discendenti di Enea[8].

 Notiamo che in questo filone leggendario i vari fondatori di Roma o sono etruschi o sono di estrazione etrusca.

 Il racconto di Licofrone continua dicendo che i Troiani, al loro arrivo in Etruria, avevano tanta fame che mangiarono perfino le focacce che avevano usato per sorreggere il cibo. Allora Enea si ricordò che l’oracolo gli aveva comandato di fermarsi nel luogo dove, spinti dalla fame, i suoi compagni, avessero divorato perfino le mense. Lo stesso oracolo aveva comandato che i Troiani, dopo essersi accorti di aver mangiato le mense, dovevano liberare e seguire la scrofa nera che avevano condotto da Troia, e sul luogo dove questa fosse andata a sgravare dovevano fondare tante città quanti fossero stati i figli partoriti dall’animale.

 A questo punto del racconto sembrerebbe ovvio che Enea dovesse edificare una città in Etruria. Invece egli va a colonizzare il Lazio antico e vi fonda trenta città, pari al numero dei figli partoriti dalla scrofa; e dentro una di queste città (Lavinio) depone i Penati di Troia.

 Notiamo che, in questo racconto, i Troiani sono ancora fatti sbarcare in Etruria, ma che le leggende di fondazione sono spostate nel Lazio antico. 

 Si ritiene che Licofrone abbia tratto questo racconto dallo storico greco Timeo di Tauromenio. Non conosciamo i particolari dell’opera di Timeo; ma da un frammento sappiamo che costui diceva di aver avuto dagli stessi abitanti di Lavinio notizie sulla natura dei Penati di Troia depositati da Enea nella città[9]. Ciò dovrebbe significare che, nel IV-III sec. a.C., i Lavinati ritenevano che Enea avesse fondato la loro città dopo un precedente soggiorno in Etruria.

E’ significativo che, a Lavinio, nella tomba a cassone sotto il cosiddetto heroon di Enea, sono state rinvenute forme vascolari di tipo veiente-ceretano ed un vaso di tipo tarquiniese[10].

  Nelle vicinanze della città, a Tortignosa, è stato trovato un cippo del III sec.a.C., recante la dedica “A Lar Enea”. Alcuni ritengono che l’iscrizione si riferisca ad Enea inteso come Lare, cioè come divinità tutelare; ma, poiché Lar è anche un nome etrusco, ed era l’appellativo che si dava a dèi e sovrani, Jacques Heurgon vi ha visto il residuo della connotazione etrusca che la figura di Enea aveva mantenuto dopo la sua introduzione a Lavinio[11]. Se noi consideriamo l’alta probabilità che i Lavinati ritenessero che Enea  fosse venuto dall’Etruria (vedi par. …), la proposta dello Heurgon acquista particolare valore.

  Da alcune fonti classiche sappiamo che, nel Lazio antico, Venere, in quanto madre di Enea, era chiamata Frutis. In questo appellativo, alcuni studiosi hanno veduto la riduzione in lingua etrusca del nome greco Afrodite (Venere)[12].

 E’, dunque, verosimile che la venuta dei Troiani in Etruria, e la loro discesa nelle terre latine, narrate da Licofrone, siano leggende etrusche passate a Lavinio assieme alla penetrazione etrusca nel Lazio antico soprattutto al tempo della salita dei Tarquini al trono di Roma. 

5.    Documenti archeologici

 La più antica raffigurazione della fuga da Troia si trova su un vaso etrusco (vedi fig. …)[13].

 Nel vaso, a partire da sinistra, si può notare il cavallo di legno, dal quale scendono alcuni guerrieri; uno scontro fra Troiani e Greci; un carro e un cavaliere troiano; le mura merlate di Troia. Un uomo (Enea?) e una donna, accompagnati da due bambini, si allontanano dalla città.

 Il vaso risale circa al 625 a.C. La documentazione greca è molto più tarda;e forse la leggenda di Enea o comunque di un Troiano che trasferisce in Etruria  gli esuli Troiani ebbe origine proprio in Etruria.

La documentazione greca appare, un secolo dopo, su vasi databili fra il 520 ed il 470 a.C.

 Dall’esame del Lexicon Iconographicum Mithologiae Classicae[14], emerge che la quasi totalità dei vasi greci è stata trovata in Italia, e soprattutto in Etruria:

6 a Vulci (il più antico è del 520 a.C.),

  1 a Tarquinia (520 a.C.),

  3 a Cere (510-490 a.C.),

  1 in luogo non determinato (510 a.C.),

  1 a Spina (450 a.C.).

 I più antichi sono quelli di Vulci e Tarquinia, dove avvennero le prime importazioni. Il più recente è quello di Spina.

 Questi vasi furono fabbricati in Grecia ad uso del mercato italico che ne faceva grande richiesta.

 La scena tipica è quella di Enea che lascia Troia portando sulla schiena il vecchio padre Anchise (vedi fig. …); soltanto in una moneta della città greca di Eneia (inizio V sec. a.C.), l’eroe porta il padre seduto su una sola spalla[15]. Si tenga presente che Eneia vantava d’esser stata fondata da Enea.

 Contemporaneamente, gli Etruschi svilupparono una propria produzione di vasi raffiguranti Enea che fugge da Troia. In questi vasi (come nella moneta di Eneia), Enea porta il padre seduto su una sola spalla. Ma la produzione etrusca contiene un importante particolare in più. In un anello di provenienza ignota, databile fra il 500 e il 475 a.C., Enea sostiene il padre Anchise seduto su una sola spalla; Anchise, a sua volta, reca in mano il sacro cesto contenente le statuette dei Penati di Troia (fig. …).

 Anche in un vaso etrusco di Vulci (470-460 a.C.), Enea, accompagnato dal figlio, porta il padre seduto su una sola spalla, mentre la moglie lo precede portando sul capo un fagotto (fig. …); ma stavolta non siamo sicuri che il fagotto contenga i Penati.

La città di Veio ha pure restituito una serie di statuette votive, appartenenti alla prima metà del V sec.a.C., raffiguranti Enea che porta il padre su una sola spalla, ma senza il cesto dei Penati.

Molto più tardi, a partire dal I secolo, pure i Romani, per significare il trasferimento nel Lazio degli esuli Troiani, faranno figure con Enea ed Anchise che abbandonano Troia (figg. …;…). Ma i Romani non imiteranno il modello greco o quello delle monete di Eneia, bensì quello etrusco; e non quello che era dipinto sul vaso di Vulci o scolpito nelle statuette di Veio, ma  quello che era raffigurato sull’anello d’origine ignota (Tarquinia?) nel quale Anchise era seduto sulla spalla sinistra di Enea, e recava in mano il cesto  dei Penari di Troia. E’ ovvio che i Romani avevano recepito scena e significato dall’archetipo presente nell’anello etrusco. 

6.    Tarconte nella reggia del re di Troia

Su uno specchio etrusco del III sec.a.C., proveniente da Città della Pieve (Perugia), ma di fabbricazione tarquiniese[16], sono raffigurate due coppie di personaggi. A destra si vedono Priamo, re di Troia, e suo figlio Alessandro (Paride). Sopra il primo è scritto Priumne; sopra il secondo Helasntre (Alessandro). Sul lato sinistro dello specchio, la dea Minerva guarda un giovane. Questi, a sua volta, le si rivolge con un braccio alzato. Sullo sfondo della scena, il tempio della dea. Sopra la testa di Minerva è scritto il nome etrusco Menerva. Sopra quella del giovane, fra le ossidazioni dello specchio, stando alla lettura del Nicholls, è scritto Tarch[...][17].

 In effetti, se il disegno riprodotto dal Nicholls è fedele al modello, le due prime lettere sono certe, e le altre e due sono agevolmente ricostruibili dal quel che ne sopravvive (vedi fig. …).

Il Nicholls interpreta Tarch[....] come la prima parte del nome etrusco di Tarconte.

Tarconte era figlio di Telefo re della Misia.

Telefo, come abbiamo già visto ( cap. V, 5), ebbe varie mogli, od una sola alla quale la leggenda attribuì vari nomi: 

  • Argiope, figlia di Teutrante, già re della Misia;
  • Hiera che morì combattendo contro i Greci che avevano invaso la Misia scambiata per la vicina Traode[18];
  • Astioche figlia di Laomedonte re di Troia;
  • Laodice figlia di Priamo re di Troia, figlio di Laomedonte.

  Telefo ebbe tre figli: Euripilo, Tarconte e Tirreno. Secondo quanto possiamo dedurre da  Elio Donato (III-IV sec.d.C.), egli li aveva avuti da Astioche, sorella di Priamo re di Troia[19]. Secondo il più tardo autore bizantino Tzetze (XIII sec. d.C.), li aveva invece avuti da Iera[20]. Ma le figure dello specchio etrusco dove Tarconte è in compagnia di Alessandro e della dea Minerva, e si trova viso a viso con Priamo re di Troia, dovrebbero confermare che almeno gli Etruschi lo ritenessero figlio di Telefo e di Astioche sorella di Priamo.

Può anche darsi che l’autore dello specchio abbia assimilato Tarconte a Corito figlio di Alessandro (ambedue fondatori di Corito-Tarquinii).

7. L’elogio di Tarconte[21] 

 A La Civita di Tarquinia, nella zona vicina al più grande tempio dell’antichità, detto Ara del Regina, sono stati trovati vari frammenti di iscrizioni latine. Si tratta dei cosiddetti Elogia Tarquiniensia formulati verosimilmente nel I sec.d.C. al tempo dell’imperatore Claudio.

 Tra i frammenti degli Elogi ce n’era uno dedicato forse a Tarconte[22]. Il testo è il seguente.

…C H O… …T R U R I A… …A R Q U I N I… …O  H A M… …V C I…  

 Quel che rimane della prima riga  è [...]CHO[...]. Per primo Heurgon, pensò a un residuo del nome di Tarconte (lat. Tarchon).

“Allo stesso modo con cui a Roma”, diceva Heurgon, “la serie degli elogi si apriva con quello di Enea, a Tarquinia iniziava con quello di Tarconte, antico eponimo della città, anche se, sfortunatamente per noi, la mutilazione dell’iscrizione non consente di leggere molto di più; sotto il suo nome, si può solo decifrare quello dell’Etruria, di Tarquinia e un HAM … a tutt’oggi non spiegato”[23].

Nella prima riga, a Tarchon si potrebbe aggiungere TELEPHI F. (figlio di Telefo).

Nella seconda, è ovvio riconoscere il nome dell’Etruria; e, nella terza, quello di Tarquinia.

 Quanto alla quarta riga, bisogna innanzi tutto notare che in Latino ci sono solo pochi vocaboli che cominciano per “HAM …“.

Si può pensare  al nome del luco chiamato Hamae, in Campania, presso Cuma, città che si diceva fondata da Telefo [24]; o forse, e meglio, ad Hamaxitos, una città costiera del versante pelasgico, e quindi tirreno, della Troade, sulla strada fra Larissa e Troia[25], al confine con la Misia[26] di cui Telefo, padre di Tarconte, era re. 

 Secondo la leggenda greca, Hamaxitos era il luogo dove giunse Teucro, capostipite dei Troiani, quando emigrò nella Troade[27]. Secondo la tradizione virgiliana, invece, il capostipite dei Troiani era stato un etrusco proveniente da Corito-Corneto. Hamaxitos era, dunque, un luogo che poteva suggerire varie connessioni mitostoriche anche agli Etruschi sia nel senso dell’andata da Corito Tarquinia a Troia sia nel senso del ritorno; e, se pensiamo che si diceva che Tarconte dalla Misia era venuto in Etruria dove aveva fondato Tarquinii, allora ci viene da supporre che i Tarquiniesi pensassero che Tarconte, per venire in Etruria, fosse partito da Amaxito (PROFECTO AMAXITO).

7.    Giunone Calendaria

 Negli scavi condotti in un’area sacra della Civita di Tarquinii è emerso un frammento di ceramica (fine VIII sec.a.C.) con dedica a Kalan, ed altri con dedica alla dea etrusca Uni (Giunone). La dedica a Kalan è di poco anteriore alle dediche a Uni (Giunone), ed è stata trovata nella stessa area sacra, per cui Kalan potrebbe essere un appellativo di Giunone. Le fonti latine parlano, infatti, di una Iuno Kalendaria (Giunone Calendaria) venerata a Laurento e a Roma.

 Cristina Chiaramonte Treré ha analizzato il rapporto fra il contesto cultuale della possibile Uni Kalan tarquiniese e della Iuno Kalendaria di Laurento e Roma.

 La studiosa ricorda l’esistenza della tradizione dell’ingresso della leggenda di Enea a Lavinio attraverso l’Etruria, rileva che ceramiche di tipo veiente-ceretano e una oinochoe tarquiniese sono state rinvenute nella tomba sotto il presunto Heroon di Enea a Lavinio, e conclude che la compresenza del culto di Giunone Calendaria a Tarquinia e a Lavinio dovrebbe esser dovuta ad antichi contatti fra le due città[28].

 Nella Roma arcaica, a Giunone Calendaria, dea della fertilità femminile e delle nascite, venivano sacrificate scrofe e agnelle[29]. Secondo la tradizione, Enea, giunto nel territorio di Laurento, fondò la città di Lavinio sullo stesso luogo dove, secondo i comandi dell’oracolo, aveva sacrificato una scrofa a Giunone. Abbiamo visto che gli scrittori greci più antichi e gli stessi abitanti di Lavinio sostenevano che Enea veniva dall’Etruria (vedi par. 4), per cui appare plausibile che il culto di Giunone Calendaria sia passato da Tarquinii a Lavinio insieme al mito di Enea.

Alcuni antichi storici romani conoscevano, infatti, certi Tarquini, come i fratelli Tito e Marco, originari di Laurento, e dicevano che quando Tarquinio Collatino fu scacciato da Roma perché accusato di macchinare il ritorno dei Tarquini, si ritirò a Lavinio[30].          

8.    Da Tarquinia Corneto a Roma

 Le antiche leggende che abbiamo riferito, e la relativa documentazione archeologica che abbiamo esaminato dovrebbero rappresentare i frammenti di una tradizione che considerò l’Etruria come meta del trapianto del popolo troiano. In un secondo momento, i Tarquini, quando “emigrarono” a Roma, portarono seco il ricordo dell’origine troiana. Poi, a cominciare da quando gli Etruschi di Roma, come Bruto e Tarquinio Collatino, si emanciparono dalla madre patria, la leggenda si andò lentamente romanizzando nel senso dell’arrivo di Troiani dall’Etruria nel Lazio antico.

 Ancora nel III sec.a.C., gli abitanti di Lavinio e gli storici greci Alcimo Siculo, Timeo e Licofrone, narravano che i Troiani erano entrati nel Lazio antico dopo un precedente soggiorno in Etruria, tanto che la moglie di Enea era una donna etrusca di nome Tirrenia, madre di Romolo, oppure una sorella di Tarconte, di nome Roma che diede il nome alla città di Roma.

 Il trasferimento dell’approdo di Enea dalla foce del fiume etrusco Linceo alle spiagge latine è, dunque, posteriore agli inizi del III sec.a. C. ; e solo, dalla seconda metà del I sec.a.C., con Virgilio, Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso, noi abbiamo le prime esplicite menzioni, che si conoscano, di un diretto approdo di Enea nel Lazio antico.

 Virgilio, tuttavia, dopo aver fatto sbarcare Enea direttamente alla foce del Tevere, lo spedì in Etruria, a  Corito (Corneto), per chiedere aiuto a Tarconte contro i Latini che volevano respingerlo. Enea incontra Tarconte presso la foce del fiume Mignone, nella quale il poeta evidentemente riconosceva la leggendaria foce del fiume Linceo dove secondo l’antica versione filoetrusca era sbarcato Enea al suo arrivo in Etruria.  

 A Roma, alla fine del I sec.a.C., la tradizione filoetrusca non era ancora morta. Nonostante le versioni fondamentalistiche di Tito Livio, di Dionisio di Alicarnasso e, in parte, dello stesso Virgilio, il poeta latino Orazio, nel carme secolare composto, su commissione dell’imperatore Augusto, in occasione dei Ludi Secolari celebrati a Roma nel 17 a. C., poteva ancora cantare che Roma era opera degli dèi perché le schiere troiane erano giunte sulle spiagge etrusche per seguire il volere divino:

Roma si vestrus est opus, Iliaeque

litus etruscum tenuere turmae

iussa pars mutare Lares et urbem,

sospite cursu .

 

***

 Se noi accettiamo l’identificazione di Corito con Corneto (o comunque con Tarquiinii) ci rendiamo conto che la concentrazione nell’Etruria meridionale di documenti archeologici che già dal VII sec. a.C. presentavano la leggenda  della fuga da Troia (vedi par. 5), potrebbe essere significativa del rapporto particolare che gli abitanti di questa regione ritenevano di aver avuto con Troia. E’ verosimile che Virgilo, quando dopo molti secoli cantò che il capostipite dei Troiani era un etrusco di Corito (Corneto), avesse raccolto una leggenda presente in questa regione.

Nella regione di Tarquinia, la documentazione archeologica del periodo mitostorico indicata da Virgilio è la più antica che si conosca: lungo la valle del versante tarquiniese della valle del Mignone sono stati trovati frammenti di ceramica micenea che risalgono fino al XIV sec. a.C.. Essi stanno a dimostrare come, durante l’epoca alla quale Virgilio si riferisce, fossero avvenuti effettivi contatti con ambienti di cultura egea (vedi cap. I, 2).

[1] Servio Danielino, Ad Verg. Aen., X,179.

[2] Servio Danielino, Ad Verg. Aen., III, 170.

[3] Plutarco, Vita di Romolo, I.

[4]Licofrone, Alessandra, v. 1240, sgg., con parafraste e scoliasti.

[5]Plutarco, op. cit. , I.

[6]Alcimo Siculo, in Festo, De significatione verborum, s.v. Roma .

[7]Plutarco, op. cit., II.  

[8] Vedi la tavola sinottica dei re di Alba in C. Trieber, Zur Kritik des EusebiosDie Konigstafel von Alba Longa, “Hermes”, 29, 1894, pp. 124-125.

[9] Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 67, 4.

[10] Aa. Vv., Civiltà del Lazio primitivo, Roma, 1976, p. 306, sgg.; M. Chiaramonte Treré, in Gli Etruschi di Tarquinia, a cura di M.Bonghi Jovino, Modena, p. 185.

[11] J. Heurgon, Il Mediterraneo occidentale dalla preistoria a Roma arcaica, Bari, 1972, p. 201.

[12] R. Schilling, La religion romaine de Venus, « Bibliothéque del Ecoles Françaises d’Athénes et de Rome », 178, 1954, p. 75-89.

[13] Enciclopedia Virgiliana, s.v. Enea, p. 232.

[14] L.I.M.C., I, 1, s.v. Aineia.

[15] Anche nell’Idria  del Vaticano (510 a.C.), verosimilmente trovata in Etruria e di produzione etrusca, l’eroe porta il padre su una sola spalla.

[16] L’alfabeto utilizzato per graffire i nomi sullo specchio e di tipo tarquiniese (ad es., il taglio della T) . Lo specchio stesso, inoltre, sembra uscito dalla medesima mano dell’autore di un altro specchio (S.N.) in mostra al museo di Tarquinia (fig. …), dove ai due margini del medaglione sono graffite due figure sedute (Castore e Polluce?), ed al centro due figure femminili (Elena e Minerva?). I personaggi dei due specchi sono palesemente diversi, ma il disegno è identico. Pressoché identici sono poi la ghirlanda, la vignetta e gli altri fregi del manico.

[17] R.V. Nicholls, Corpus Etruscorum Speculorum, Great Britain, Cambridge, 1993, II, 17. Contra: M. Martelli, “StEtr”, 60, 1994, p. 168.

[18] Tzetze, Antehomerica, 275; Chil.,XII,949.

[19] Euripilo, per Elio Donato, è figlio di Telefo e di Astioche figlia di Laomedonte: “Eurypylus filius Telephi, Herculis et Auges filii, ex Astioche Laomedontis filia (Servio Dan. , Ad Verg. Buc. 6, 72; vd. pure Scolio Ad Hom. Od. 11, 520) ”. Lo stesso autore, in altra occasione presenta Tirreno come figlio di Telefo (Servio Dan. ,Ad Verg. Aen. 8, 558: “Tyrrheno Telephi filio”), e Tarconte come fratello di Tirreno (Servio Dan. ,Ad Verg. Aen. 10, 198: “Tarchone Tyrrheni frate”).  

[20] Per Tarconte e Tirreno vd. Tzetze, Ad Lyc. Alex., 1248; per Euripilo, vd. Tzetze, Posthom. 558.

[21] Questo paragrafo è ripreso da “Archeologia”, ———,  e da “BollSTAS” 2002.

[22] Il pezzo è andato perduto, ma  dalle Notizie degli scavi apprendiamo che era alto cm. 16 e largo 10, e conteneva cinque righe di scrittura. Le lettere della prima riga erano alte mm. 45; le altre mm.18 (Pietro Romanelli, ”Not. Sc.” 1948, p. 263, n.44; M. Pallottino, “StEtr”, 21, 1951, p. 150, n.8).

[23] J. Heurgon, La vie quotidienne chez les Etrusques, Paris, 1961, p. 315 (nostra trad.) ; H. H. Scullard, Etruscan cities and Rome, London, 1967, p. 90 ; M. Torelli, Elogia tarquiniensia, Firenze, 1975, p. 142 sgg. ; T. J. Cornell, “JRS”, 68, 1978, p. 167; G. Colonna, op. cit., p. 153. Heurgon ha poi rigettato l’interpretazione, ed ha proposto di leggere Holcolnius (che, a suo avviso sarebbe la forma latinizzata del gentilizio etrusco tarquiniese Hulchnie, “ArchCl”, 21,1969, p. 88) alla prima riga, ed Hamilcar (nome cartaginese) alla quarta. Ma, come gli ha obiettato Colonna, “gli Ulchnie tarquiniesi latinizzarono il loro nome in Fulcinius, come è ora documentato dall’iscrizione etrusca di Musarna”(G. Colonna, op. cit. , p.153).

[24] La restituzione in “HAMAE” è stata già proposta da G. Colonna ( op. cit. , p. 155), ma con altre motivazioni, a nostro avviso non condivisibili.

[25] Tucidide, La guerra del Peloponneso, VIII, 101,3; Strabone, Geografia, IX, 5,19; XIII, 2.

[26] Plinio, Storia naturale, V, 124.

[27] Callino ed Eraclide Pontico, in Strabone, Geografia, XIII, 1, 47-48.

[28] M. Chiaramonte Treré, in Gli Etruschi di Tarquinia, a cura di M.Bonghi Jovino, Modena,  p. 185.

[29] Macrobio, Saturnali, I, 15, 19,

[30] Dionigi di Alicarnasso, op. cit. , V, 54; VIII, 49.

LA DIASPORA ETRUSCA

LA DISPORA ETRUSCA VERSO ORIENTE

 di

 Alberto Palmucci

 

CAPITOLO SESTO

 de

 LE ORIGINI DI TARQUINIA

 

Ristrutturato dai nn. 59 e 60 di

“Atti e memorie” (Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova);

Virgilio e Cori(n)to Tarquinia, Tarquinia, S.T.A.S. , 1998

 

 

GLI ETRUSCHI NEL MEDITERRANEO ORIENTALE  

1.    La diaspora etrusca

 

 Da un esame che abbiamo condotto sugli antecedenti mitologici della figura del Dardano virgiliano, è emerso che la regione attorno a Tarquinii e Corneto è stata il punto di partenza di una mitica migrazione etrusca verso oriente[1]. Abbiamo trattato l’argomento più volte in precedenti pubblicazioni, ma qui lo riprendiamo nelle sue linee essenziali.                     

Nel III sec. a.C.,  Mirsilo di Metimna raccontava che, molto tempo prima della guerra di Troia, gli Etruschi incorsero nelle ire divine per non avere sacrificato ai Cabiri o Grandi Dei, un decimo dei loro figli. Per tre generazioni patirono seccità e carestia finché, colpiti anche da altre calamità, lasciarono l’Etruria.

 

 Costoro, diceva Mirsilo, furono dunque i primi ad emigrare dall’Italia ed ad andare in Grecia ed in molte regioni dei barbari [...] e, nel corso dei loro spostamenti senza una meta fissa, assunsero il nome di Pelasgi (che vuol dire cicogne) a somiglianza degli uccelli chiamati pelargi, perché, come questi, essi migrano a stormo per la Grecia e per le regioni dei barbari. Essi innalzarono pure il cosiddetto muro Pelargico, cioè il muro di cinta che  circonda l’acropoli di Atene[2].

 

Secondo Erodoto (V sec.a.C.), i Pelasgi, emigrati ad Atene, innalzarono il muro di cinta della città, ma poi furono scacciati perché importunavano le donne. Allora essi andarono ad occupare altre terre fra cui le isole di Lemno, Imbro e Samotracia dove insegnarono agli abitanti del luogo la Religione dei Misteri[3]. Questa religione era dedita al culto dei Grandi Dei o Cabiri, quelle stesse divinità che i Pelasgi avevano venerato fin dal tempo in cui erano vissuti in Etruria[4].

 Secondo altre versioni, colui che aveva istituito a Samotracia la religione dei Misteri si chiamava Dardano (vedi cap. V, 1).

 Come si vede, nella mitologia greca, la stessa funzione era affidata una volta ai Pelasgi ed un’altra volta a Dardano. Così, non è assurdo pensare che Virgilio abbia recepito qualche versione, greca o etrusca che fosse, dove Dardano era ritenuto di origine pelasgica cioè etrusca.

 Si parlava, infatti, di presenze pelasgiche o tirrene (etrusche) nell’Asia Minore, in particolare nella Lidia, nella Misia, nella penisola Anatolica, nella Troade, e nelle isole di Samo, di Lesbo, di Lemno e di Imbro.

 Si raccontava pure che gli Etruschi avevano fondato Elimia ed Aiane in Macedonia, e che, nell’isola di Lesbo avevano fondato Metimna[5].

 Si credeva che Omero e Pitagora fossero etruschi, e che Omero fosse diventato cieco quando dall’Etruria si era recato ad Itaca, altro luogo dove si credeva fosse nato[6]. Ma cosa mai poteva aver fatto credere che Omero fosse nato in Etruria se non il fatto che si riteneva  che gli Etruschi fossero imparentati con i Troiani?

 Ma la notizia più interessante, ai nostri fini, è quella che fornisce il geografo greco Strabone. Egli racconta che

 

a Regisvilla (un porto sulla spiaggia a nord di Gravisca altro porto di Tarquinia), si trovava un tempo la reggia del re pelasgio Maleoto del quale, ancora oggi, si dice che, dopo aver governato in quel luogo sui connazionale Pelasgi, andò ad Atene”. “Questo re”, aggiunge Strabone, “apparteneva alla stessa tribù di quei Pelasgi che avevano fondato Cere”[7].

 

 Si tenga presente che, in altre fonti, Maleoto è indicato come un re Etrusco, emigrato in diverse parti della Grecia e delle Isole Egee, e ed è variamente chiamato anche Maleo e Malteo.

 Oltre Cere, anche Tarquinii (forse in riferimento a Corito-Corneto), secondo una delle versioni della sua origine, era stata fondata dai Pelasgi[8]; ed un suo porto, attiguo a Regisvilla, si chiamava Maltano, nome che richiama quello di  Malteo.

 Si dovette pertanto ritenere che il popolo di Maleoto avesse occupato almeno l’arco di territorio compreso fra Regisvilla, Corneto, Tarquinii e Cere.  Si tratta della stessa regione dove Virgilio poneva la città di Corito progenitrice dei Troiani,  ed il sacrario federale dedicato al dio Silvano dagli antichi Pelasgi. Silio Italico poi, fra Gravisca e Cere, porrà Corneto (cod. Corona) e la definirà “sede del Superbo Tarconte”.

 Non abbiamo elementi sufficienti per identificare senza residuo il Dardano virgiliano con il re etrusco pelasgico Maleo o Maleoto o Malteo. Tuttavia, il porto di Regisvilla, e verosimilmente quello di Maltano, posti entrambi sulla marina fra Corneto  e Vulci, si pongono come l’unico punto di partenza, a noi conosciuto, della mitica diaspora di quegli Etruschi Pelasgi che emigrarono ad Atene e a Samotracia dove introdussero la Religione dei Misteri, cioè il culto di quelle stesse divinità che Dardano introdusse a Samotracia e nella Troade. Queste stesse divinità, cioè i Penati di Troia, dopo la caduta della città, ordineranno ad Enea di esser ricondotte a Corito insieme ai reduci troiani.

Tagete, il divino fanciullo nato dalle zolle della terra dell’agro Tarquiniese, era figlio di Genio Gioviale ch’ era uno degli dèi Penati etruschi (vedi par. 3). Gli stessi Greci identificavano Tagete con Mercurio infero che era uno dei Grandi Dei della Religione dei Misteri di Samotracia; e forse non è un caso che si diceva che Tarquinio Prisco era esperto in questa religione[9].

 E’ verosimile che, nell’ambito del quadro mitico che abbiamo esamitato, Virgilio avesse recepito la leggenda che Dardano era nato a Corito; e mi sembra anche ragionevole trovare in questo quadro una conferma, se ce ne fosse bisogno, della identificazione della città di Corito con Corneto.

***

Strabone non dice dove avesse fatto sosta Maleo prima di fissarsi ad Atene; ma, in una diversa occasione, ci fa sapere che, secondo Eforo (III sec. a.C.), i Pelasgi invasero la Macedonia scacciandone i Fenici, e che a loro volta furono scacciati dai Mini e dagli Orcomeni che li spinsero verso Atene[10].

 Si tenga presente che si diceva pure che, in Macedonia, i tirreni Aiane ed Elimo avevano fondato rispettivamente le città di Aiane e di Elimia. Pausania, poi, riferì che ad Atene si narrava che i Pelasgi della città erano stati un popolo di stirpe sicula sbarcato dall’occidente in Acarnania[11].

 A grandi linee, le tappe della migrazione etrusco-pelasgica possono essere così ricostruite:

 

Regisvilla / Maltano ® Sicilia? ® Acarnania ® Macedonia (Aiane, Elimia) ® Beozia ® Atene ® Isole Egee (Lemno, Imbro, Lesbo, Milo, Samotracia, Creta, ecc.) ® Asia minore (Troade, Cizico, Chersoneso, Ascania, ecc.).

 

  1. 2.    L’iscrizione tirrenica della Stele di Lemno

 

Nel precedente paragrafo, abbiamo visto che si diceva che i Pelasgi  di Atene e delle isole di Samotracia, Lemno ed Imbro venivano dall’Etruria. E’ significativo, in proposito,  che l’alfabeto e il linguaggio in suo in queste isole erano molto simili a quelli degli Etruschi, come ha rivelato un’iscrizione ritenuta del VI sec. a.C., trovata su una stele funeraria dell’isola di Lemno, a Kaminia[12].

 E’ pure sorprendente che i Greci mantenevano il ricordo di un alfabeto “pelasgico” usato in Grecia prima di quello fenicio[13].

Il testo di Lemno è perfettamente leggibile perché redatto in un alfabeto simile a quello etrusco, con un sistema di sibilanti identico a quello dell’Etruria meridionale donde la tradizione faceva venire i tirreni di Atene e delle isole Egee. La scrittura, peraltro, fu praticata in Etruria  per la prima volta a Corneto e a Tarquinia durante gli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C.

 Michel Grass ha ipotizzato che nel  corso dell’VIII sec.a.C., alcuni etruschi, che da poco avevano acquisito l’alfabeto, si spinsero a navigare fino ad Atene dove assunsero il soprannome di Pelargi (cicogne); e da qui sciamarono nelle isole Egee e vi introdussero l’alfabeto[14].

 La teoria del Gras sull’origine dell’alfabeto lemnio è ragionevole. Ma la presenza dei Tirreni d’Italia nel Mediterraneo orientale potrebbe risalire ai tempi indicati dalle varie tradizioni di alternanti migrazioni dall’Etruria  verso oriente, e da oriente verso l’Etruria (Tirreni, Troiani, Pelasgi). Dalll’Etrusco e dal Lemnio è possibile rimontare ad una comune fase linguistica molto antica dalla quale si sarebbero poi differenziati la lingua parlata dai cosiddetti Pelasgi o Tirreni del mondo preellenico e quella parlata dagli Etruschi o Tirreni d’Italia. L’identicità del nome Tirreni data dai Greci ad entrambe le stirpi, potrebbe essere indicativa  della unicità linguistica e, forse, della unità di stirpe. E’ verosimile che i Greci, già dai loro primi contatti con gli Etruschi abbiano notato la somiglianza della lingua e di alcune divinità e costumi etruschi con quelli dei popoli preellenici dell’Egeo, ed abbiano ritenuto, a torto o a ragione, ma probabilmente a ragione, che gli uni e gli altri appartenessero ad un’unica stirpe e fossero stati protagonisti di scambievoli migrazioni.

 Sul piano storico, il vagare inquieto dei Tirreni nel Mediterraneo orientale potrebbe essere documentato dai geroglifici egizi dove si parla dei  Tursha. (Cfr. um. Turski; lat. E-truschi e Tusci; gr. Tyrsenoi?) che nel XIII e nel XII sec. a.C. tentarono d’invadere l’Egitto[15].

 

  1. 3.    I Pelasgi espulsi  da Lemno ed Imbro

 

  Secondo  Erodoto, gli abitanti di Atene erano gente pelasgica ellenizzata. Quando, poi, costoro si erano già ellenizzati, altri Pelasgi vennero a convivere con loro. Questi nuovi Pelasgi furono poi scacciati; così, dai piedi del monte Imetto, presso la città, dove si erano stabiliti, andarono ad occupare altre terre  fra cui le isole di Imbro e di Lemno, nel mar Egeo, e le città di Placia e Scilace sull’Ellesponto. Lo stesso Erodoto ci informa poi che nel 501 a.C., l’ateniese Milziade espulse i Pelasgi anche da Lemno ed Imbro[16].

Parte di questi Pelasgi andarono a stanziarsi nella penisola Caldicica dove abitavano altre genti barbare. In proposito, lo storico Tucidide, parlando delle città della penisola Calcidica, scrisse:

 

Esse sono abitate da vari popoli barbari bilingui e da una piccola minoranza calcidese, ma la maggioranza della popolazione è composta di Pelasgi discendenti da quei Tirreni che abitarono Lemno ed Atene. Vi sono inoltre Bisalti, Crestonesi ed Edoni sparpagliati in piccole cittadine[17].

 

Verosimilmente, l’ateniese Milziade, dopo aver espulso i Tirreni da Lemno, li aveva trasferiti nella Penisola Caldicica della quale era governatore.  

 

 

4. Erodoto e la lingua dei Pelasgi

 

Erodoto srisse:

 

Non potrei dire con esattezza quale lingua parlassero i Pelasgi, ma se consideriamo sia il linguaggio di coloro che ancora rimangano di quei Pelasgi che, sopra i Tirreni, abitano nella città di Crestona (ed un tempo abitavano nel paese che ora è chiamato Tessagliotide, accanto agli attuali Dori), sia il linguaggio di quei Pelasgi che, dopo aver abitato con gli Ateniesi, andarono a colonizzare le città di Placia e Scilace sull’Ellesponto, sia il linguaggio di tutte quelle altre città che furono pelasgiche e che poi cambiarono nome, dobbiamo dedurre che i Pelasgi parlavano una lingua barbara. Infatti, gli abitanti di Crestona parlano come quelli di Placia, ma entrambi parlano una lingua diversa da quella dei loro circonvicini. In tal modo, essi dimostrano di mantenere gelosamente il particolare linguaggio che portarono seco quando trasmigrarono nelle loro attuali sedi[18].

 

Come si vede, Erodoto, testimonia che le residue popolazioni pelasgiche dei suoi tempi (V sec. a.C.), come i Crestonesi della penisola Calcidica, provenenienti dalla Tessaglia,  e i Placiani dell’’Ellesponto, proveneinti da Atene, parlavano ancora una comune lingua barbara cioè diversa dal Greco.

 Oggi, noi sappiamo che quella lingua era simile all’Etrusco. Come mai, però, Erodoto dice che i Pelasgi di Crestona parlavano una lingua diversa da quella dei vicini Tirreni?

Storicamente, i Pelasgi di Lemno ed Imbro furono espulsi dalle loro isole verso la fine del VI sec.a.C.  A quel tempo essi parlavano ancora  una lingua simile all’Etrusco. Si trasferirono nella Penisola Calcidica, come afferma Tucidide; e, al tempo in cui Erodoto e Tucidide scrivevano, avevano evidentemente imparato a parlare Greco. Dunque, quando Erodoto diceva che, ai suoi tempi, la lingua dei Pelasgi di Crestona, che abitavano a nord dei Tirreni del suo tempo, era diversa da quella parlata dai loro circonvicini, intendeva contrapporre la lingua pelasgica parlata dai Crestonesi a quella greca parlata dai loro circonvicini compresi i Tirreni ellenizzati del suo tempo.

Dobbiamo rendere omaggio ad Erodoto per aver saputo cogliere l’unicità della lingua parlata da tutti i Pelasgi del mediterraneo orientale. Si diceva che quei Pelasgi fossero emigrati dall’Etruria; e oggi, dopo il ritrovamento della Stele di Lemno, noi sappiamo che la loro lingua era simile all’Etrusco. .

 

  1. 4.    Cortona in Dionigi di Alicarnasso

 

Alla fine del I sec. a. C., quando in Etruria si parlava ancora Etrusco, ma nel mondo greco non c’era ormai più chi parlasse la lingua pelasgica testimoniata da Erodoto quattro secoli prima, ci fu Dionigi di Alicarnasso che paradossalmente invocò proprio Erodoto per pretendere che il linguaggio dei Pelasgi dell’Egeo fosse stato radicalmente diverso da quella parlato dagli Etruschi. Egli fece questo discorso:

 

Sbagliano, tutti coloro che sono convinti che fra Tirreni e Pelasgi ci sia coincidenza ed unità di stirpe. Io penso che la stirpe non fosse la stessa per molti fattori, ma, soprattutto per la diversità delle loro lingue nelle quali non trovo alcuna persistenza di una base comune. D’altra parte, come scrive Erodoto, né i Crotoniati (!) né i Placiani, che pure parlano la stessa lingua, hanno comunanza di linguaggio con i rispettivi popoli circonvicini. E’ chiaro che essi conservano i caratteri della lingua che parlavano quando si trasferirono in queste regioni. E’ certo che qualcuno potrebbe meravigliarsi che mentre i Crotoniati (!) parlavano come i Placiani, che abitano vicino all’Ellesponto, perché erano entrambi di origine pelasgica, non parlino invece come i vicini Tirreni. Se, infatti dobbiamo assumere la comunanza delle origini come causa di quella dei linguaggi, si deve anche assumere che un’origine diversa comporti una diversità di linguaggio. Proprio in base a questi indizi, io sono convinto che i Pelasgi differiscano dai Tirreni. E’ forse più vicino al vero chi dice che i Tirreni non sono venuti da nessun luogo, ma sono un popolo autoctono[19].

 

 Che il nucleo originario della nazione etrusca sia stato autoctono  è verosimile; però Dionigi utilizzava l’argomento per sostenere che non c’era affinità fra gli Etruschi, che riteneva barbari autoctoni, e i Pelasgi d’Etruria e del bacino orientale del Mediterraneo, che riteneva di origine greca; e, a tal fine, sosteneva che Erodoto avesse rilevato che la lingua etrusca appartenesse ad un ceppo linguistico fondamentalmente  diverso da quello pelasgico. Noi sappiamo, invece, che proprio nell’isola di Lemno, ch’era abitata  da un popolo che si diceva pelasgico, sono state trovate alcune scritture della fine del VII sec.a.C., redatte in una lingua simile all’Etrusco (vedi par. 7). Faremmo, dunque torto ad Erodoto se pensassimo che egli avesse detto quel che Dionigi gli faceva dire. Il fatto è che Dionigi sosteneva indebitamente che Erodoto avesse parlato della presenza di Pelasgi in Italia, e li avesse situati a nord dei Tirreni (Etruschi) in una città umbra chiamata Crotone.

Come si può controllare nei testi sopra riportati, Erodono non menziona mai questa presunta Crotone, bensì la città di Crestona situata a nord dei Tirreni del mondo greco; e Tucidide specifica che i Crestonesi abitavano in Grecia accanto ai Tirreni della Penisola Calcidica. Dionigi non solo ha cambiato il nome di Crestona in Crotone, ma ha anche giocato sul fatto che i Greci chiamavano Tirreni sia alcune popolazioni barbare del bacino orientale del Mediterraneo sia gli Etruschi.

Questo fece il greco Dionigi per dimostrare che gli Etruschi erano barbari autoctoni, mentre i Romani, che allora dominavano il mondo, secondo lui, “erano greci”[20].

***

Ma una volta scambiati per gli umbri di Crotone, in Italia, gli abitanti della città greca di Crestona, che Erodoto diceva venuti dalla Tessaglia, Dionigi volle considerare d’origine tessala anche gli abitanti dell’umbra Crotone. Così fuse e rimpastò vecchie leggende narrate da Ellenico  e da Varrone; e, senza citare le fonti, scrisse un racconto secondo cui i Pelasgi dalla Tessaglia si spostarono  a Dodona, in Epiro, dove un oracolo ingiunse loro:

 

Affettatevi a raggiungere la saturnia terra dei Siculi, città degli Aborigeni, là dove ondeggia un’isola; fondetevi con quei popoli, ed inviate a Febo la decima e le teste al Cronide, ed al padre inviate un uomo.

 

I Pelasgi, dunque, s’imbarcarono per l’Italia ed andarono ad approdare sull’Adriatico in una delle bocche del fiume Po, chiamata Spina. Qui fondarono la città di Spina, poi si diressero verso l’interno e, superati gli Appennini, vennero a trovarsi sul versante tirrenico della penisola italica nella regione dove, secondo Dionigi, a quel tempo abitavano gli Umbri. Da qui, egli continua, si spinsero fino a Cotila, nel Lazio, dove trovarono la promessa isola che galleggia. Fatta amicizia con gli Aborigeni del luogo, li coadiuvarono nella guerra contro gli Umbri ai quali

 

con un attacco improvviso, presero Crotone, grande e prospera città umbra”.

 

Dionigi continua poi narrando che i Pelasgi decaddero, e che per questo motivo lasciarono l’Etruria per tornare verso oriente[21]. Egli aggiunge:

 

Il tempo in cui i Pelasgi incominciarono a decadere fu intorno alla seconda generazione prima della guerra di Troia e si protrasse oltre finché questo popolo si ridusse al minimo, ed eccetto Crotone, l’importante città degli Umbri, e qualche altro centro fondato nella terra degli Aborigeni, le altre città pelasgiche perirono. Crotone conservò tuttavia l’antica struttura fin quando, or non è molto, ha mutato nome e abitanti, è diventata colonia romana e si chiama Cortona”[22].

 

Come si può constatare, Dionigi manipola varie volte il testo di Erodono. Prima scambia i Tirreni ellenizzati della penisola Calcidica per i Tirreni d’Italia, poi scambia i Pelasgi della la città greca di Crestona, che Erodoto diceva venuti dalla Tessaglia, per gli abitanti  dell’umbra Crotone, infine elabora un racconto dove la notizia di Erodono di una migrazione pelasgica dalla Tessaglia a Crestona nella Calcidica diventa una migrazione di Pelasgi dalla Tessaglia in Italia nella città umbra di Crotone scambiata poi per Cortona. Non sappiamo davvero quale fiducia dare a questo racconto, tanto più che come vedremo subito esso risulterà essere una commistione di racconti già prodotti da Ellanico di Lesbo e da Varrone, visti attraverso l’errata lettura del testo di Erodoto.

E’ poi importante che nel V sec. a.C., quando Erodoto, secondo Dionigi, avrebbe menzionato  Cortona, questa era appena assunta a città, come lo indica  la mancanza di una necropoli unitaria fino al V secolo. E sarebbe strano che Erodoto avesse attribuito ad una città in formazione, o appena formata, eventi che si dicevano accaduti molte generazioni prima della guerra di Troia.

***

Cominciamo da Varrone. Non ne possediamo il testo, ma solo un frammento che dice:

 

I Pelasgi scacciati dalle loro sedi cercarono altre terre. I più si riunirono a Dodona; e, poiché erano incerti dove fissare la dimora,  ricevettero dall’oracolo questo responso:

Nella terra saturnia dei Siculi e degli Aborigeni cercate Cotila dove galleggia un’isola. Quando sarete giunti offrite la decima a Febo, e sacrificate teste ad Ade, ed un uomo a suo padre.

Avuto questo responso e, dopo molte peregrinazioni, sbarcarono nel Lazio dove scoprirono un’isola nata nel lago di Cutilia […]. Compresero che quella era la sede predetta, e , scacciati i Siculi che la abitavano, occuparono la regione”[23].

 

Come si vede, questo racconto è lo stesso di quello di Dionigi, però i Pelasgi non sbarcano sull’Adriatico bensì sul Tirreno. Manca inoltre Crotone.

Da altri frammenti apprendiamo che Varrone intendeva che i Pelasgi erano gli stessi Etruschi, e che passati in Etruria avevano fondato Cere[24].  Altre fonti ci dicono poi che i Pelasgi della Tessaglia avevano fondato Tarquinii[25] e Regisvilla[26] sulla spiaggia fra Tarquinii, Corneto e Vulci; da Regisvilla poi sarebbe partito il mitico ritorno o la mitica migrazione degli Etruschi-Pelasgi verso il bacino orientale del Mediterraneo[27].

***

 Chi, secondo Dionigi, aveva fatto approdare i Pelasgi sull’Adriatico era stato Ellanico di Lesbo (V sec. a.C.). 

 

Ellanico di Lesbo, scrive Dionigi, dice che i Tirreni prima si chiamavano Pelasgi e che assunsero il nome che ora hanno dopo essersi stanziati in Italia [...]. Egli dice che i Pelasgi, durante il regno di Nanas, figlio di Teutanide, furono scacciati dal loro paese dai Greci; e, lasciate le navi presso il fiume Spines (il Po), nel golfo Ionico, presero Crotone, una città posta al centro del territorio (gr. mesogenia); e, partiti di lì occuparono quella che noi oggi chiamiamo Tirrenia (Etruria)

 

Noi non escludiamo che Ellanico abbia fatto venire i Pelasgi in Italia, e occupare una città che sarebbe divenuta il centro del territorio colonizzabile. Ma, nella citazione fatta da Dionigi, quel che è sospetto è il nome di Crotone. Si tratta del nome di quella stessa Crotone o Cortona che Dionigi ha scambiato per quello della greca città di Crestona già da Erodono fatta meta di una migrazione pelasgica venuta dalla Tessaglia. Dionigi, dunque, potrebbe aver manipolato ad arte il testo di Ellanico per adattarlo alla propria particolare lettura di quello di Erodoto.

Purtroppo, non possediamo il testo di Ellanico per poterlo confrontare, come abbiamo fatto per quello di Erodoto, con ciò che Dionigi ne riferisce. Abbiamo però molti altri autori raffrontabili con Ellanico. Vediamo.

   Trogo Pompeo scrisse:

 

Fra gli Etruschi, Tarquinii fu fondata dai Tessali, e Spina fra gli Umbri[28].

 

Qui i due poli dell’asse pelasgico non sono Spina e Crotone, bensì Tarquinii e Spina; anzi sono in rapporto inverso e richiamano una tradizione autenticamente etrusca, riferita dall’etrusco Aulo Cecina, Verrio Flacco e Servio, secondo cui Tarconte, evidentemente da Tarquinii, ovvero da Corito-Corneto, varcò con l’esercito gli Appennini ed andò a fondare tutte le città della Padania (vedi cap. V, 5).

Come abbiamo detto, quel che nella parafrasi fatta  da Dionigi al testo di Ellanico non è affidabile  è proprio il nome di  Crotone o Cortona già da lui scambiato con quello della Crestona di Erodoto. Egli potrebbe, dunque, volutamente o meno averlo scambiato con qualche altro simile. Per esempio, con quello di Cortuosa o di Tegea-Corito (Corneto), fondata dai Pelasgi venuti dall’Arcadia (vedi cap. V,10). Queste luoghi, peraltro, erano tutti presso Tarquinii, anch’essa fondata dai Pelasgi venuti dalla Tessaglia.

 Quanto a Nanas, l’errante re pelasgio, figlio di Teutanide, durante il regno del quale, i Pelasgi sarebbero sbarcati a Spina, alla foce del Po, c’è da tener presente che, secondo Licofrone, un errante Nanos, identificato con Ulisse, andò ad approdare sulle coste dell’Etruria tirrenica dove Enea, perdonatolo, gli concesse “un po’ di mare e un po’ di terra”  (vedi capp. VII, 3; IX, 10). Elio Donato ci ricorda poi che Teutanide fondò Teuta (oggi Pisa) sul Mar Tirreno, e che gli abitanti della regione si chiamavano Teutani. La città sarebbe poi stata fondata anche da Tarconte[29]. Come abbiamo già detto, una autentica tradizione etrusca, diceva peraltro che Tarconte fondò tutte le città dell’Etruria, e che, varcato l’Appennino con l’esercito, fondò anche tutte le città della valle del Po.

Veniamo ora a Stefano Bizantino. Egli, alla voce Kyrtonios del suo dizionario di nomi di città, scrisse:

 

Kyrtonios (Cortona) città d’Italia, da Polibio libro III.

 

In effetti, lo storico greco Polibio (205-120 a.C.), nel III libro de Le Storie, in occasione della vittoria di Annibale sui Romani al Lago Trasimeno, aveva indicato, fra questo lago e Arezzo, una città chiamata Kyrtonios, che è l’esatta traslitterazione greca di Curtun, nome etrusco di Cortona.

Stefano, poi, alla voce Kroton del  suo stesso dizionario, elenca  tre città.

 

Una è Croton in Calabria, egli dice, l’altra è la metropoli dell’Etruria, ed una terza è pure in Italia.

 

Delle tre città, una  è in Calabria, e questa non crea problemi.

C’è poi un’altra Croton che Stefano pone genericamente “in Italia”, il cui nome richiama quello della città di Crotone, la stessa che Dionigi di Alicarnasso aveva posto in Umbria ed identificata con Cortona. Questa è pure la stessa che Stefano, altrove, ha parimenti definito “città d’Italia”, ed ha chiamato Kyrtonion (ch’era l’altra forma del nome greco di Cortona da lui trovata ne Le storie di Polibio). 

C’è infine un’altra Croton. E’ quella che Stefano chiama “Metropoli dell’Etruria”, che  vuol dire “città madre” oppure “capitale dell’Etruria”.

Noi non crediamo che anche stavolta Stefano possa riferirsi alla Crotone o Cortona di  Dionigi. Infatti, secondo Dionigi, Crotone o Cortona era umbra e tale rimase fin dopo la conquista romana. Secondo Stefano, invece, questa Crotone è in Etruria, non solo, ma ne è la capitale.  Evidentemente, per Stefano, una Croton è genericamente in Italia, e si tratta dell’umbra città di Crotone-Cortona di cui aveva parlato Dionigi; l’altra è in Etruria, e si tratta di quella di cui aveva parlato Ellanico.

Ricordiamo che nel V sec. a.C., quando Ellanico scriveva, Cortona era appena diventata città.

 Teniamo poi presente che Trogo Pompeo rispetto a Cortona privilegiava    Tarquinii, forse in riferimento a Cori(n)to-Corneto. Si può allora ipotizzare che la  vera Crotone di cui parlava Ellanico corrispondesse alla stessa città che Virgilio chiamava Corythus (Corneto). D’altra parte, la posizione storicamente assunta da Corneto e da Tarquinii alle origini del popolo etrusco ben si adatterebbe al ruolo che Ellanico affidava alla città da lui posta al centro del territorio dal quale si era irradiata la civiltà etrusca. 

***

 Abbiamo già visto come Dionigi dica che  Le città pelagiche decaddero tutte, e furono occupate da vari popoli confinanti, soprattutto etruschi. Ma, precisa Dionigi, Crotone non decadde; anzi, egli spiega, “questa ha conservato l’antica struttura fin quando, or non è molto, ha mutato nome e abitanti, è diventata colonia romana e si chiama Cortona”.

Ma Cortona, pur confinando con gli Umbri, era una città etrusca, abitata da gente che parlava e scriveva in Etrusco; e tale rimase anche quando i Romani la conquistarono. Dionigi, dunque, per poter sostenere che Erodoto avesse parlato di una città pelasgica di nome Crotone (che però era Crestona) sita a nord dei Tirreni d’Italia (che però erano i Tirreni della Grecia) dovette fare della etrusca  Cortona una città umbra posta fuori dei confini dell’Etruria.

Nella realtà, Cortona era una città etrusca del nord, di quella parte cioè dell’Etruria dove lo stesso Avieno, ch’era un etrusco, escludeva la presenza di Pelasgi (vedi cap. V, 10). E’ poi importante che, nel V sec. a.C., quando Erodoto ed Ellanico, secondo Dionigi, la avrebbero menzionata, la etrusca Cortona era appena assunta al ruolo di città. In precedenza, erano esistiti, sul territorio, villaggi sparsi, come è dimostrato dalla mancanza, fino al V secolo, di una necropoli unitaria. Sarebbe, dunque, strano che Erodoto ed Ellanico, vissuti entrambi nel V secolo, avessero attribuito a una città in formazione, o da poca costituita, avvenimenti mitici che sarebbero accaduti molte generazioni prima della guerra di Troia.

A questo punto c’è da portare un chiarimento. Giovanni Colonna ha  rilevato che la diaspora che dall’Italia disperse gli Etruschi per il mondo a cominciare da Atene dove assunsero il nome di Pelasgi, delineando un grandioso movimento da occidente verso oriente, costituisce il necessario precedente  concettuale della genesi etrusca dei Troiani cantata da Virgilio. Come i Pelasgi, così i Troiani dell’Eneide, dice Colonna, “in una visione incontestabilmente italicocentrica, divengono oriundi Italiani”. Egli poi   conclude che qualcuno dovette pensare che i futuri Troiani erano partiti “dall’Etruria e precisamente da Cortona”[30].

Ma le fonti mitostoriche non indicano che da Cortona sia mai partita una migrazione. L’unico punto di partenza, indicato dalle fonti, della mitica migrazione pelasgica dall’Etruria ad Atene e nel bacino orientale del Mediterraneo è il porto di Regisvilla che stava sulla spiaggia fra Tarquinia e Vulci, proprio in quell’Etruria meridionale dove gli stessi Etruschi sostenevano che i Pelasgi avessero coabitato con loro, e avessero fondato Tegea-Corito (vedi cap. V, 10). Si pensi che già dal VII secolo, quando Cortona, almeno come città, non esisteva ancora, nell’Etruria meridionale si rappresentavano, dipinte su vasi, le scene della presa di Troia e della fuga di Enea; e che agli inizi del V secolo si producevano addirittura scene di Enea che trasferiva i Penati di Troia nella nuova terra (vedi cap. VII, 4). Cortona non possiede documenti del genere, nemmeno prodotti dopo la sua fondazione.

Comunque, quella presunta Crotone o Cortona, di cui secondo Dionigi avrebbe parlato Erodoto ed Ellanico, sarebbe stata solo oggetto di una immigrazione di Pelasgi; e sembra addirittura  esclusa da ogni possibile tradizione di emigrazione pelasgica perché lo stesso Dionigi afferma che i Pelasgi abbandonarono poi tutte le città dell’Etruria, eccetto proprio Cortona che, a suo dire, rimase pelasgica fino alla conquista Romana. Nessuna fonte, dunque, nemmeno Dionigi di Alicarnasso, ha fatto mai partire da Cortona alcuna migrazione, né etrusca né pelasgica. 

 

[1]Strabone, Geografia, V, 2,8; Dionigi di Alicarnasso, Antichita Romane, I, 23-28; Pausania, La Grecia, 28, 14.

[2] Mirsilo di Metimna, in Dionigi di  Alicarnasso, op. cit., I, 23-28.

[3]Erodoto, Storie, II, 51.

[4] Ad Andania, nella Messenia, il culto dei Grandi Dei  era molto simile a quello di  Eleusi, Tebe, Lemno e Samotracia. I Misteri venivano celebrati in un bosco di cipressi detto Karnasios alsos (= bosco di cornioli) perché sacro ad Apollo Karneios, cioè Apollo Corniolo.

 E’ strano che il bosco  dove si celebravano i Misteri fosse un bosco di cipressi, ma si chiamasse Carnasio come fosse un bosco di cornioli (anche un bosco di cipressi presso la greca città di Corinto si chiamava Kraneion come fosse un bosco di cornioli). E’ probabile che in origine il luogo dove si celebravano i Misteri fosse stato un bosco di Cornioli, e che il nome fosse rimasto ad indicare ogni bosco dove si compiva il rito. Che sia questa l’origine del nome latino della città di Cornetum (bosco di cornioli) in Etruria? Sembra che in alcuni affreschi della necropoli della città siano rappresentati riti misterici.                

Nello specchio bronzeo, cosiddetto di Tuscanica perché trovato a Tuscania, ma prodotto a Tarquinia, si vede una divinità maschile nuda posta presso un cespuglio (di corniolo?) e recante in mano un ramo (di corniolo?). Sopra di essa è scritto Rathlth  tradotto come “colui che porta il ramo”, ed interpretato  come un epiteto di Apollo (Apollo Corniolo?) (vd. fig. …).

[5] Stefano di Bisanzio, De Urbibus, s.v. Elimia; Aiane; Metimna.

[6] Eraclide Pontico (III sec.a.C.), F.G.H., II, p. 222. Vedi A. Palmucci, Virgilio e Cori(n)to-Tarquinia, Tarquinia, 1998, pp. 196-198.

[7] Strabone, Geografia, V, 2, 8.

[8] Trogo Pompeo, Epitome di Giustino, XX, 1, 11: “In Tuscis Tarquinia a Tessalis et Spina in Umbris”.

[9] Macrobio, Saturnali, III, 4; Servio Danielino , Ad Verg. Aen. , II, 296.

[10] Strabone, op. cit. , IX, 2,2.

[11] Pausania, La Grecia, I, 38,3.

[12]J. Heurgon, A propos de l’inscription tyrrhenienne de Lemnos, “La parola del passato”, 1982, p.189 ; D. Mustilli, La necropoli tirrenia di Efestia, “ASAA”, 1932-1933; “BPI”, 43,1933, pp. 1329; L’occupazione ateniese di Lemno e gli scavi di Hephaistia, in Studi E. Ciacieri, 1940, p. 149; EAA, s.v. Efestia; K. Kilian, Zum italischen und griechischen Fibelhandwerk des 8 und 7 Jahrhunderts, in Hamburger Beitrage zur Archaologie, 3, 1, 1973, p. 29; M. Gras, Melanges offerts a J. Heurgon, Roma, 1976, p. 341 sgg.; Traffics tyrrheniens archaiques, Roma, 1985, pp. 615-651.

[13] Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, III, 67.

[14] M. Grass, op. u. cit., Roma, 1985, pp. 630-631.  

[15] A. Palmucci, Tarquinia e i Tirreni del mar Egeo, “BollSTAS”, 30, 2001, p. 31.

[16] Erodoto, op. cit. , VI, 140; Diodoro Siculo, op. cit., IX, 19,6.

[17] Erodoto, op. cit., I, 57; Tucidide, La guerra del Peloponneso,  IV, 109.

[18] Erodoto, op. cit., I, 57.

[19] Dionigi di Alicarnasso, op. cit., I, 30.

[20] Dionigi di Alic, , op. cit. , I, 5.

[21] Dionigi di Alic., op. cit., I, 17, 24. Egli narra la storia del ritorno dei Pelasgi dall’Etruria verso oriente, attribuendo loro, per esplicita ammissione, le stesse vicende che Mirsilo, nella sua Storia di Lesbo, aveva raccontato parlando dell’emigrazione degli Etruschi dalla loro terra ad Atene e nel bacino orientale del Mediterraneo (vedi par. 3). Evidentemente, Dionigi non disponeva di fonti che avvalorassero la sua posizione, e si vedeva costretto ad ammettere di aver attribuito ai suoi antietruschi Pelasgi gli stessi eventi che Mirsilo, tre secoli prima, aveva attribuito agli Etruschi.

[22] Dionigi di Alicarnasso, op. cit., I, 26.

[23] Macrobio, Saturnali, I, 7, 219.

[24] Servio, op. cit. , VIII, 603; Isidoro di Siviglia , Etimologie, IX, 2,74; Scholia Veronensia, ad Verg, Aen. X, 184.

[25] Trogo Pompeo, nella Epitome di Giustino, XX, 1,1.

[26] Strabone, Geografia, V, 2,2.

[27] Ibidem.

[28] Trogo Pompeo nella  Epitome di Giustino, 20, 1,11.

[29] Servio, op. cit., 10, 179.

[30] G. Colonna , “Archeologia classica”, 1980, p 8.

CORYTHUS TARQUINIA di A. Palmucci

  

TARQUINIA CORNETO CORITO

 di

 Alberto Palmucci

 

CAPITOLO QUINTO

 de

 LE ORIGINI DI TARQUINIA

 

Ripreso dai nn. 56; 58; 59 e 60 di

“Atti e Memorie” (Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova);

da Latina Didaxis, 1992 (Università di Genova);

dai nn. 24; 26 e 31 di “Aufidus” (Università di Bari);

da Anatolisch und Indogermanisch, 2001 (Università di Innsbruck);

da Virgilio e Cori(n)to Tarquinia, Tarquinia, S.T.A.S. , 1998

 

C O R I (N) T O

 

Nota preliminare. L’etrusca città di Corito e gli omonimi personaggi legati ad essa furono spesso chiamati anche Corinto (vedi nota)[1]. In questi casi di doppia forma noi scriveremo Cori(n)to.

 

1.    Dardano capostipite dei Troiani 

 

Omero, nell’Iliade, canta che Dardano, capostipite dei Troiani, era figlio di Giove, ed era nato in Frigia, alle pendici del monte Ida. Più tardi si disse, invece, che fosse nato a Samotracia o in Arcadia da Giove e dalla ninfa Elettra.

 Virgilio, infine, nell’Eneide, recepì una tradizione forse etrusca secondo cui Dardano era nato in una città etrusca chiamata Corito. Da qui Dardano era emigrato nell’isola di Samotracia ed in Asia minore dove i suoi nipoti fondarono Troia. In seguito, dopo che i Greci ebbero distrutto la città, Apollo e gli Dei Penati ordineranno ad Enea, che era un discendente di Dardano, di ricondurre i superstiti troiani in Italia, a Corito, perché questa era “l’antica madre (antiqua mater)” della stirpe troiana. In Italia, poi, secondo Virgilio, i discendenti di Enea fonderanno Roma[2].

 Al tempo del poeta, sotto l’impero di Augusto (fine I sec.a.C.), Roma era all’apice della potenza, perciò gli storici greci tendevano a sostenere che i Troiani, dai quali i Romani si vantavano di discendere, fossero di origine greca.  In opposizione a questa tendenza, Virgilio volle rivendicare l’originaria italicità del popolo romano; e, con ciò fece sua la tradizione che Dardano, capostipite di Troiani e Romani, era nato a Corito.

 In epoca molto antica, la parola Italia significava solo la punta estrema della penisola, poi comprese l’intera regione meridionale, e via via quella centrale e settentrionale, finché l’imperatore Augusto la estese a indicare tutta la penisola fino alle Alpi.

 Il poema che il mantovano Virgilio scrisse sul ritorno di Enea alla “Antica madre” italica dei Troiani si configura, pertanto, come la più antica espressione del sentimento di unità nazionale, e la etrusca città di Corito ne assume il ruolo di matrice in quanto progenitrice di Roma e del suo impero.

 Alcuni pensano che il poeta, per spirito nazionalistico nei riguardi dei Greci, possa aver inventato  che Dardano fosse nato a Corito in Etruria. Essi, conseguentemente, svalutatano la funzione che Virgilio, nelle vicende dell’Eneide, assegnava agli Etruschi ed alla città che egli chiamava Corito; e ritengono che, qualunque essa sia, abbia poca influenza nei riguardi della comprensione del poema. La cosa, invece, è di primaria importanza perché riguarda non solo la attendibilità di Virgilio, ma, come vedremo, sarà la chiave di comprensione di molti passi oscuri del poema. Il problema preliminare sarà, pertanto, quello di individuare quale fosse, nelle intenzioni del poeta, questa città. Secondo una antica tradizione, era Corneto (oggi Tarquinia).

 

2.    La tradizione filocornetana

    Paolo Perugino (1280 ? – 1348) scrisse in latino un trattato di mitologia chiamato Collectiones, purtroppo perduto. Ce ne rimangono, però, alcuni frammenti inseriti nell’opera latina Genealogie deorum gentilium, di Giovanni Boccaccia (1313-1375). Questi riferiva:

Secondo quanto afferma Paolo Perugino, risulta che Dardano fu figlio del re Corito, al quale era simile anche nel carattere, e della moglie Elettra, ma che per nobilitarne la posterità fu attribuito a Giove. Infatti, fu uomo religioso e mite, come diceva lo stesso Paolo. Ebbe per fratello Iasio, anche se ci sono quelli che vi aggiungono Italo, Sicano e la sorella Candavia. Al re Corito apparteneva la sola città di Corito, così chiamata dal suo nome, ed era quella che oggi, secondo il parere di Paolo, è chiamata volgarmente Corneto (oggi Tarquinia) per l’aggiunta di alcune lettere. Per questo motivo, alla sua morte, i fratelli più grandi d’età, cioè Dardano e Iasio, si contesero la successione, per cui, spinto dall’ira, Dardano che era di minore età, uccise Iasio. Vedendo che i cittadini erano turbati da questo fatto, Dardano con una parte del popolo salì su una nave e, dopo aver compiuto un lungo viaggio, approdò a Samotracia [...]. La qual cosa, secondo Eusebio, avvenne circa nel trecentocinquantesimo anno di Mosè, durante il regno di Steleno in Argo, nell’anno 3737 dalla creazione del mondo (la traduzione è nostra)[3].

 

 Il Boccaccio, negli ultimi anni della sua vita, tenne a Firenze una serie di Esposizioni sopra la Comedia di Dante, durante le quali tornò più volte sull’identificazione di Corito con Corneto. Vediamone gli argomenti.

 Nel quarto canto dell’Inferno, Dante racconta d’aver visto le anime di quegli antichi personaggi pagani che, per la mancanza del battesimo cristiano, non erano stati accolti in paradiso. Quelle anime si trovano in un luogo alto e distinto, una specie di limbo, e  provano sofferenza solo per la mancanza della vista di Dio. Fra costoro, dice l’Alighieri, “

I’ vidi Elettra con molti compagni,

 tra’ quai conobbi Ettor ed Enea, 

Cesare armato con gli occhi grifagni”[4].

 

 Il Boccaccio spiega che

Elettra, questa della quale qui si dee credere che l’autore intenda [...], maritata fu in Corito, città, o vero castello, non guari lontano a Roma [...]. E fu costei moglie di Corito, re della sopradetta città di Corito, la quale estimo da lui dinominata fosse. E sono di quegli che vogliono questo Corito essere quella terra la quale noi oggi chiamiamo Corneto; e a questa intenzione forse agevolmente s’adatterebbe il nome, per ciò che, aggiunta una “n” al nome di Corito, farà Cornito: e queste addizioni, diminuzioni e permutazioni di lettere essere ne’ nomi antichi fatte sovente si truovano.

  Come si vede, il Boccaccio presenta l’identificazione della Corito virgiliana con Corneto (oggi Tarquinia) come autentica tradizione, mentre adduce la correlazione etimologica fra le due denominazioni della stessa città solo come confacente possibilità.

 Essendo dunque Elettra, continua il Boccaccio,

come detto è, “moglie” di Corito re, gli partorì tre figlioli, Dardano e Iasio e Italo, né altro di lei mi ricordo aver letto giammai che memorabile sia [...]. E il credere che Dardano fosse stato figliuol di Giove nacque da questo: che, essendo morto Corito, e, per la successione del regno nata quistione tra Dardano e Iasio, avvenne che Dardano uccise Iasio; di che vedendo egli i suditi turbati, prese le navi e parte del popolo suo, e, da Corito, partitosi, dopo alcune altre stanzie, pervenne in Frigia, provincia della minore Asia, dove un re chiamato Tantalo regnava[5]; dal quale in parte del reggimento ricevuto, fece una città la quale nominò Dardania e a’ suoi cittadini diede ottime e laudevoli leggi: ed essendo umano e benigno uomo e giustissimo, estimarono quegli cotali lui non essere stato figliuolo d’uomo, ma di Giove[...]. E regnò questo Dardano, secondo che scrive Eusebio in Libro Temporum, a’ tempi di Moisè, regnando in Argo Steleno; e in Frigia pervenne l’anno del mondo IIICCCXXXVII (3737)”.

  Nel proseguo del poema, Dante nominerà due volte Corneto[6]. Nella seconda occasione, il Boccaccio ribadisce:

Corneto, il quale è un castello alla marina, non molte miglia lontano a Viterbo, il quale alcuni credono che già fosse chiamato Corito e fosse la città patria di Dardano, re di Troia”.

  Una traccia della tradizionale identificazione potrebbe trovarsi nei Documenti Amiatini. Si tratta di atti notarili registrati negli anni 1004, 1005 e 1118, dove in luogo di Cornetus/Cornetum appare per nove volte la forma Corgitus/Corgetu[7]. Un omonimo fundum Corgitellum, presso Corneto, è menzionato anche nella Bolla del Papa Leone IV a Virobono vescovo di Tuscania dell’anno 852.

 Nel 1224, è documentata la variante *Crugentus[8].

 In totale, il caso si ripete per undici volte in documenti diversi redatti in anni e secoli diversi. Perciò non dovrebbe essere dovuto ad errori di amanuensi. Si può pensare ad una forma grafica in cui la y di Corythus/Corynthus sia stata trattata come un suono consonantico.

 Devo al compianto amico Francesco Della Corte il suggerimento dell’eventuale trasformazione di Corythus in Corjitus, Corigitus, Corgitus[9]

  L’identificazione di Corito con Corneto è stata riconosciuta fino ad oltre il Medio Evo ed il Rinascimento, attraverso vari autori fra cui Filippo da Bergamo, Lorenzo Vitelli, Francesco Berlinghieri, Calepino, Leandro Alberti, Filippo Veruti, Luca Olstenio, Muzio Polidori, Valesio, Vincenzo Annovazzi, nonché da una documentazione varia fra cui un breviario agostiniano del 1454.   

 Negli ultimi anni del quindicesimo secolo, Annio da Viterbo, ha seguito l’identificazione di Corito con Corneto, usando gli stessi argomenti del Boccaccio[10]. Ma la sua collaterale attività di geniale falsario di documenti, ha dato appiglio, nei secoli futuri, a discreditare l’identificazione. 

 Nel ventesimo secolo, la tradizione è stata ripresa da Andrea Donati (1933)[11], dall’inglese Colin Hardie (1964)[12], dall’americano A. G. Mckay (1970)[13], dall’inglese  Nicola Horsfall (1973; 1976)[14], da Bruno Blasi (1979)[15] e da Ludovico Magrini (1985)[16].

 Dal canto nostro, noi abbiamo assunto la testimonianza del Boccaccio come ipotesi di lavoro, e, al fine di verificarne la validità, abbiamo condotto una lunga ricerca, durante la quale abbiamo riletto il poema e gli antichi commenti d’epoca romana, siamo andati a scandagliare gli antecedenti mitologici delle figure di Corito e di Dardano, e abbiamo confrontato miti, leggende e la stessa Eneide con i ritrovamenti archeologici. I risultati sono stati via pubblicati nei numerosi lavori elencati a pagina cinque. In essi abbiamo riproposto la tradizione medioevale perché l’abbiamo trovata in linea con gli antichi commenti di epoca romana, coerente con l’universo mitologico e con la geografia dell’Eneide, e produttiva per la comprensione di  alcuni passi oscuri del poema.

 

4.    Antecedenti mitostorici dell’Eneide

 Nell’Eneide, Virgilio narra che, dopo la  distruzione di Troia, l’oracolo di Apollo e gli dèi Penati ordinarono ad Enea, che era un discendente di Dardano, di ricondurre i superstiti troiani alla “antica madre” della stirpe, cioè in Italia, nella “etrusca sede di Corito” donde era partito il capostipite Dardano.

 Al particolare ritorno di Enea a Corito, ordinato dagli dèi ai Troiani, fanno riscontro, in sede di mitologia previrgiliana, alcune tradizioni secondo le quali Enea andò ad approdare in Etruria alla foce del Linceo.

 Questo sconosciuto fiume, come vedremo (vedi par. 6) è identificabile con il Mignone che sfocia a sud della odierna Tarquinia.

 Qui arriverà pure Ulisse che, dopo aver chiesto perdono ad Enea, unirà il proprio esercito al suo. Ad Enea si uniranno anche i fratelli Tarconte e Tirreno; e tutti insieme abiteranno in Etruria. Poi, Enea, dall’Etruria, andrà a colonizzare le terre latine[17].

Sul piano archeologico, la maggior parte delle pitture vascolari greche (VI-V sec.a.C.) raffiguranti Enea che fugge da Troia, è stata trovata proprio in Etruria (a Vulci, Tarquinia e Cere).

 Gli Etruschi, a loro volta, svilupparono una propria produzione  di anelli, vasi  e statuette votive raffiguranti Enea che lascia Troia. I manufatti etruschi sono contemporanei o di poco posteriori a quelli greci; e, in un caso, sono addirittura più antichi e più significativi. Su un vaso di Vulci, ma soprattutto su un anello etrusco proveniente verosimilmente da Tarquinia, è raffigurato Enea che  trasferisce nella nuova terra, assieme alla propria famiglia, il cesto contenente le statuette degli dèi  Penati.

  Virgilio, nell’Eneide, sposterà l’approdo di Enea dalla foce del fiume etrusco Linceo (il Mignone), a quella del “Tevere etrusco”, nel Lazio antico. Anche questo fiume, infatti, poteva essere definito etrusco  perché nasceva in Etruria, e scorreva sul confine con le terre  latine.

 Con ciò Virgilio si contraddiceva perché, in precedenza, aveva narrato che Apollo e gli dèi Penati avevano ingiunto ad Enea di tornare a Corito; e questa città, come vedremo, non era nel Lazio, bensì  in Etruria.

 Più coerentemente, Orazio, dopo la morte di Virgilio, canterà che i Troiani, per volere degli dèi, erano andati ad approdare in Etruria.

 Tutti gli argomenti di questo paragrafo verranno ripresi e sviluppati nel capitolo su La leggenda troiana in Etruria.

 

5.    I Tarquini discendenti di Enea

 Per Alcimo Siculo (IV-III sec.a.C.), la moglie etrusca di Enea si chiamava Tirrenia (sorella di Tarconte? ). Da lei nacque Romolo, da Romolo nacque Alba, e da Alba nacque Romo che fondò Roma[18].

 Secondo Plutarco (I sec.d.C.), Enea sposò una figlia di Telefo (quindi sorella di Tarconte e Tirreno), di nome Roma, che diede il nome alla città di Roma[19].

Ha qui origine una genealogia per cui i Tarquini saranno a volte considerati discendenti di Enea. Si parlerà, infatti, di un Silvio Tarquinio, figlio di Proca, e padre di Cidenus, fra i re di Alba, discendenti di Enea[20]. Questa parentela trova riscontro anche in Promatione (V sec.a.C.) e Plutarco secondo i quali i gemelli fondatori di Roma nacquero in casa di un crudele re di Alba chiamato Tarchezio (cioè Tarquinio)[21].

 Secondo il greco Promatione, avvenne che, nella reggia di Tarchezio, apparve un membro virile dinanzi al focolare, e vi rimase. Il re consultò l’oracolo di Teti, in Etruria; e l’oracolo rispose che una vergine doveva congiungersi con quell’apparizione perché dalla loro unione sarebbe nato un figlio molto famoso. Così Tarchezio ordinò alla propria figlia di congiungersi con il fallo del focolare. Lei, però, si fece nascostamente sostituire da una serva dalla quale nacquero due gemelli. Il tiranno, allora, li fece abbandonare sulla riva del Tevere dove però furono nutriti da una lupa e dagli uccelli finché un pastore li prese con sé. Divenuti adulti, i gemelli cacciarono Tarchezio e fondarono Roma.

Nella tradizione romana, il ruolo del tiranno di Alba nella cui reggia nascono i fondatori di Roma è assunto da Amulio, anche lui crudele come Tarchezio, e figlio di Proca come Silvio Tarquinio. Ed è significativo che nella versione romana più antica la ragazza che si congiunse col fallo mantiene un nome etrusco. Ella si chiamava Antho[22], ch’è un nome arcaico attestato solo a Tarquinia[23].

E’ interessante poi confrontare la nascita dei gemelli fondatori di Roma nella reggia di Tarchezio con quella della nascita di Servio Tullio nella reggia di Tarquinio Prisco re di Roma.

Accadde che, nella reggia di Tarquinio, una schiava di nome Ocrisia dovette  accoppiarsi con il fallo del focolare, e generò  un figlio che, per esser nato da una serva, fu chiamato Servio[24].

Secondo Cicerone, il bambino era nato in casa di Tarquinio “da una serva tarquiniese”[25]

 E’ evidente che la leggenda della nascita di Servio Tullio duplica quella dei gemelli fondatori di Roma. A sua volta, la leggenda dei gemelli che scacciano Tarchezio (un Tarquinio), e poi fondano Roma, dev’esser nata a seguito dell’espulsione dei Tarquini da Roma; però è anche verosimile che il tutto mascheri una sagra più antica dove il fondatore di Roma figurava figlio di un Tarquinio discendente di Enea.

 

6.    Tarconte, Tarquinii e insegne del potere

 Nella struttura narrativa dell’Eneide c’è una  contraddizione.

 Da un lato Virgilio dice che gli Dei impongono ai Troiani di tornare alla “antica madre”, cioè a Corito in Etruria, dall’altro egli fa poi approdare Enea nel Lazio alla foce del Tevere. Egli definiva, tuttavia, “etrusco” questo fiume perché nasceva in Etruria e ne segnava il confine con il Lazio antico (che a quel tempo era limitato alla valle della sponda sinistra del Tevere).

 Il poeta narra che Enea, nel cuore dell’estate del settino anno dopo la rovina di Troia, giunge sulla riva sinistra della foce del fiume, e pone il campo, ma incorre nella inimicizia dei Latini, dei Rutuli e degli Etruschi di Agilla-Cere (oggi Cerveteri), popoli indigeni che vorrebbero ricacciarlo in mare. Per questo motivo, l’eroe si reca a chiedere aiuto ad Evandro, re di un gruppo di Arcadi che dalla Grecia si era andato a stanziare sul colle Palatino, che è lo stesso luogo dove poi sorgerà Roma.

 Quando Enea giunge sul Palatino trova che Evandro è intento a celebrare la festa che Evandro stesso aveva istituito in onore di Ercole.

 A Roma, la festa verrà poi ripetuta il 12 Agosto di ogni anno.

Il re, il giorno dopo, 13 Agosto, indossa calzari etruschi[26], e fa presente ad Enea che le proprie forze militari sono esigue, ma che può ugualmente porlo a capo di un grande esercito.          

 Gli abitanti della città etrusca di Agilla-Cere, spiega Evandro, hanno scacciato il loro crudele tiranno Mezenzio. Questi si è rifugiato, nel Lazio antico, presso i Rutuli del re Turno. Perciò Tarconte, re della Federazione Etrusca, ha riunito l’esercito di tutte le città, e minaccia i Rutuli di guerra immediata se non gli consegnano Mezenzio perché venga punito.

 Tuttavia, dice Evandro, da un responso di aruspicina, Tarconte ha appreso che gli dèi vogliono ch’egli ceda il comando della Lega Etrusca ad un duce straniero. Allora, continua Evandro,

 

lo stesso Tarconte mi ha inviato gli ambasciatori e la corona del regno con lo scettro, ed ora mi affida le insegne perché mi rechi nel suo accampamento ad assumere il comando degli Etruschi[27].

  Evandro fa presente ad Enea di non poter accettare l’incarico a causa della propria vecchiaia, ma di volerlo delegare a lui, Enea. Così lo invita a recarsi da Tarconte, in Etruria, per assumere il comando della Federazione Etrusca.

***

Già in epoca romana, i commentatori dell’Eneide notarono che le insegne del potere consegnate dagli ambasciatori di Tarconte ad Evandro, re del Palatino di Roma, ricordavano quei fasci che erano stati trasportati dagli Etruschi a Roma [28].

Si raccontava,  infatti, che da Tarquinii, gli ambasciatori etruschi avevano portato a  Roma, e consegnato al re Tarquinio Prisco la corona d’oro, i fasci e le altre insegne del potere per riconoscerlo capo della Federazione Etrusca (vedi cap. VIII, 3; 5).

 Ma fermiamoci un momento sui rapporti mitostorici di Tarconte con Corneto, Tarquinii, Tagete e la Lega Etrusca.

 

7.    Tarconte, Corneto, Tarquinii, Tagete e la lega Etrusca

Si narrava che  Tarconte avesse patria e sede a Corneto (vedi cap. 3). Egli sarebbe stato tanto saggio da esser nato con i capelli bianchi; e quando Tirreno, figlio di Ati re della Lidia, venne in Etruria, lo avrebbe incaricato di fondare dodici città fra cui Tarquinii che prese il suo nome[29].

Egli stesso avrebbe scritto nei Libri Tagetici d’essere un aruspice Etrusco istruito da  Tirreno venuto dalla Lidia in Etruria. Mentre, poi, egli diceva, arava la terra, da un solco più profondo emerse un divino fanciullo di nome Tagete (etr. Tarchies) che gli rivelò gli aspetti segreti dell’Aruspicina[30].

Si riteneva che Tagete fosse il figlio di Genio o Genio Gioviale[31], uno degli dèi Penati etruschi[32].

Alcune fonti chiamano Tarconte col nome di Tarquinio[33]. Altre specificano che quei fatti avvennero nel territorio di Tarquinii, e che, in quella occasione tutti i Lucumoni delle altre città convennero sul posto, ed ivi appresero da Tagete l’arte dell’aruspicina[34].

Il luogo era forse Cori(n)to-Corneto. Secondo Silio, infatti, fu questa la “sede di Tarconte” (vedi cap. 3); e, secondo Virgilio, fu questo il luogo dove l’eroe riunì i capi delle città etrusche (vedi par. 5). Emilio Peruzzi sostiene addirittura che il nome di Tagete, col quale i Greci chiamarono il divino Tarchies derivi da “Tegeate” che vuol dire colui che è di Tegea. Questo nome, come vedremo (vedi par. 8), equivale a Cori(n)to.

***

 Tarconte, secondo una diversa tradizione, era fratello di Tirreno, e figlio di Telefo[35], re della Misia, nato a Cori(n)to di Tegea in Arcadia, e figlio adottivo dell’omonimo re arcade Cori(n)to. Anche lui , o Telefo stesso, avrebbe fondato Tarquinii[36].

Telefo, si diceva, aveva tre figli: Tarconte, Tirreno ed Euripilo.

  Secondo quanto si deduce da  Elio Donato (III-IV sec.d.C.), egli li aveva avuti da Astioche, sorella di Priamo re di Troia[37].

Aulo Cecina (I sec. a. C.), scrittore etrusco, e Verrio Flacco, autore di una Storia degli Etruschi, scrissero che Tarconte poi varcò L’Appennino con l’esercito, occupò la pianura padana e vi fondò altre e dodici città fra cui Mantova che pose a capo delle altre[38]. Secondo Elio Donato (IV sec.d.C.), questo Tarconte era fratello di Tirreno[39].

  Dunque, il filone leggendario in cui Tarconte e Tirreno sono fratelli, e quindi figli di Telefo, re della Misia, (a sua volta nato a Corito in Arcadia, e “figlio” dell’omonimo re di Corito), non connette l’eroe alla fondazione di tutte e dodici le lucumonie etrusche, ma a quella della sola Tarquinii e, al più, delle città della pianura Padana. Ciò significa che fra le città d’Etruria, la sola Tarquinii poteva in qualche modo esser connessa al nome di Cori(n)to[40]. Ma a noi non può esser sempre chiaro quante volte, negli scrittori antichi, i toponimi di Corneto, Cori(n)to e Tarquinii fossero intercambiabili, soprattutto nei casi in cui entrava in gioco anche la figura di Demarato Corinto.

***

 Tarconte e Tarquinii (o Corneto che sia) venivano, comunque, posti all’origine della nazione etrusca. Massimo Pallottino osservava:

Se le notizie relative alla supremazia di uno degli antichi sovrani delle città etrusche non sono del tutto prive di fondamento, si può pensare ad una qualche forma particolare di stretti  rapporti fra i centri dell’Etruria meridionale in età arcaica, sotto l’egemonia di una o dell’altra città. La grande preminenza che ha Tarquinii nelle leggende primitive dell’Etruria può far pensare ad un periodo di egemonia tarquiniese. Più tardi questa antica unità potrebbe aver assunto il carattere di confederazione religiosa[41].

  Se confrontiamo i dati della tradizione letteraria  con la documentazione archeologica, troviamo corrispondenze di notevole significato. Il pianoro di Corneto e quello di Tarquinii presentano una ricchissima documentazione  risalente all’età del bronzo finale e a quella del primo ferro. L’importanza di questo periodo storico  s’incarna nella figura di Tarconte. Egli ha la sua sede a Corneto, ma fonda Tarquinii ed ogni altra città dell’Etruria e della Padania.

Il mito di Tagete rispecchia significativamente la posizione di preminenza che Tarconte e Tarquinii, o Corneto che sia, ebbero sull’Etruria, almeno nel periodo delle origini. Narra il mito, come abbiamo visto, che quando Tarconte trasse dalla terra il divino fanciullo, mandò grida di stupore tali che furono udite in tutta l’Etruria, e tutti i lucumoni convennero sul luogo  ed appresero l’arte dell’Aruspicina[42].

Il mito è esplicitamente ambientato nel territorio di Tarquinii, forse a Corneto, e riflette non solo il primato religioso e culturale della città sull’Etruria, ma anche la sua capacità aggregante nei riguardi degli altri popoli. Se a questo aggiungiamo che si diceva che Tarconte fondò tutte e dodici le città dell’Etruria, e che, conquistata militarmente la Padania, vi fondò altre e dodici città, allora dobbiamo dire che quel primato era anche militare e politico.

 Nell’Eneide, Tarconte agisce come re della Federazione Etrusca. Perciò, se nella stessa Eneide dovesse risultare che egli aveva radunato a Tarquinii (o a Corito che sia) l’esercito e la flotta federali, sarebbe non solo conforme al rapporto mitostorico che intercorre fra lui, Corneto, Tarquinii e la Lega, ma sarebbe anche in armonia con il ruolo che egli assume nel poema.

Anche Massimo Pallottino conveniva nel dire che presso il campo di Tarconte  dovrebbe immaginarsi Tarquinii[43].

            

8.    IL fiume Mignone e il “Campo” di Tarconte

  Enea, incitato dalle parole di Evandro, parte a cavallo, e si reca da Tarconte in Etruria. Virgilio racconta nei seguenti termini l’arrivo di Enea sul luogo  dove Tarconte aveva riunito l’esercito della Lega Etrusca:

Nei pressi del fresco fiume Caeritis (cioè il Mignone) si stende un grande luco  largamente sacro per il culto che i padri vi praticavano. Intorno, le colline formano una concava valle, e rinchiudono il bosco cingendolo con scuri abeti. E’ fama che quegli stessi Pelasgi, che un giorno occuparono per primi le terre Latine, consacrarono a Silvano, dio dei campi e del bestiame, sia il bosco che il giorno di festa. Non lontano da qui, Tarconte e gli Etruschi tenevano gli accampamenti, sicuri per la natura dei luoghi; e dall’alto del colle già si poteva vedere tutto l’esercito accampato nei vasti campi. Qui il padre Enea e la gioventù guerriera giungono e, stanchi, si curano dei cavalli e del proprio corpo[44].

 Elio Donato (IV sec.) e Servio (V sec.), i quali compendiavano l’segetica virgiliana di epoca romana, riferivano che esistevano fonti letterarie secondo le quali i vasti campi dov’era accampato l’esercito di Tarconte, si trovavano sulla sommità pianeggiante di un colle. La cosa, dicevano, poteva esser verificata di persona visitando il luogo dove la tradizione lo poneva[45].

Quanto al luco di Silvano, Servio riferisce che esso era “largamente sacro” perché “non lo era solo agli abitanti del luogo, ma anche ai confinanti”; e spiega che Silvano, oltre ad essere il dio dei campi e del bestiame, era anche simile al dio Pan al quale si attribuiva l’origine di tutte le cose[46].

Fauno, ovvero Pan,  era poi una delle forme che poteva assumere Vertumno, dio della Federazione Etrusca[47]; e non dovrebbe essere un caso che il dio presente sui graffiti di uno specchio etrusco assieme a Tarconte e  Tagete in una scena di chiaro ambiente tarquiniese[48]. Silvano era anche il dio che proteggeva i confini, e che veniva invocato per sancire i patti e i giuramenti[49].

 Per quel che riguarda il fiume Caeritiis, presso il quale erano il luco del dio e il colle pianeggiante dove la tradizione scritta e orale poneva il campo di Tarconte, sia Elio Donato che Servio sostenevano che il poeta intendeva riferirsi al Mignone (Caeritis amnis autem Minio dicit).  Donato specificava, poi, che il fiume si trovava a nord di Centumcellae (oggi Civitavecchia)[50], cioè fra Civitavecchia, Tarquinii e Corneto, sulla spiaggia dove in effetti sfocia.

 Esisteva, dunque, una tradizione confortata da fonti scritte secondo cui  il luco federale del dio Silvano, e la sommità pianeggiante della collina dov’era accampato Tarconte si trovavano lungo il fiume Mignone fra Corneto, Tarquinii e Civitavecchia. Ciò non tanto perché si prendesse per verità storica il racconto dell’Eneide, quanto perché  evidentemente si sapevano due cose: 

  • nella regione attorno alla foce del Mignone c’era il luco di Silvano, presso il quale fin dal tempo dei mitici Pelasgi si tenevano adunanze religiose;
  • sulla sommità pianeggiante dei vicini colli si accampavano i vari contingenti dell’esercito etrusco federale.

 Siamo al Centro della lega Etrusca, almeno per l’epoca arcaica. D’altra parte, si diceva che la sede di Tarconte, capo della Federazione, fosse proprio a Corneto.

Il Mignone è un corso d’acqua geograficamente poco rilevante, eppure nell’antichità fu il fiume etrusco più famoso, ed uno dei più conosciuti nel mondo[51]. E’ il solo fiume d’Etruria citato da Virgilio. Ma la menzione non sarebbe bastata a renderlo celebre se non fosse stata gravida di implicazioni storiche e mitiche.

Il motivo per cui scrittori e geografi antichi lo privilegiavano rispetto ad altri fiumi molto più grandi, era la sua vicinanza a Tarquinii, a Corneto (Corito) e al luco federale del dio pelasgico Silvano, nonché le connessioni mitostoriche con Tarconte, Enea ed Ulisse.

 Il fiume nasce dal Poggio di Coccia (612 m.s.m.), vicino ai Monti Sabatini, a nord-ovest dell’antico Lago Sabatino (oggi Bracciano) dal quale prese il nome la Tribù Sabatina alla quale apparteneva anche Mantova patria di Virgilio (si comprende la risonanza emotiva che la menzione di questo fiume poteva destare nel poeta).

 Scendendo verso il Mar Tirreno, il fiume passa a circa venti chilometri dalla antica Cere (oggi Cerveteri), poi piega a settentrione da dove aggira i Monti di Tolfa; infine, scorrendo fra questi monti e le colline di Tarquinii, va a sboccare nel mare a pochi chilometri da questa città, a metà strada con Civitavecchia (Centumcellae). Durante il periodo etrusco il corso mediano e finale del fiume apparteneva decisamente il territorio tarquiniese, ma l’alto corso segnava il confine fra lo Stato di Cere e quello di Tarquinia: da ciò la denominazione di fiume Caeritis (di Cere).

 Nel sedicesimo secolo, il fiume aveva ancora la doppia denominazione di Mignone e di Cerito. Lo testimonia Leandro Alberti (1479-1543) nella Descrittione di tutta Italia. Egli, dopo aver accennato a varie etimologie sul nome di Corneto, prosegue:

 Dicono che traesse questo nome di Corneto da Corito padre di Dardano e di Giasio…  Seguitando il lito sulla marina incontrasi poi il fiume Mignone da Vergilio nominato Minio… Fu talmente nominato da Glauco, per memoria di Minosse suo padre… Esce de i vicini monti, e dirittamente scendendo quivi mette capo alla marina; anche si nomina Cerito per uscire de i monti vicini a i Ceriti; di poi vedesi Città Vecchia… Seguitando poi il lito, vedesi il fiume Eri entrare nel mare, che penso sia quel fiume da Plinio nominato Caeretanus… Passato il detto fiume sopra il lito appare il monasterio di S. Severa, che pare una rocca[52].

 

 Dunque, l’dentificazione del virgiliano fiume con il Mignone, prodotta dagli antichi commenti all’Eneide di epoca romana, appare correttamente formulata sia per la posizione gegrafica che per la  doppia denominazione. Virgilio poteva averlo definito “di Cere” perchè nasceva in territorio cerita, ed il suo alto corso segnava il confine fra lo Stato di Cere e quello di Tarquinii, o perché, come testimonia l’Alberti, tale era l’effettivo altro nome del fiume, oppure per entrambe le motivazioni. Allo stesso modo, anche se il Tevere passava sotto i colli della antica Roma, Virgilio lo chiamava “fiume Etrusco”  perché nasceva in Etruria e ne segnava il confine con Roma.

D’altronde, poiché si diceva che da Tarquinii fossero state inviate a Roma le insegne del potere,  non deve destar meraviglia se anche per Virgilio il luogo donde Tarconte inviò sul Palatino di Roma le insegne del potere fu Tarquinii e, in particolare, Corithus, come egli chiama Cornetum che era la residenza ufficiale di Tarconte.

 Per quanto riguarda il dio Silvano, il cui luco era vicino all’accampamento di Tarconte, il suo culto è archeologicamente documentato a Tarquinii da vari reperti. 

 a) La iscrizione in etrusco del nome del dio presso una delle porte della città[53].

 b) Una statuetta votiva in bronzo, con dedica in etrusco, trovata nell’area urbana[54].

 c) Una statuetta votiva in bronzo con dedica a Selvans Canzate (III sec.a.C.)[55].

 N. B. A Cere, almeno finora, non esiste una documentazione del culto di Silvano (etr. Selvans) nella sua connotazione etrusca. Abbiamo solo una tarda iscrizione latina riferita ad un Silvano confuso con Marte (Silvanus Mars)[56], che non possiede certamente le caratteristiche dell’etrusco-pelasgico “dio dei campi e del bestiame” di cui parlava Virgilio[57].

           

8. Il monte e la città di Corito presso la foce del Mignone

 Virgilio continua raccontando così:

 E mentre in una regione profondamente diversa avvenivano queste cose”, la dea Giunone ritenne opportuno inviare Iride, la sua messaggera a Turno, re di Ardea, comandante dell’esercito nemico dei Troiani, per avvertirlo che Enea non solo si era recato sul colle Palatino a chiedere aiuto agli Arcadi di Evandro, ma che era anche giunto fino alla lontana città di Corito, in Etruria, a stringere alleanza con Tarconte[58].

 Già Elio Donato e Servio rilevarono che la regione che Virgilio aveva definito “profondamente diversa” era quella stessa in cui Enea si trovava sia mentre sul Palatino riceveva gli aiuti di Evandro, sia mentre in Etruria riceveva quelli di Tarconte e le armi di Venere.

 Secondo loro, poi, il fatto che Virgilio dice che il luogo dove si trovava Enea era “profondamente” diverso e lontano da Ardea prepara l’espressione che il poeta, come vedremo, userà subito dopo quando dirà: “Enea è penetrato fino alla lontana città di Corito ed arma un manipolo di Etruschi, agresti riuniti” [59].

 Per ora, è opportuno evidenziare che, in questo momento della vicenda, i due esegeti virgiliani non pongono Enea in una regione diversa e neppure più lontana da quella compresa fra il Palatino e il luco del dio Silvano, presso il quale Tarconte ha accampato l’esercito federale, cioè fra Roma e la foce del fiume che essi stessi chiamano Mignone. Qui finisce il viaggio di Enea in Etruria.

 Viorgilio presenta in questo modo il messaggio di Giunone a Turno.

La dea, per informare l’eroe sui movimenti e sulle intenzioni di Enea, e per incitarlo ad assalire subito il grosso dei Troiani rimasti alla foce del Tevere, “mandò dal cielo Iride all’audace Turno [...], la quale con la rosea bocca così parlò: o Turno, il corso del tempo ti ha spontaneamente portato ciò che speravi e che nessun dio avrebbe osato prometterti. Enea, lasciato l’accampamento, i compagni e la flotta, si è recato alla reggia di Evandro sul Palatino; né basta, è penetrato fino alla lontana città di Corito (extremas Corythi penetravit ad urbes) ed arma un manipolo di Etruschi, agresti riuniti. Perché indugi? Questo è il momento di preparare cavalli e cocchi. Rompi ogni indugio, ed assali l’insicuro accampamento”[60].

 E’ ovvio che Virgilio poneva la città di Corito nello stesso contesto geografico dove gli “agresti” etruschi si erano riuniti. “Agresti”, poi, qualifica gli Etruschi come fedeli di Silvano, “dio dei campi e dei boschi”.

Ma riportiamo il commento che l’antico mondo romano ci ha lasciato attraverso Elio Donato e Servio. Si tratta di quegli stessi autori per i quali Enea, in quell’occasione, si trovava presso il Mignone a ricevere gli aiuti da Tarconte (Donato è sottolineato):

 E’ PENETRATO FINO ALLA LONTANA CITTA’ DI CORITO, affinché sembrasse che Enea avesse percorso tutta l’Etruria.

DI CORITO (Corythi), poi, vuol dire del monte della Tuscia, il quale, come abbiamo detto, prese il nome dal re Corito con la cui moglie Giove concubì per cui nacque Dardano .

E’ PENETRATO e’ poi ben detto poiché prima (IX 1) Virgilio aveva detto che Enea stava agendo in un luogo profondamente lontano[61].

  Servio, dunque, spiegava che l’espressione “Città di Corito (Corythi Urbes)”, significava “città di monte Corito” in quanto  la città si trovava sull’omonimo monte che aveva preso il nome del re Corito padre di Dardano[62].

 Anche un’anonima e diversa nota di epoca romana all’Eneide spiega che:

 Corito è il monte (Corythus mons est)[63].

 Dal canto suo, Elio Donato spiega che dalle parole di Iride potrebbe sembrare che Enea, per penetrare fino alla lontana città di Corito, abbia  percorso tutta l’Etruria, ma che nei fatti l’eroe non è andato oltre la regione attorno al  campo di Tarconte, dove il monte e la città di Corito sono profondamente situati[64].

Riassumendo, Virgilio diceva che il campo di Tarconte era vicino al mare[65] e presso un fiume. Donato e Servio, ma particolarmente Servio, riferivano che esisteva una tradizione scritta secondo cui il “campo” di Tarconte era collocato esattamente sulla cima pianeggiante d’un colle, e che la cosa poteva esser controllata sul posto. Sia per Elio Donato che per Servio, questo luogo era vicino al fiume Mignone. Elio Donato, poi, specificava che il fiume scorreva al di là del porto di Centumcellae (Civitavecchia). In effetti, il Mignone sfocia sul mare fra Civitavecchia e l’odierna Tarquinia.

A quel tempo, ovviamente, si poteva andare di persona nella regione attorno alla foce del Mignone a visitare la sommità pianeggiante della collina dove le fonti scritte ponevano il campo di Tarconte; e si sapeva pure che in quella zona c’era, o una volta ci fosse stata, la mitica città di Corito. Verosimilmente, Servio traeva anche quest’ultima notizia da quelle stesse fonti orali e scritte.

***

Anche Paolo Perugino e Giovanni Boccaccio, i quali ci hanno testimoniato quel che l’alto medioevo aveva tramandato del mito di Dardano, affermarono, come abbiamo già riferito (vedi par. 2),  che “Corito [...] era quella città che oggi [...] si chiama volgarmente Corneto”. “E a questa intenzione”, argomentava il Boccaccio, “forse agevolmente s’adatterebbe il nome, per ciò che, aggiunta una “n” al nome di Corito, farà Cornito”.                             

 D’altra parte, riconoscere che Enea è arrivato fino a Corito, in Etruria, come gli dèi Penati gli avevano comandato, vuol dire risolvere la fondamentale dicotomia della struttura dell’Eneide. A torto si è creduto che Virgilio potesse aver ritenuto compiuto il ritorno di Enea alla antiqua mater con l’approdo dell’eroe alla foce del Tevere  “etrusco” nel Lazio vetus. La musa di Virgilio compiva subito un atto di riparazione: Enea, respinto dagli abitanti  del luogo, si reca a Corito per  ricevere l’aiuto di Tarconte, poi torna con lui, via mare, alla foce del Tevere, dove sconfigge i nemici.

Non si capisce perché Annibal Caro, nel 1564 abbia arbitrariamente tradotto: “Enea è giunto fine alla estreme città d’Etruria” trasmettendo così ad una miriade di pedissequi traduttori e commentatori vecchi e nuovi l’errata convinzione che la virgiliana città di Corito fosse altrove.

 

9.    Corito, 13 Agosto del settimo anno dopo la distruzione di Troia

 Dobbiamo ora tornare al momento in cui Enea si trova sul colle Palatino (Roma) per chiedere aiuto al re Evandro.

 Il re lo informa che Tarconte ha riunito esercito e flotta, e sta per portare la guerra proprio contro quegli stessi popoli che vorrebbero respingere Enea. Tuttavia, continua Evandro, gli dèi hanno comandato a Tarconte di cedere il comando ad un condottiero straniero. Tarconte, allora, lo ha offerto a lui, Evandro. Ma egli è troppo vecchio per assumere un impegno così gravoso. Tuttavia, egli dice, “io porrò te a capo di quell’esercito”, ed invita Enea a recarsi da Tarconte, in Etruia, per assumere il comando della Lega Etrusca.

 Intanto, mentre Enea è assorto ad ascoltare con gli occhi fissi al suolo, la dea Venere, madre dell’eroe, manda dal cielo, dice Virgilio, un segno positivo. Infatti,

un fulmine, lanciato a cielo sereno vibrò con fragore, e ad un tratto sembrò che tutto crollasse, e che nel cielo muggisse uno squillo di tromba etrusca”. Enea ed Evandro sollevano gli occhi, e vedono che nel cielo risplendono e risuonano le armi che Venere aveva promesso al figlio in caso di guerra[66].

  Il fulmine a cielo sereno, per gli Etruschi, era un segnale positivo; e lo squillo di tromba che si udiva nel cielo era il portento che annunciava l’inizio di un’epoca storica.

 Virgilio, dunque, presenta l’imminente ritorno di Enea a Corito, e l’imminente passaggio del comando della Lega Etrusca da Tarconte ad Enea, come un evento tale da determinare l’inizio di un’epoca storica; ed è significativo che il prodigio annunciatore avvenga nel cielo della futura Roma, come se i ruoli di Roma e di Corito fossero intercambiabili. E’ sul luogo della futura Roma che Venere mostra ad Enea le armi divine, però poi gliele consegnerà solo quando sarà arrivato a Corito.

 Il poeta canta che, una volta giunto Enea presso Tarconte,

 la madre Venere, bianca fra eteree nubi, scese portando i doni; e, appena vide il figlio che, allontanatosi dal tiepido fiume (Mignone), si era appartato nella valle remota, gli si presentò improvvisa e disse queste parole: Ecco i doni fabbricati dall’arte del mio sposo (Vulcano), che ti avevo promesso. Ora, non esitare, o figlio, a sfidare in battaglia i superbi Laurenti o il fiero Turno. Questo disse Venere, cercò l’abbraccio del figlio, e depose le armi splendenti sotto la quercia che stava di fronte[67].

  Allora, Enea ammira l’elmo e si sofferma a contemplare lo scudo sul quale il dio Vulcano aveva inciso la prefigurazione degli avvenimenti futuri della storia romana fino alla rappresentazione del trionfo che l’imperatore Augusto, discendente di Enea, celebrerà in Roma dal 13 al 15 Agosto del 29 a.C.

Su questa data, Virgilio fa cadere una coincidenza implicita, ma molto chiara per i contemporanei che conoscevano lo stato dei fatti e delle date. Vediamo.

Quando Enea, nel girono precedente il suo arrivo a Corito-Corneto,  si era recato da Evandro sul colle Palatino lo aveva trovato che stava celebrando una festa da lui stesso istituita  in onore di Ercole. A Roma, sul medesimo colle, se ne festeggerà la ricorrenza il 12 Agosto di ogni anno.

Virgilio immaginava, dunque, che Enea fosse tornato a Corito-Corneto il 13 Agosto del settimo anno dopo la distruzione di Troia[68], e che in quella stessa data, e proprio a Corito, dove aveva avuto inizio la stirpe di Augusto, l’eroe avesse contemplato, incisa sul proprio scudo, la scena del trionfo che il suo discendente celebrerà il 13 Agosto di undici secoli dopo.

 Enea è stupito, e non comprende il senso delle scene che ammira; ma quando poi, dice Virgilio, l’eroe imbraccia lo scudo e se lo impone sulle spalle, egli assume su di sé, consapevole o meno, la gloria e il destino dei suoi discendenti romani[69]. Corito-Corneto assume qui il ruolo di matrice (antiqua mater) etrusco-troiana dell’impero di Roma; e si comprende come il ritorno di Enea nel seno di questa mater possa essere stato segnato, proprio nel cielo del Palatino di Roma, dai prodigi annunciatori di una nuova epoca storica.           

 

 10. Venere guida Enea

Varrone, che visse prima di Virgilio, narrò che la dea Venere, sotto forma di stella aveva di volta in volta indicato ad Enea il cammino da seguire da Troia fino a Lavinio, nel Lazio antico, dove poi era sparita per indicare al figlio che quella era la meta[70].

 A sua volta, Virgilio racconta che, durante la distruzione di Troia, Venere, nel suo autentico aspetto, si presentò ad Enea per invitarlo a raccogliere i Troiani superstiti e a guidarli alla volta una nuova patria, poi assunse l’aspetto di stella (stella di Venere) e si diresse verso il monte Ida per indicare che quello era il primo luogo dove l’eroe si doveva recare. In seguito, durante le vicende dell’Eneide, Venere avrà vari contatti con il figlio, ma non gli apparirà più nel suo aspetto di madre. Il figlio potrà rivederla e riabbracciarla materialmente solo quando sarà tornato nel seno dell’ antiqua mater della stirpe, cioè a Corito-Corneto.

 Diversamente da Varrone, il poeta spedisce Enea a Corito dove la madre riapparirà all’eroe, e sarà per l’ultima volta[71]. Verosimilmente, Virgilio alludeva ad una tradizione etrusca dove Corito-Corneto era stata la meta verso la quale Venere aveva guidato i profughi Troiani.

 In proposito, particolare significato assume uno specchio etrusco del III sec. a. C. trovato in una tomba della necropoli posta sul colle della odierna Tarquinia, e conservato nel Museo Nazionale della città[72]. Sullo specchio è graffita la scena dell’Iliade di Omero nella quale Venere interviene a salvare Enea che sta per essere ucciso in duello da Diomede[73]. Nell’Eneide, Virgilio fa dire a Giove che, in quella occasione, egli aveva concesso a Venere di salvare il figlio solo perché costui era predestinato a condurre in Italia i profughi troiani[74]. E’ probabile che  il poeta avesse adattato alla gloria di Roma, una tradizione dove L’Etruria, e nel caso specifico Corito, era stata la meta della migrazione troiana.

 M. J. Gagé si chiedeva perplesso quale valore avessero per Virgilio gli Etruschi, e perché mai il poeta avesse fatto scegliere a Venere una qualunque valle d’Etruria per consegnare ad Enea le armi fatali, e non lo avesse fatto, invece, in altro luogo più adatto alla gloria di Roma, come poteva essere, per esempio, il colle Palatino o la spiaggia di Laurento[75].

 La perplessità del Gagé e quella di altri era dovuta al fatto che costoro identificavano erroneamente Corito con Cortona, in provincia di Arezzo, che è fuori dal raggio di azione del viaggio di Enea in Etruria. Ma se, in linea con gli antichi commenti all’Eneide di epoca romana, si riconosce che il monte e la città di Corito (Corneto) erano nei pressi della foce del Mignone, allora si comprende che in nessun altro luogo meglio che a Corito-Corneto, antiqua mater di Troiani e Romani, Venere avrebbe potuto consegnare al figlio le armi divine fra cui lo scudo istoriato con il futuro destino di Roma che l’eroe assume per sé sulle spalle. Corito-Corneto diviene la matrice da cui promana l’impero di Roma. E’ opportuno rimarcare  che la città di Corito assume questo ruolo solo se identificata con Corneto.

 

10.  Tegea-Corito in Etruria meridionale, e i Pelasgi d’Arcadia

  Nella tradizione greca, Tarconte, il fondatore di Tarquinii, era figlio di Telefo. Questi, a sua volta, era figlio di Ercole, ma era stato adottato da Cori(n)to re dell’omonimo demo di Tegea in Arcadia.

 Si riteneva pure che i Pelasgi, venuti dall’Arcadia, si fossero andati a stanziare nell’Etruria meridionale, secondo una divisione che localizzava a nord gli Etruschi, e a sud gli Etruschi misti ai Pelasgi emigrati dall’Arcadia[76]. La tradizione è documentata per la prima volta da Scimno di Chio (IV sec.a.C.) e fu seguita da  Dionisio Periegete, Prisciano, Avieno, Niceforo ed Eustazio.

 Riportiamo Avieno (IV sec.) perché era un etrusco di Vulsinii. Egli dice:

prima v’è la gente degli antichi Tirreni, poi la schiera pelasgia occupa i campi itali; essa una volta dal paese di Cillene (Arcadia), si recò agli stretti del golfo Esperio (mar Tirreno).

 Particolare rilievo assume poi uno scolio di Probo alle Georgiche di Virgilio, nel quale si dice che gli Arcadi avevano fondato in Etruria la città di Tegea, omonima della città e della regione arcade in Grecia[77].

 Noi sappiamo che si diceva che Tarconte fosse figlio di Telefo, e che questo a sua volta fosse figlio di Cori(n)to re di Cori(n)to di  Tegea. Abbiamo anche notato che le fonti che documentano questa particolare tradizione connettono Tarconte alla fondazione della sola Tarquinii e non anche a quella di altre città (vedi par. 3).

 Sia Corneto che Tarquinii si trovavano in quella stessa Etruria meridionale dove si diceva che fossero venuti i Pelasgi dell’Arcadia, e vi avessero fondato Tegea. Noi, quindi, possiamo pensare che il nome di questa sconosciuta etrusca città di Tegea sia stata una variante erudita con la quale  alcuni potevano riferirsi a  Cori(n)to, cioè a Corneto. Emilio Peruzzi sostiene, infatti  che il nome di Tagete, col quale i Greci chiamarono il divino Tarchies, nato nell’agro tarquiniese – a Cori(n)to? – derivi da “Tegeate” che vuol dire colui che è di Tegea (Corinto?)[78].

                                                                    

11.  Corinto, Corito, Corneto e Tarquinii

 Corinton, uno dei figli di Priamo, era chiamato anche Chorithon e Gorgythion. Anche la città greca di Corinthos, in due menzioni, fu chiamata Choritus come la omonima città etrusca di Corythus. La doppia forma del nome delle due città dovette creare qualche confusione. Isidoro di Siviglia confuse la città etrusca di Corythus/Chorinthus con la greca Corinthos/Choritus al punto che sostenne che Dardano veniva dalla Grecia, e precisamente da Corinto[79].

Analoghe oscillazioni sono riscontrabili nella lingua etrusca, per esempio nelle varie forme del nome di persona Arath, Aranth,  ArnthAr(n)thna e Arnath (lat. Arruns = Arunte).

Secondo la tradizione, il greco Demarato, della stirpe regale dei Bacchiadi discendenti di Ercole, condusse una colonia da Corinto a Tarquinii dove sposò una nobildonna. Strabone diceva che costui divenne re della città che lo ospitò. e che suo figlio Lucumone, nato nella città, divenne anche re di Roma con il nome di Tarquinio[80].

 E’ possibile che i profughi emigrati da Corinto nel Tarquiniese abbiano lasciato il nome di Cori(n)thus ad un arcaico centro del colle che noi conosciamo con il nome greco di Kyrnìata (lat. Corneta), e con le forme latine medioevali di Cornietum, Cornetum, Corgnitus, Corgitus (da Corythus, come Chorithon da Gorgythion?) e Crugentus (da Corynthus?)[81].

 Viceversa, Cori(n)thus potrebbe essere stata una originaria forma etrusca con la quale veniva denominata Corneto[82].  

 

12.  Tarquinio nato a Corinto

 L’etrusca città di Corito e gli omonimi personaggi legati ad essa furono spesso chiamati anche Corinto (vedi nota nr. 1).

Consideriamo ora quel che racconta Valerio Massimo (I sec.a.C.-I sec.d.C). Egli dice:

Fu la fortuna che spinse Tarquinio ad impadronirsi del potere in Roma: straniero in quanto [exactu?], più straniero in quanto nato a Corinto (ortum Corintho), da rifiutare con disprezzo in quanto nato da un mercante, da doversene vergognare in quanto era anche nato dall’esule padre Demarato (quod etiam exule Demarato natum patre). Ciononostante [...], con le sue preclare virtù fece in modo che Roma non si pentisse di aver scelto il suo re tra i popoli confinanti (a finitimis) piuttosto che fra i suoi cittadini[83].

  Valerio dice che Tarquinio è nato a Corinto. Tuttavia, noi sappiamo che la tradizione era concorde nel dire che Tarquinio Prisco era nato a Tarquinii da una nobildonna della città che aveva sposato il corinzio Demarato. Valerio, inoltre, specifica che Tarquinio è “nato dall’esule padre Demarcato”. Ora, Demarato non era esule a Corinto, in Grecia, ma a Tarquinii. Si tenga presente che, in altre fonti, Corinthus è attestato come una diversa forma del nome della etrusca città che Virgilio chiama Corythus (Corneto presso Tarquinii), e che una glossa  dice esplicitamente Corinthus Etruriae (= Corinto d’Etruria) per distinguere la città etrusca dalla omonima città greca (vedi par. …). Inoltre, Valerio afferma che i Romani non si pentirono di aver scelto il loro re fra i popoli confinanti. Ciò dovrebbe voler dire che il loro re non proveniva dalla città greca chiamata Corinto, ma dalla omonima città etrusca.

                  

13.  Schema delle presenze del nome di Cori(n)to nelle leggende

riguardanti Tarquinii e Corneto.

 

Cory(n)thos, troiano, figlio di Paride, fondatore della omonima città etrusca.

Cory(n)thus, re di Cory(n)tus, padre di Dardano capostipite dei Troiani e                dei Romani.

Dardano, figlio di Cori(n)thus  fondatore della omonima città etrusca .

Tarconte risiede a Corneto Cory(n)thus e fonda Tarquinii; egli è figlio di Telefo, re della Misia, a sua volta  figlio adottivo del re arcade Cory(n)thos.

Demarato Corinthius, re di Tarquinii, capostipite dei Tarquini romani.

Demarato  proviene dalla città greca di Corinthos detta anche Choritus.

 

14.  La strategia di Virgilio.

 Nell’Eneide, attraverso la visione finalistica del ritorno di Enea all’ antiqua mater dove l’eroe avrebbe posto le basi della futura grandezza di Roma, l’intenzione di Virgilio fu di rivendicare, dinanzi al panellenismo imperante, l’originaria italicità dei Troiani e dei loro discendenti romani. Con questo fine, il poeta era andato a riesumare e a ristrutturare miti e leggende di coloro che venivano considerati i più antichi abitanti della penisola Italica. Il nucleo originario degli Etruschi (vedi i Rasenna di Dionigi di Alicarnasso), anteriore alle migrazioni microasiatiche e greche, era  fra i pochi che in Italia potessero vantare di aver dimorato sul proprio suolo fin dall’origine della stirpe. Il mito di Tarchies-Tagete, il fanciullo divino, figlio della terra e di Genio (uno degli dèi Penati)[84], emerso dalle profondità del solco tracciato dall’aratro di Tarconte, doveva essere l’espressione di quel nucleo primitivo simboleggiato appunto dal fanciullo che nasce dalle zolle della propria terra.

Tarquinii, o comunque Corneto, era la città adatta ai fini di Virgilio. Dal porto di Regisvilla (fra Corneto e Vulci) era partita la mitica migrazione di quegli Etruschi-Pelasgi che indrodussero ad Atene e a Samotracia il culto dei Grandi Dei: quegli stessi Dei che l’etrusco Dardano da Samotrocia condurrà nella Troade, ed Enea riporterà in Italia (vedi cap. VI, 1).

 Solo riferendosi agli Etruschi, e a Tarquinii e Corneto in particolare, Virgilio poteva recepire e riplasmare una leggenda che, in qualche modo, anteponesse, nella storia, un popolo italico a quello troiano. Ma rivendicare la discendenza etrusco-troiana dei Romani, implicava riconoscere l’apporto degli Etruschi, e soprattutto dei Tarquini, alla formazione dell’etnos originario di Roma.

 Tarquinii era stata anche la grande nemica di Roma durante il IV ed il III secolo avanti Cristo; e ancora durante l’impero, a distanza di secoli dalla  sottomissione degli Etruschi, la città rivendicava la sua indipendenza.

 Così Virgilio, che del resto si vantava d’avere origini etrusche, andò a riesumare le vecchie leggende che connettevano Etruschi e Troiani, Tarconte ed Enea.

 Tuttavia, il poeta non era impegnato a cantare l’epica di Tarquinii o di Corneto, bensì quella di Roma. Con ciò, bisognava  riscattare i Romani dalla antica soggezione ai Tarquini, ed, in ogni caso, mascherarne i riferimenti, o eluderli, o ridurli a quel minimo indispensabile che bastasse a rivendicare a Roma i soli vantaggi delle origini etrusche che egli stesso le conferiva. Virgilio trovò vari espedienti di copertura.

a) Utilizzò denominazioni ambivalenti (Minio e Caeritis) per indicare il fiume Mignone presso il quale localizzava Corito.

b) Fece in modo che un responso di aruspicina sentenziasse a Tarconte che solo un duce straniero potesse comandare l’esercito della Lega Etrusca. Così il re Tarconte (un Tarquinio) ne cedette il comando ad Enea. Questo fatto da un lato maschera le reali conquiste dei Tarquiniesi nel Lazio antico, dall’altro anticipa la futura soggezione a Roma della Ferazione Etrusca.               

c) Ad un Tarquinio, inoltre, non poteva esser concesso di sbarcare da conquistatore nelle terre latine senza venir almeno colorato di ridicolo. Così la nave di Tarconte si sfascerà su uno scoglio della foce del Tevere mentre tutto l’esercio troiano ed etrusco sbarcava incolume[85].

d) Vedi pure l’appellativo di “intempestae”, che vuol dire “senza tempeste”, ma anche “insalubre” per le paludi, sulla cui duplicità di significato gioca Virgilio per definire il porto lagunare di Gravisca che era lo scalo di Corneto e  Tarquinii[86].

                                                 

15.  Corito dimenticata

 Nonostante Virgilio, la versione filoetrusca della leggenda troiana non piacque ai cittadini romani, siano essi stati italici, greci o barbari. I popoli sottomessi all’autorità di Roma non erano disposti ad accettare una tradizione che rivendicava agli Etruschi, arcaici e decaduti, l’origine dell’Impero al quale essi stessi erano sottoposti. Ai Romani, in particolare le origini etrusche di Roma ricordavano l’antica subordinazione ai Tarquini. I Greci, a loro volta, si vedevano snobbati da Virgilio quanto alla loro presunta ascendenza sulle origini di Troia e, conseguentemente, su Roma. Romani e Greci condannarono al silenzio (damnatio memoriae) i temi etruschi dell’Eneide. Negli antichi commenti di epoca romana, i passi filoetruschi del poema sono trattati di sfuggita. Le brevi note che vi si apponevano sembrano riferire le briciole di una tradizione che non piaceva. Prova ne sia che Elio Donato e Servio si soffermarono a commentare tutti i personaggi dell’Eneide, e a fornire notizie anche dei più secondari, ma non utilizzarono una sola parola per illustrare la figura di Tarconte, né il suo rapporto con l’economia dell’Eneide. Eppure, si trattava di uno dei personaggi principali della seconda parte del poema.    

 

Alberto Palmucci

 

[1]  Cori(n)to nella lingua greca. Alcune glosse ad Eschilo presentano korinthos e korintheys in luogo di korythos e Korytheys. Parimenti, l’epiteto di Apollo a Corone è conosciuto nella  forma Korinthos (Pausania, La Grecia, IV, 34,7).

Dall’analisi di questi casi, Pierre Chantraine ha ipotizzato un lontano rapporto etimologico fra korys-korithos (elmo) e il nome della città greca di Korinthos (P.Chantraine, Dict. etym. de la langue Greque, II, Paris, 1979, p. 575). In proposito, noi abbiamo condotto una ricerca sia nella lingua greca che in quella latina, ed abbiamo trovato esempi molto numerosi e, riteniamo, significativi.

 In Grecia, il demo attico di Tri-korythos (Tricorito) era comunemente chiamato anche Tri-korynthos (vd. G. Radke, in Real-Emcyclopadie der Classischen Altertumswisseuschaft, 1939, s.v. Trikory(n)thos ).

 Stefano di Bisanzio ci documenta la alternanza delle due forme in un unico testo quando chiama Trikorynthon la città, e Trikorysioi gli abitanti (Stefano Biz., op. cit., s.v. Tricorynthon ).

 Anche il nome dell’eroe eponimo del luogo era Trikorythos e Trikorynthos (vd. G. Radke, loc. cit.; K. Preisendanz, in Lexicon Griechischen Romischen Mythologie, 1916, s.v. Trykorythos).

 Korythos era il nome di uno dei figli che Paride ebbe da Elena di Troia; ma sia Eustazio che Tzetze lo chiamano Korinthos (Eustazio, Ad Om., p. 1479; Tzetze, All’Aless., 851).

 Secondo una leggenda, riferita da Servio Dan. (All’En. III, 170), un altro Corythus, figlio di Paride e della ninfa Enone aveva fondato, in Etruria la omonima città di Corythus (Tarquinii). Però, in Tzetze, il nome di questo figlio di Paride e di Enone, è sia Korythos che Korinthos (cod. Kointon), e addirittura couron (Tzetze, op. cit., 61). 

 Telefo, poi, padre di Tarconte, fondatore di Tarquinii, era figlio adottivo del re arcade korinthos, secondo Apollodoro (II sec.a.C.). Invece, per Diodoro Siculo (I sec.a.C.), lo stesso personaggio si chiamava korythos (Apollodoro. Bibl., III, 9,1; Diodoro Sic.,  Storia universale, Iv, 33,11).                         

 Cori(n)to nella lingua latina. Virgilio, nell’Eneide (III, 170; VII, 209; IX, 10; X, 719), nomina quattro volte Corythus, delle quali una volta il codice “n” presenta la variante Corinthus (IX, 10: Extremas Corinthi penetravit ad Urbes).

 I codici dei commenti all’Eneide di Servio e di Elio Donato alternano Corythus e Corinthus (Servio Dan., op. cit., III, 207; 209). Altrettanto avviene nei codici de Le istituzioni divine (I, 23) di Lattanzio.

 In una glossa si legge Corinthus Etruriae (= Corinto d’Etruria), evidentemente per distinguere la città etrusca dalla omonima città Greca (C.G.L., IV, p. 436).

 Servio (All’En., VI, 603) ci fa conoscere una versione del mito di Tantalo, secondo la quale questi regnava sui Corithii o Corinthii.

 Nei Mitografi Vaticani (I e II), il nome del padre di Dardano e quello della omonima città sono esclusivamente Corinthus, così come Corinthii sono i sudditi di Tantalo (Si riteneva che Tantalo avesse governato anche su Troia; i suoi sudditi Corithii o Corinthii potrebbero essere in relazione con la migrazione di Dardano da Corito nella Troade; il Boccaccio conosceva, infatti,  una tradizione secondo la quale quando Dardano, proveniente dalla etrusca città di Corito-Corneto, approdò nella Frigia, fu accolto da Tantalo dal quale ricevette una parte del regno).

 Troviamo, poi, che Corinium, città illirica della Dalmazia sulla spiaggia Adriatica, veniva chiamata anche Coriton e Corinton (Anonimo Ravennate, Itin., IV, 22, p. 223).

 Nel Martyrologium Hieronymianum, alla data dell’otto Agosto, il nome di un santo è variamente attestato come Corithonis, Corinthonis, Corinthionis e Corvintonis.

In un cippo funerario di età imperiale, il nome  Corinthus è scritto Coritus (C.I.L., VI, 10013).

Un figlio di Priamo, nei manoscritti del Diario della guerra di Troia di Ditti Cretese (IV, 7), è chiamato sia  Chorithon che Corinton. Nella Biblioteca di Apollodoro (III, 12,5), lo stesso personaggio ha poi il nome greco di Gorgythion.

Anche la città greca di Corinto, nelle due menzioni fatte nel succitato Diario della guerra di Troia (VI, 2), è chiamata Choritus come la omonima città etrusca. Il fatto assume particolare significato se confrontato con quanto disse Isidoro di Siviglia (560-636 d.C.). Questi, in una occasione, sostenne che i fratelli Dardano e Iasio venivano dalla Grecia, in un’altra precisò che Dardano veniva da Corinto (Isidoro, Etimologie, IX, 2,7; XIV, 3,41). Isidoro, dunque, o la sua fonte, confondeva la etrusca città di Corythus/Corinthus con la greca Corinthos/Choritus al punto da ritenere che Dardano fosse provenuto da quest’ultima. Sia il caso del cippo funerario, sia quello di Dicti Cretese, sia quello di Isidoro confermano l’intercambiabilità delle forme Corito e Corinto. Analoghe oscillazioni sono riscontrabili nella lingua etrusca, per esempio nelle varie forme del nome di persona Arath, Aranth,  ArnthAr(n)thna e *Arnath (lat. Arruns = Arunte). *Arnath si ricava da Arnath-alisa ( C.I.E., 1219).

[2]Verg.,  Aen., III, 94-98; 154-171; VII, 195-242.

[3] Giovanni Boccaccio, Genelaogie deorum gentilium, VI, 51.

[4] Dante Alighieri, Inferno, IV, 121-123.

[5] E’ interessante che Servio ci fa conoscere una versione del mito di Tantalo, secondo la quale il sovrano lidio regnava sui Corithii o Corinthii (Ad verg., Aen., VI, 603).

[6] Dante Alighieri, op. cit., XII, 137; XIII, 7.

[7] Vedi C. Calisse, Documenti del monastero di San Salvatore sul monte Amiata riguardanti il territorio romano “sec. VIII-XII”, “ASRSP”, XVI, 1983, pp. 298-345; XVII, 1984, pp. 95-129.

[8] Si ricava da Crugentanus (Theiner, Cod. diplom. temp. S.S.,I, CXXXIV).

[9] Si noti noti l’analogia delle possibili alternanze di Corythus, Corgitus, Crugentus con quelle del nome personale latino Coriton/ Corinton/Corvinton (Coritone), e con quella del nome personale greco Corython/ Gorgynthon (Coritone) (vedi nota n. 1), per cui si può cautamente ipotizzare che Corgitus/Crugentus sia la risultante medioevale di una antica variante erudita (*Corgy-n-thus) del nome Cory(n)thus

[10] Annio da Viterbo, documenti e ricerche, a cura di Gigliola Bonucci Caporali, Roma, 1981.

[11] A. Donati, Terre e castelli del Viterbese, Roma, 1933, p. 8. Egli ritiene che la città di Corito sia stata distrutta dai Saraceni, nel IX secolo, insieme a Centumcellae e agli ultimi avanzi di Tarquinia e Gravisca.

 Ringrazio l’amico Giacomo Saraga della S.T.A.S. di Tarquinia per avermi passato la notizia, e fornito il testo del Donati. 

[12] C. Hardie, B. Nardi: Mantuanitas Vergiliana, “J.R.S.”, XIV, 1964, p. 250.

[13] A. G. Mac Kay, Vergil’s Italy, Greenwich Conn., 1970, p. 81.

[14] N. Horsfall, Corythus: the Return of Aeneas in Vergil and his Sources, “JRS”, LXIII, 1973; Mr. Arrison and Corythus: a Replay, “The Classical Quaterly”, XXVI, 1976.

[15] B. Blasi, Il castello di Corneto e il suo maggiore monumento, “BollSTAS”, 1979, p. 10.

[16] L. Magrini, “BollSTAS>, 1985.

[17] Licofrone, Alessandra, vv. 1225, sgg., con scòli e parafrasi.

[18] Alcimo Siculo, in Festo, De significatione verborum, s.v. Roma.

[19] Promatione, in Plutarco, Vita di Romolo, I. La tradizione doveva esser molto antica perché ci riporta al tempo in cui ancora si credeva che la fondazione di Roma fosse di poco posteriore alla rovina di Troia.

[20] Vd. la tavola sinottica dei re di Alba in Conrad Treiber, Zur Kritik Des Eusebios, “Hermes”, XXIX, 1894, p.124, sgg.  Vd. pure Excerpta Barbari, passim; Cedreno, Annales, 115,13; Suida, s.v. Lationion. Cedeni, o Cittei o Cetei, era il nome del popolo che Eurpilo, figlio di Telefo,  condusse dalla Misia in soccorso di Troia, e che Telefo (secondo gli stessi  Excerpta Barbari) condusse in Italia.

[21] In Plutarco, op. cit. , II.

[22] Plutarco, op. cit. , III.

[23] M. Pandolfini, Le iscrizioni etrusche nel mantovano, in Gli Etruschi a Nord del Po, a cura di R. De Marinis, I, p. 117.

[24] Dionigi di Alicarnasso, Antichità  Romane. IV, 2.

[25] Cicerone, La Repubblica, II, 21: “ex serva tarquiniensi natu”.

[26] Verg., Aen. , VIII, 458.

[27] Verg. Aen., VIII, 506-507.

[28] Servio Danielino, Ad Verg. Aen. VIII, 506: “qui ad Romanos a Tuscis translati sunt”.

[29]Strabone, Geografia, V, 2, 2; Eustazio, Greogr.gr. min., II, p. 277, v.42.

[30]Giovanni Lido, De ostentis. Vedi A.Palmucci, L’origine degli Etruschi nelle fonti etrusche, “BollSTAS”, 2002, pp.

[31] Festo, De significatione verborum, s.v. Tages.

[32] Cesio, in Arnobio, Adversus nationes, III, 40.

[33] Commento Bernese a Lucano, I, 636.

[34] Cicerone, La divinazione, II, 70.

[35] Licofrone, Alessandra, v. 1240, sgg.;Stefano Bizantino, De urbibus, s.v. Tarchonion; Tzetze, Alla Alessandra, v. 1242.

[36] Strabone, Geografia, V, 2, 2; Stefano Bizantino, s.v. Tarchonion; Tzetze, Alla Alessandra, v. 1242.  

[37] Euripilo, per Elio Donato, è figlio di Telefo e di Astioche figlia di Laomedonte: “Eurypylus filius Telephi, Herculis et Auges filii, ex Astioche Laomedontis filia (Servio Dan. , Ad Verg. Buc. 6, 72; vd. pure Scolio Ad Hom. Od. 11, 520) ”. Lo stesso autore, in altra occasione presenta Tirreno come figlio di Telefo (Servio Dan. ,Ad Verg. Aen. 8, 558: “Tyrrheno Telephi filio”), e Tarconte come fratello di Tirreno (Servio Dan. ,Ad Verg. Aen. 10, 198: “Tarchone Tyrrheni frate”. Secondo il tardo autore bizantino Tzetze (XIII sec. d.C.), li aveva invece avuti da Iera (Per Tarconte e Tirreno vd. Tzetze, Ad Lyc. Alex., 1248; per Euripilo, vd. Tzetze, Posthom. 558).

[38]Scholia Veronensia, ad Verg. Aen., X,198.  

[39] Servio Danielino, ad Verg. Aen., X, 198.

[40] Qualcuno, invece, ha voluto dire che Corito, o Corinto, che è il nome del  re Arcade padre di Telefo, re della Misia, a sua volta padre di  Tarconte e Tirreno, poteva esser connesso ad ogni altra città che si dicevano fondate da quel Tarconte che ne aveva ricevuto incarico da Tirreno figlio di Ati re della Lidia. 

[41] M. Pallottino, Etruscologia, Milano, 1957, p. 174.

[42]Cicerone, loc. u. cit..

[43] M. Pallottino, Etruscologia, Milano, 1957, p. 174.

[44] Virgilio, Op. cit., VIII, 597-608

[45] Servio, op. cit. , VIII, 603: “TARCHO ET TYRRHENI TUTA TENEBAT CASTRA LOCIS, hoc est et industria et natura munitissima. Sed novimus castra per naturam munita esse non posse nisi in collibus fuerint: quod si in montibus sunt quomodo procedit “latis tendebat in arvis”? Ne sit ergo contrarium, intellegamus quod hodieque videmus et legimus, hanc collium fuisse naturam, ut planities esset in summo, in qua inierat castra Tarchonis. Quamquam multi velint “celsoque ommis de colle videri iam poterat legio” ad Aeneam referre, ut intellegamus venientes in collibus fuisse Troianos, castra vero Etrusca in campis. Quod si velimus accipere, quemadmodum procedit “tuta tenebat castra locis”? Id est per naturam locorum”.

[46] Servio, Op. cit., VIII, 598; 601.

[47] Properzio, Elegie, IV, 2, v. 34.

[48] Si tratta del famoso Specchio di Tuscania.

[49] I. Krauskoff, in Dizionario della civiltà etrusca, Firenze, 1985, s.v. Selvans.

 [50]Servio (Op. cit.,VIII,597), dice che il vero nome del Caeritis amnis virgiliano è Mignone (Minio dicit), e ricorda che, in altra occasione, Virgilio dice che “coloro che abitano a Caerete sono nei campi del Mignone (Amnis autem Minio dicit, utqui Caerete (cod. F: Certe) domo qui sunt Minionis in arvis“)”. Elio Donato Precisa poi che “il Mignone è il fiume della Tuscia che si trova a nord di Centocelle (Fluvius est Minio Tusciae ultra Centucellas)” (Servio Dan., All’En., VIII, 597; X, 183) cioè tra Civitavecchia (Centumcellae) e Tarquinii, dove in effetti sfocia.

[51]Dopo Virgilio, nel 44 d.C., Pomponio Mela, nella Geografia, scriveva: “Dall’altra parte del Tevere, ci sono Pirgi, Mignone, Castrum Novum, Gravisca, Cosa, Cecina e Pisa, località e nomi etruschi”. L’Itinerario Antonino non nomina il Mignone; ricorda, però, il porto di Rapinium (Rasinium ?) alla sua foce. Rutilio Namaziano (De reditu suo, 239) nominò il fiume chiamandolo Munione (Munio) donde la variante italiana Mugnone (da non confondere con il Mugnone che passa accanto a Fiesole e Firenze). Il Mignone fu l’unico fiume dell’Etruria meridionale incluso negli Itinerari dell’Anonimo Ravennate e di Guido.  Nelle copie medievali della romana Tabula Peutingeriana il suo tracciato non fu riprodotto; ma  vi si legge “fiume Mignone” accanto a una vignetta che, nella  Tabula, caratterizza i bagni termali. Vibio Sequestre (IV sec.) compilò ad uso scolastico un vocabolario contenente i nomi dei fiumi più conosciuti al mondo. Fonti della sua opera furono Silio Italico, Lucano e, soprattutto, Virgilio. Fra tutti i corsi d’acqua che l’Etruria offriva, egli nominò solo il Mignone significando con ciò che quello era l’unico fiume che esauriva non solo le reminiscenze virgiliane, ma anche il quadro mitico che si poteva offrire agli studenti in fatto di fiumi etruschi. Egli specificò pure che il fiume desumeva il proprio nome da una località chiamata Mignone.

 [52] L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, pp. 36-37. 

[53] M. Rendelli, Selvans Tularia, “StEtr”, 59, 1993, p.164.

[54] C.I.E., 5549, (III sec.a.C.).

[55]Ibidem. Il Rix la attribuisce a Tarquinii per ragioni epigrafiche.

[56] CIL, XI, 7602.

[57] Contra, G. Chiadini, Selvans, “StEtr”, 61, 1996, p. 161 sgg. , il quale, tuttavia, non considera, e forse non sa, che Elio Donato e Servio ponevano il luco di Silvano presso il Mignone.  

[58] Verg., Aen., IX, 1-10.

[59] Servio Danielino, Ad Verg. Aen., IX, 1: “E MENTRE IN UNA REGIONE PROFONDAMENTE DIVERSA AVVENIVANO QUESTE COSE, cioè mentre si offrivano le armi, mentre si davano gli aiuti  (ATQUE EA DIVERSA PENITUS DUM PARTE GERUNTUR, scilicet dum offeruntur arma, dum dantur auxilia) [...].  PROFONDAMENTE DIVERSA, molto diversa, cioè molto lontana, sia presso il Palatino sia in Etruria. Per cui poco dopo Virgilio dice: “Né basta, Enea è penetrato fino alla lontana città di Corito ed arma una banda di Etruschi” (DIVERSA PENITUS, valde diversa, id est longius remota, vel apud Pallanteum vel in Etruria , unde paulo post dicit: “Nec satis extremas Coruthi penetravit ad Urbes Lydorumque manus”)”. Le parole sottolineate sono di Elio Donato.

[60] Verg., op. cit., IX, 8-11.

[61] Servio Danielino, op. cit. , IX, 11: “CORYTHI PENETRAVIT, ut totam Etruriam peregrasse videatur. CORYTHI”, autem montis Tusciae qui, ut supra diximus (IX,1), nomen accepit a Corytho rege cum cuius uxore concubit Iuppiter unde natus est Dardanus. PENETRAVIT, bene quia supra dixerat  penitus (cod . T :  Bene dicit  penetravit quia supra dixerat  penitus diversa parte).

[62] Servio risolve così un problema grammaticale. “Urbes Corythi”, così com’è, dovrebbe avere il significato estensivo di “le città di Corito”. Se però si considera Corythi come il nome del colle dov’era la città, allora “urbes Corythi” viene a significare “la città di (monte) Corito”. Ora,  Servio, sapendo da fonti scritte e per esperienza personale (intellegamus quod hodieque videmus et legimus, vd. Par. 6 e nota 32) che la città di Corito si trovava proprio presso il Mignone, sul luogo dove Enea stava ricevendo da Tarconte il comando della lega Etrusca, specifica che la città era proprio lì sul colle omonimo.

[63] C.G.L. , VI, p. 277, s.v. Coritus. Ciò conferme che per i commentatori di epoca romana, urbes Corythi non voleva dire “le città di Corito” o addirittura “le città d’Etruria” come oggi si traduce, bensì “la città di (monte) Corito”. In Latino, il plurale urbes in luogo del singolare urbs era molto frequente. Questo vuol dire pure che l’analisi dell’espressione virgiliana Corythi urbes era determinata dalla certezza che la città di Corito era nel luogo indicato

[64] Nel commento al primo verso del libro (IX, 1; vd. par. 1), sia Donato che Servio avevano osservato che Virgilio aveva puntualizzato che il Palatino e il campo di Tarconte (dove Enea si era recato) appartenevano a una regione profondamente diversa e lontana dal luogo in cui Iride va a parlare a Turno. Con ciò, il poeta, secondo i due esegeti, aveva preparato l’espressione che userà quando farà dire ad Iride: “Enea è penetrato fino alla lontana città di Corito” a stringere un patto di alleanza con Tarconte.

 Infatti, il verbo latino  penetrare è composto da penitus (= profondamente) più intrare (= entrare), e significa “entrare profondamente”.

 Adesso, Donato riprende il discorso, e specifica che Virgilio, nel dire che Enea “è penetrato  (penetravit)”, ha usato una espressione opportuna perché in precedenza il poeta stesso aveva detto che il Palatino e il campo di Tarconte (dove Enea si era recato) erano “profondamente diversi e lontani (diversa penitus)” da Ardea dove si trovava Turno. Questa città, infatti, era abbastanza lontana dal Palatino, e distava circa duecento chilometri dalla foce del Mignone.

 In altre parole, Elio Donato rileva che Virgilio, nel verbo latino penetrare (composto da penitus + intrare = entrare profondamente, penetrare) con il quale fa dire ad Iride che “Enea è penetrato fino alla lontana città di Corito”, riprende opportunamente il senso dell’avverbio penitus (= profondamente) già utilizzato in precedenza nel dire che i luoghi (Palatino e campo di Tarconte), dove  Enea si trova sono profondamente lontani e diversi dal luogo dove  Iride parla.

[65] VIII, 555: “Tyrrheni ad litora regis”.

[66] Verg, op. cit., VIII, 424-536.

[67] Verg., op. cit., VIII, 608-616.

[68] Secondo la cronologia del greco Eratostene (275-194 a. C.), Troia era caduta nel 1184 a.C.

[69] Verg., op. cit., VIII, 731.

[70] Servio Danielino, Ad Verg. Aen., I, 382.

[71]In questa occasione, Venere è presente anche come stella, raffigurata al di sopra del capo di Augusto, in una delle scene contemplate da Enea sul proprio scudo.

[72] Lexicon Iconographicum Mitologiae Classicae, s.v. Aineias, nr. 43.  

[73]La stessa scena è raffigurata pure su un vaso vulcente del V sec.a.C.

[74] Verg. , op. cit., IV, 227-234.

[75] M.J.Gagé, Enea, Faunus et le culte de Silvan “pelasge” à propos de quelques traditions de l’Etrurie Méridionale,  in Mélanges d’Archéologie et d’Histoire, Parigi, 1961, pp. 80-81.

[76]Scimno di Chio, Orbis Descriptio, 5, 217; Dionisio Periegete, GGM, II, p.124; Prisciano, v. 344-6: “Tyrrheni primum fortes, juxtaque Pelasgi / Cyllens quondam propria qui sede relicta / Tyrrhenis socios petierunt navibus arces”; Rufo Festo Avieno, Or. mar., in GGM, II, p. 181: “prima vetustorum vens est ibi Tyrrhenorum; / inde Pelasga manus, Cyllenae finibus olim / quae petit Hesperii freta gurgitis, arva retenta / Itala”; Niceforo, ad D.P., in GGM, II, p. 460; Eustazio, ad D.P., in  GGM, II, p. 277.

[77] Probo, Ad Verg. Georg., I, 16. : “Tegea eiusdem oppidum, cuius nomine est in Tuscia ab exulibus Arcadiae urbs condida”. 

[78] E. Peruzzi, Mycenaeans in Early Latium, Roma, 1980, pp. …

[79] Per queste doppie forme vedi la nota nr. 1.

[80] Strabone, Geografia, V, 2, 2; VIII, 6, 20.

[81] Vedi cap. IV, 1.

[82] Il gentilizio etrusco Kuritiana, documentato a Chiusi, testimonia la presenza, nella lingua etrusca, di una ipotetica forma aggettivata del nome *Kuritu (Corito?).

[83] Valerio Massimo, Epitome, III, 4,2.

[84]Arnobio, Adv. naz.: “Penates [...]. Caesius et ipse eas sequens Fortunam arbitratur et Cererem, Genium Iovialem ac Palem (III,40); Ceres, Pales, Fortuna, Iovialis aut Genius [...] Penates dii erunt (III,43)><. Vedi A. Palmucci, 1992, pp.41-42.

[85]Virgilio, Eneide, X, 287-307.

[86] Per il porto lagunare di Gravisca, vedi B. Frau, Graviscae, Roma, 1981; Gli antichi porti di Tarquinii, Roma, 1982.

MURA ETRUSCHE DI TARQUINIA CORNETO di A. Palmucci

 

LE MURA ETRUSCHE DI TARQUINIA CORNETO

 di

 Alberto Palmucci

  

CAPITOLO QUARTO

 de

 LE ORIGINI DI TARQUINIA CORNETO

 

Ampliato e ristrutturato

da “Bollettino STAS”, 2003;

Gli Etruschi di Corneto,

Tarquinia, 2005

 

D O C U M E N T I    A R C H E O L O G I C I    E T R U S C O    R O M A N I

 

Premessa. Alcuni resti di mura, l’esistenza di un tempietto extraurbano e di un acquedotto di tipo etrusco nel sottosuolo di Corneto[1], nonché il fatto che l’antica viabilità era centrata sul colle di Cornetus,  portarono il Pasqui ed altri studiosi a ritenere che questa fosse la sede più antica di Tarquinii. La tesi fu demolita dagli argomenti del Cultrera e del  Pallottino, ma fu lo stesso Pallottino a ipotizzare che sul luogo fosse tuttavia esistito un centro etrusco diverso da Tarquinii; anzi, nel 1978, egli ha poi rivalutato gli studi del Pasqui, ed ha auspicato “una verifica da rigorose ricerche attuali, se ancora possibili”[2].

Fig. 1 

f. 1 – PIANTA DI CORNETO con indicazione della cinta muraria etruso romana, e dell’ampliamento avvenuto nel sec. XIV. I cerchietti neri rilevano la posizione dei pozzi del cunicolo etrusco.

 

 1. Le mura etrusco romane di Corneto

Nel caso di Corneto però l’analisi  della più antica cinta muraria non può prescindere da quello delle tappe dello sviluppo dell’abitato che circondarono, né da quello delle denominazioni che questo andò di volta  in volta acquisendo.

 La prima attestazione dell’esistenza di un centro medioevale chiamato “Torre di Corgnito” è del 939[3].

  Nell’805, si era avuto un cenno a una “valle che è detta in Cornietu[4]; e, nell’853 ancora un accenno a una “valle de Cornieto” e ad un “territorio corgnetanensi[5].    

 Ora, l’esistenza di un territorio corgnetanensi dovrebbe presupporre un distretto fiscale o comunque un’unità amministrativa che avesse o avesse avuto sede in Corneto, come poteva essere quella di un’antica Civitas o di una dismessa diocesi. Il documento, però, elenca dettagliatamente vari fondi e chiese del territorio corgnetanensi, ma paradossalmente non menziona nessuna chiesa posta nella presunta Corneto, né menziona la stessa Corneto. D’altra parte, il documento ci  è noto solo da una copia fatta a Corneto nel XII secolo; e c’è chi, come Stefano Del Lungo, sospetta che in quella data possa essere stato creato ad arte[6].  

 In ogni caso, si può supporre che, nel documento, la mancanza del nome e della chiesa di Corneto, sia indicativa del fatto che al tempo a cui esso si riferisce, il territorio in questione veniva chiamato corgnetanensi perché aveva conservato nel tempo il nome di una antica civitas che, almeno come tale, non esisteva più. Forse, già dal tardo Impero, essa aveva subito un progressivo spopolamento culminato nel sec. IX quando la regione fu sottoposta alle incursioni saracene venute dal mare. Pare, peraltro, che nell’882, i Saraceni abbiano devastato il monastero di S. Maria del Mignone, e che la struttura sia rimasta inutilizzata per 42 anni sino 924[7].

 Solo nel 939, come abbiamo già detto, apparirà con sicurezza un abitato chiamato “Torre di Cognito[8]. Evidentemente, in quella data, sul luogo dell’antica Civitas, era stata eretta una Torre con funzioni di vedetta e controllo della via Aurelia e della marina; e a questa torre si trovavano addossate alcune case occupate da qualcuno ch’era venuto ad abitarle. Abitatores, cioè residenti (ma non originari con certezza), vengono definiti nei documenti dell’epoca gli abitanti del luogo[9].

 Passarono poi quarant’anni durante i quali questa Torre non venne più nominata; e solo a partire dal 976 riapparve come “Torre e Castello di Corgnetu”, ovvero come una torre attorno alla quale era stata organizzata una cinta di mura, strutturata sui resti, come vedremo, di una cerchia premedioevale. Abitatores, cioè residenti (ma non originari con certezza), vengono di nuovo definiti nei documenti dell’epoca gli abitanti del luogo[10]; e solo in un testo del 1014 avremo la prima esplicita menzione di persone sicuramente  originarie[11]. Il luogo non era di certo un grande centro, bensì un nucleo di abitazioni poste prima accanto a una torre, e poi a una torre  con Castello. Il sito è identificabile con quello che a tutt’oggi si chiama Castello di Corneto, ed ha ancora un’autonoma cinta già munita di fossato dalla parte della futura città.

 Non è quindi pensabile, come alcuni vorrebbero, che i Cornetani del X secolo avessero già eretto la vasta cinta muraria che caratterizzerà invece il centro urbano del XIII secolo. Come vedremo, esistevano però i resti della vecchie mura etrusco-romane, che cingevano la deserta o semideserta antica Civitas.

 Nel 1004 troviamo ancora: “Castello o Torre di Corgetu[12]

 Accanto al Castello c’era il vicus, secondo la formazione tipica dei centri medioevali. Infatti, nel 1005/6, troviamo “Vico del Castello e Torre di Corgetu[13].

 La forma particolare Corgetus e Corgitus del nuovo nome dato al vico, castello e torre apparirà, nei Documenti Amiatini, per nove volte fra gli anni 1004 e 1018[14]. Nel 1224 troveremo la variante *Crugentus[15]. Queste particolari forme ricordano, nella scrittura, in nome di Corythus o Corynthus, che nella tradizione virgiliana era quello dell’antica città etrusca patria di Dardano, capostipite dei Troiani[16].

 In  proposito, è interessante che, nel Medioevo, come ha evidenziato Stefano Del Lungo, alle sedi vescovili o agli avanzi di città ritenute ex sedi vescovili o di fondazione etrusca e romana veniva data la denominazione di Civitas. Per esempio, Tuscania era detta civitas Tuscana, perché etrusca e sede di diocesi; ed anche la piccola Orcla era chiamata  civitas, però lo era  per la sola presenza di ruderi antichi. Il centro, infatti, era privo d’importanza territoriale ed amministrativa[17].

 Da svariati documenti dell’XI secolo, apprendiamo che pure il Castello e la Torre di Corneto o Corgitus (Corythus?) erano chiamati Civitas. Ciò evidentemente perché, come nella piccola Orcla, esistevano sul luogo resti etrusco-romani, e non perché la torre e il castello fossero  grandi come una città[18]. La dicitura che maggiormente ricorre nei Documenti Amiatini e nel Registro Farfense è

 “Castello torre di Corneto che è chiamato Civita[19]. 

  Non si trattava di una civitas che si chiamasse Corneto, bensì di un castello che saltuariamente era denominato Civitas perché  sorto su un luogo che, per la presenza di ruderi etrusco-romani, era comunemente detto Civitas. Allo stesso modo oggi è chiamato semplicemente “Civita” il luogo dove si trovano i ruderi etrusco-romani di Tarquinii.

 Sin dagli ultimi decenni de sec. XI la già saltuaria denominazione di Civitas data a Corneto diverrà rara fino a scomparire nel corso del sec. XII.

 In realtà, Corneto non aveva mai assunto tale qualifica. Il centro sarà veramente eretto a Civitas solo nel 1435 quando diverrà sede vescovile. In quella occasione, il papa Eugenio IV, nella stessa bolla con cui lo erigerà a diocesi, gli conferirà esplicitamente la relativa qualifica di Civitas[20].

 E’ però pensabile che tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo, l’abitato che si chiamava Torre di Corneto si sia ampliato fino a comprendere tutta la zona che ancor oggi conserva il nome di Castello di Corneto, e che per la presenza di resti etrusco-romani era denominata  Civitas. Durante l’XI sec. la competenza di questa Civitas divenne certamente più ampia di quella del Castello, ma la zona cinta di mura dovette essere ancora solo quella del vecchio Castello. Non esistono, infatti, in tutta Corneto, avanzi di mura urbane di sec. XI. Abbiamo solo memorie e resti di rari e sparsi edifici. Dentro il Castello abbiamo la Torre, la cella di S. Maria alla ripa e il Palazzo della contessa Matilde di Canossa; fuori il Castello, solo la chiesa di S. Martino[21].                                                                                                                                                                                                                                                                                         

 La prima menzione di questa chiesa è del 1045, quando un “abitante nel Castello di Corneto” cede all’Abbazia di Farfa, con atto notarile stipulato “in Corneto”, la propria parte di possesso della chiesa di S. Martino posta “nel luogo che è detto presso Castello Vecchio”; l’anno seguente, nel 1046, altri “abitanti nel Castello di Corneto” vendono all’Abbazia, con atto stipulato “in Corneto” le restanti parti di proprietà della stessa chiesa posta “nel luogo che è detto presso Castello Vecchio”; qualche anno dopo, un documento del 1051 localizza la chiesa nella “Civitas di Corneto” [22]. La chiesa esiste ancora, e si trova lontano dalle mura del vecchio castello; anzi, è più vicina a quelle del futuro centro urbano. Evidentemente, nel 1046, la Civitas di Corneto si estendeva ampiamente a macchia di leopardo oltre le mura del castello vecchio, però gli edifici decentrati, come la chiesa di S. Martino, venivano ancora individuati solo in rapporto al castello[23]. La cinta muraria, dunque, della più ampia Civitas non esisteva ancora; e, d’altra parte, come già abbiamo detto, non esiste a Corneto alcun resto di mura urbane di sec. XI.

  Nel 1082, poi, La contessa Matilde di Canossa emise un decreto “nel palazzo che è dentro il Castello chiamato Civitas di Corneto”[24]. Verosimilmente, in quella data, il centro politico ed amministrativo del Castello chiamato Civitas era ancora dentro il Castello stesso.

 Corneto esploderà tra la seconda metà dell’XI secolo ed il XII quando diverrà il primo libero comune d’Italia in ordine di tempo e stipulerà trattati commerciali con Pisa e con Genova[25]. Al XII secolo risalgono, infatti, importanti monumenti; e proprio ancora all’interno del Castello verrà iniziata nel 1121 la costruzione della grande chiesa di Santa Maria.  D’ora in poi, di norma, il luogo non sarà più chiamato Castello di Corneto, ma solo Corneto; nei documenti farfensi esso è chiamato Castello per l’ultima volta nel 1112 26].                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          il

 Fra il XII e il XIII secolo, l’estensione di Corneto  raggiungerà circa 20.000 metri quadrati compresi entro una cinta muraria di circa due chilometri e mezzo[27], costruita sui resti delle precedenti mura etrusco-romane. Il suo tracciato comprendeva quella parte del centro storico della attuale Tarquinia, che da Porta  Castello va alla Barriera S. Giusto, e da qui piega ad angolo retto lungo piazza Cavour, corso Vittorio Emanuele, piazza Matteotti, piazza Trento e Trieste, e via Dante Alighieri fino a Porta Nuova.

 Nel 1300, la cinta aveva ancora questa estensione. Il suo diametro andava da porta Castello a porta S. Pancrazio. Quest’ultima aveva preso il nome dalla chiesa di S. Pancrazio (sec. XII), e si trovava  evidentemente presso di essa nel tratto di cinta compreso tra la fine di corso Vittorio Emanuele e piazza Matteotti. La porta fu verosimilmente costruita, o ricostruita, insieme alla cinta, ed è documentata più volte nella Margarita Cornetana degli anni 1299 e 1300[28].

 La cinta muraria medioevale, edificata sui resti di quella etrusco-romana, fu più volte rifatta in vari punti durante il corso degli anni fino ai nostri giorni; ma la parte che andava dall’attuale Barriera S. Giusto fino a Porta Nuova è rimasta ferma a quel tempo. Non fu più ricostruita perché la città fu allargata verso sud-est, e circondata da una nuova muraglia che lasciò la vecchia nel suo interno. Lungo la parte interna della vecchia, già dal 1262 fu costruita la parte posteriore dell’edificio che poi diverrà sede del Comune[29]. A tutt’oggi rimangono vari spezzoni sia di quelli della cinta costruita sui grandi conci dei resti etrusco-romani (Barriera, Museo, torre del Comune, viale Dante Alighieri), sia di quelli in cui la cinta sembra essere stata esclusivamente costruita con i piccoli conci di tipo medioevale. Questi piccoli conci si vedono in piazza Soderini all’interno della locanda Ocresia e dell’abitazione dell’amico Bruno Blasi. Il muro è largo cm. 108; e i conci, esaminati misurano variamente cm. 32 x 20; 35 x 30; 37 x 25; 36 x 31; 34 x 29; 34 x 27; 31 x 27; 29 x 28 (fig. …). A monte, in via Giordano Bruno, si vede il proseguimento dello stesso muro, largo ancora cm. 108. Queste mura sono sicuramente posteriori al sec. XI.  

 Fig. 2

F. 2 -” Torre e Castello di Corneto”. I pozzi del cunicolo ed i resti delle mura dell’intera “Civita” etrusco romana. L’area tratteggiata indica il Castello; il quadratino indica la Torre; la croce indica la chiesa di S. Maria; il rettangolo il Palazzo della contessa Matilde; il triangoletto nero indica la chiesa di S. Martino; i cerchietti neri indicano gli otto pozzi del cunicolo etrusco.

 Odierne sopravvivenze della cinta muraria etrusco romana 1: File di conci alla base delle mura fuori Porta Castello (cfr. f. 3). 2: Conci sporadici (cfr. f. 4). 3: Tratto di mura alla Barriera S. Giusto (cfr. f. 5). 4: Tre conci in piazza Soderini (nei sotterranei del Museo Nazionale) (cfr f. 6). 5: Torre dentro il Palazzo Comunale (cfr. f. 7). 6: Vari concisconnessi lungo la Alberata Dante alichieri (cfr. f. 8).

 

In vari punti del perimetro che cinge tutta la città di XII-XIII secolo sono ancora rintracciabili i resti delle precedenti mura etrusco-romane (f. 2).

 a) Nel 1887, il Pasqui scriveva:

“Tuttora si vedono messe in opera in un arco che fiancheggia il muro a manca di chi entra da Porta Castello, alcune bozze lavorate a gradina, tre delle quali spezzate e con avanzi di un M grande e profondamente inciso, il quale doveva rappresentare una cifra della cava. Blocchi consimili, ma intatti e con uguale marca, si trovano su vari punti delle mura in prossimità di questa porta, verso il pubblico lavatoio e lungo il muro, che fiancheggia l’ingresso della piazzetta di Castello”[30].

Oggi, sulla destra della parte esterna di porta Castello sono ancora visibili quattro file di grandi conci che poggiano al suolo (vedi f. 3). Le loro dimensioni variano fra cm. 48 x 63; 40 x 83; 40 x 58[31]

 Grandi conci si trovano pure sotto le fondamenta del lato nord est della chiesa di S. Maria, costruite sopra il muro castellano (vedi f. 2). Tutta la base della chiesa poggia poi su precedenti grandi blocchi che in parte ripetono le fondamenta della precedente cella di S. Maria alla ripa, e in parte potrebbero risalire ad epoca più antica.

Fig. 3

F. 3 - Quattro file di grandi conci fuori Porta Castello (cm. 83 x 40; 63 x 48; 58 x 60). Da A. Palmucci, “BollStas” di Tarquinia,  2003.

 

Altri grossi conci rimangono qua e là inseriti nelle mura  comprese fra la porta di Castello e la chiesa di S. Maria in Valverde. Alla base dei rifacimenti di poggio Ranocchio si vedono alcuni grandi conci molto corrosi (vedi f. 4). Questi misurano        cm. 75 x 47;  72 x 37, 70 x 45 e 49 x 41[32]

Fig. 4

 

 F. 4 - Quattro grandi conci sotto il rifacimento settecentesco delle mura a Poggio Ranocchio (conci: cm. 75 x 47; 72 x 37; 70 x 45; 50 x 40). Da A. Palmucci, “BollStas” di Tarquinia, 2003.

 

b) Passato il Castello, altri grossi conci appaiono qua e là alla base della porzione di mura che va da poggio Ranocchio alla Barriera S. Giusto.

   Sul fianco sinistro poi del bastione della Barriera S. Giusto dove la primitiva cinta piega ad angolo retto verso nord est è presente un consistente tratto di mura premedioevali. E’ alto metri 5,40, e lungo 4, 90[33]. La sistemazione attuale della piazza divide questa porzione delle mura in una parte superiore ed in una inferiore. Quella superiore (vedi f. 5) è  visibile e controllabile anche se i conci sono stati riempiti di calce negli interstizi. Essi misurano variamente cm. 85 x 55; 85 x 52; 85 x 45; ecc.. Della parte inferiore una porzione, dagli interstizi dei conci anch’essi riempiti di calce, è rintracciabile a sinistra del lato esterno della Barriera (vedi f. 2). L’altra è nascosta nel buio dei locali interni dell’Ufficio dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, ed è stata ricoperta da una mano di calce. Queste mura furono ritenute prova di un insediamento etrusco-romano già dal Moretti[34].

Fig. 5

 

F. 5 –  Parte superiore del tratto di mura etrusco romane presso la Barriera S. Giusto (conci: cm. 85 x 55; 72 x 37; 85 x 52; 85 x45; ecc.). La parte inferiore delle mura è all’interno dei locali dell’Ufficio dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo (è stata ora ricoperta di intonaco!!!).

 

c) Sulla stessa linea della precedente porzione, sotto il piano dei locali delle caldaie di riscaldamento del Museo Nazionale, situati in piazza Soderini n. 3, si trova un muro medioevale che corre parallelo agli avanzi di uno più antico (vedi f. 6). Con il consenso della direttrice del museo dott.ssa Maria Cataldi che ringrazio, e  con il fattivo aiuto dell’amico Umberto Magrini che pure ringrazio, sono entrato sotto le caldaie, ed ho misurato tre blocchi: cm 90 x 53 x 53; 80 x 45 x 45; 75 x 51 x 35.

Fig. 6

F. 6 - Tre file di conci in piazza Soderini n.3, sotto il Museo Nazionale (conci: 90 x 53 x 53; 80 x 45 x 45; 75 x 51 x 35). Da Bruno Blasi “BollStas” di Tarquinia, 1979. 

 

d) Lungo la stessa linea dei precedenti avanzi di mura etrusco romane, una ventina di anni or sono, si è scoperta, all’interno del Palazzo del Comune, una torre, dalla pianta quadrangolare, di muratura simile all’ ”opera quadrata” di epoca etrusco-romana (vedi f. 7)[35].

Fig. 7

  

F. 7 - I grandi conci che sono alla base della torre quadrangolare che si trova in via S. Pancrazio, all’interno del palazzo del Comune.  Da A. Palmucci, “BollStas” di Tarquinia, 2003.

  

e) Molti grandi conci si trovano alla base, o inseriti in quelli più piccoli e recenti, delle mura che sulla linea della torre del Comune proseguono lungo il viale Dante Alighieri, e giungono fino al belvedere della rupe di Porta Nuova (vedi f. 8) .  

Fig. 8

F. 8 – I grandi conci che sono alla base delle mura che corrono lungo la Alberata Dante Alighieri. Da A. Palmucci, “BollStas” di Tarquinia, 2003.

 d) Tra Fontana Nuova e Porta del Fiore, poi, le mura e i contrafforti delle strutture di contenimento della roccia che è  sotto il versante settentrionale del colle sono  composti di grandi conci squadrati. 

 C’è chi variamente ritiene che i resti di mura di cui abbiamo parlato siano appartenuti ad una cinta muraria costruita fra l’VIII e l’XI sec.[36] Ma, come ha osservato Andrews[37], i  grandi blocchi etruschi e romani possono a volte esser scambiati per altomedioevali.  Nel nostro caso, infatti, non è pensabile che  quando Corneto era  ancora solo una Torre (sec.X), e poi una Torre con Castello (secc. X-XI), esistesse un cinta muraria che, in aggiunta a quella del Castello, si estendesse per altri e due chilometri. Evidentemente, i resti attuali delle mura in questione appartengono alla più ampia e antica cinta della Civitas  etrusco-romana[38]. Dentro di questa, durante l’alto medioevo, poterono però sussistere piccoli nuclei di case costruite accanto o sui resti degli antichi edifici, e dislocate soprattutto lungo la linea del grande acquedotto sotterraneo etrusco i cui pozzi attraversavano l’antica città.

***

Come abbiamo già visto, nel 1300 la cinta muraria della città aveva un diametro che andava da porta Castello a porta S. Pancrazio. Dai primi decenni del XIV secolo essa però cominciò ad allargarsi fino a comprendere il Castum Novum dove si diceva che i Cornetani avessero deportato gli abitanti della città di Tarquinii da loro stessi distrutta nel 1307.  Nella parte di sud est di quest’ultima cinta non c’erano ripe considerevoli, così fu costruito un doppio muro che fu ammirato dal  Petrarca, e da lui così descritto in un componimento pubblicato nell’anno 1358:

  “Corneto, castro turrito ed eminente, cinto da doppio muro”[39].

 Nel luogo indicato, la doppia cinta è ancora visibile.

 

2. Il cunicolo e Fontana Nuova

Il sottosuolo della città è attraversato da due acquedotti di tipologia etrusca. L’uno va da sud-est a nord-ovest; l’altro, giusta la  descrizione del Polidori, “risponde in questo e tira verso la chiesa del Salvatore”[40]. A grandi linee, essi potrebbero indicare rispettivamente il decumano ed uno dei cardi dell’antica città (fig. …). L’uno e l’altro sono simili nella struttura ad altri trovati a Tarquinii. Vi si poteva attingere acqua da vari  pozzi oggi chiusi e dimenticati. Dalle descrizione  del  Pasqui  sappiamo che lungo il cunicolo-decumano il primo pozzo “si trovava a 200 metri al di qua delle mura di Porta Romana nel mezzo dell’orto delle passioniste, il secondo nel cortile dell’ex ergastolo, il terzo sotto il fabbricato n. 32 appartenente al conte Falzacappa, il quarto presso la fabbrica n.4  del signor P. Benedetti in via del Forno, il quinto nella piazza Sacchetti, l’ultimo presso la Ripa e dentro l’orto detto di Franzilla”[41].

 Fra la Ripa e l’orto dei Franzilla, nel 1965, Ludovico Magrini trovò un altro pozzo.

 Un ottavo pozzo franato è stato pure rinvenuto dal Magrini sulla diramazione del cunicolo-cardo  che andava verso la chiesa del Salvatore (vedi fig. …)[42].

 L’acqua del cunicolo andava a sfociare ai piedi della ripa ovest, circa 35 metri sotto il livello delle mura della città, in una cosiddetta Fontana Nuova costruita, si diceva, al tempo dell’imperatore Onorio (393-423 d. C.).

 La fontana ha ora una struttura architettonica che appartiene a un tipo di arte gotica databile attorno al 1250[43], epoca in cui dovrebbe essere stata ricostruita (fig. …). L’acqua uscita da ”Fontana Nuova” è menzionata nello Statuto degli Ortolani dell’anno 1379 perché serviva per irrigare i campi della “Valle di fontana Nuova”. La denominazione “Nuova” farebbe pensare che la fontana fosse stata effettivamente molto più antica, e che nel XIII secolo fosse stata ricostruita. Negli scavi presso di essa sono state trovate monete del tempo dell’imperatore Giustiniano (?)[44].

 Singolare è l’ubicazione dei primi tre pozzi perché questi si trovano all’esterno della prima cinta medioevale. E poiché questa fu costruita sui resti delle più antiche mura etrusco-romane, siamo portati cautamente a supporre che i pozzi siano stati scavati in epoca anteriore a quella in cui fu innalzata la stessa cinta etrusco-romana, sì che la lunghezza del cunicolo potrebbe corrispondere a quella occupata da precedenti strutture etrusche di epoca arcaica.

 

 3. Pozze, Fosse, Olle e Vasi

Nel lontano 1885, A. Pasqui e A. Cozza, nell’ambito di una ricognizione effettuata all’interno della città di Corneto, rilevavano la presenza di numerose pozze e fosse con olle e vasi di epoca etrusca. Questi reperti non sono più controllabili, per cui ci pare opportuno riferire quel che scrisse  il Pasqui stesso:

Visitando la parte più elevata detta il Camposanto Vecchio e l’orto Boccanegra, oltre agl’innumerevoli pozzi, si trovano sparsi nel terreno i frantumi di vasellame antichissimo, alcuni dei quali appartengono a grandi olle di terra cinerina, cotte irregolarmente e spalmate nell’interno di creta finissima che ha l’aspetto di una ingubbiatura rossa. Tra questi sono confusi i frammenti di cocci manufatti a pareti solide, che hanno sostenuto a lungo l’azione del fuoco. Simili vasi non provengono da tombe, poiché non sono propri del corredo funebre di alcune necropoli, e li abbiamo veduti estrarre da fosse spalmate di creta, le quali in antico dovevano servire per la conservazione dei cereali. Molte di queste fosse s’incontrano fra la Piazza Sacchetti e la Piazzetta S. Martino, verso l’Orfanotrofio e presso la Cattedrale. Sono comunissime a tutte le località abitate dell’Etruria marittima, e si distinguono da alcune medioevali per la loro forma a ziro, aperta superiormente con un orificio quadrato e munito di battente per la chiudenda, e più volte pel sottile strato di creta, di cui sono spalmate nell’interno[45].

  Nel 1939, il Pallottino aggiunse che opere analoghe a quelle indicate dal Pasqui furono rinvenute alla Civita di Tarquinii e nell’area di altre città etrusche come Ischia di Castro e Vignanello[46].

 

 4. Case ipogee

Scriveva il Pasqui:

 Venendo sempre più a confermarsi come località etrusca, Corneto, come le altre città coetanee dell’Etruria tirrena, non manca di case ipogee [..]. Queste, sebbene in piccolo numero, si trovano in Corneto scavate nel travertino, e precisamente sotto la rupe nord attorno al paese. Alcune di esse furono ridotte a latomie in tempi medioevali; tuttavia si riconoscono per antiche abitazioni, perché sono poste dinanzi all’area menzionata, conservano la soffitta perfettamente piana, qualche parete levigata; e quello che maggiormente le caratterizza, sono divise in due camere dal tramezzo. Del resto, salva qualche parte della grotta rimasta intatta sotto le frane della scogliera, dentro ciascuna di dette abitazioni si tentò di scavare il materiale da costruzione; ed è per questo che le pareti e parte della volta si vedono trasformate dai profondi solchi delle bozze. Lo stesso è avvenuto della Grotta della Regina sotto il Camposanto vecchio, e di quelle Bruschi fuori della Porta Romana, dove sull’imboccatura della latomia appariscono dei tagli di soffitta piana e di pareti a piombo, le quali pel modo con cui è tagliato il masso diversificano dalle opere di cava, che furono aggiunte forse per fornire il materiale alla cinta del medioevo. L’esempio più conservato di una casa ipogea in Corneto, a cui conduce tuttora il solito cunicolo, ci viene offerto da quella grotta, che oggi serve di molino da olio di proprietà del sig. conte Falzacappa. Essa trovasi presso Porta nuova, ai piedi di un rialzo di travertino tagliato a piombo, il quale abbiamo detto che limitava  dalla parte sud est il paese medioevale, e negli antichissimi tempi fiancheggiava il decumano. La detta abitazione è divisa in due ambienti, che si succedono a mezzo d’una porta, presso la quale appresi da ciascun lato una finestra, a somiglianza della tomba dipinta degli Scudi. Oggi per uso del molino si è cambiata l’originale pianta di quella casa, mettendola in comunicazione con altre, che in quel luogo costituivano una borgata”[47].

 

5. Necropoli

Le città etrusche avevano in genere una grande necropoli a cui s’accompagnavano vari nuclei minori sparsi attorno alla città.

 Oltre alle necropoli dell’età del ferro, delle quali già abbiamo parlato (vedi cap. 1), si hanno notizie ufficiali di vecchi ritrovamenti, oggi non più reperibili, effettuati lungo tutto il declivio che gira sotto tutto il percorso delle mura della città.

 

  Località Cartiera. Tombe di varie epoche furono scoperte sotto la chiesa di S. Maria in Castello in località Cartiera. Nel 1829, il Fossati menzionava sarcofagi, tombe a camera fra cui una con finestre simili a quelle delle Tomba degli Scudi ed una che recava sulle pareti le linee graffite di soggetti dipinti e ormai scoloriti[48]

 Il Pasqui riferiva poi di alcune tombe a fossa scoperte  fra il 1882 e il 1887 contenenti “vasellame di bucchero tornito, nonché qualche vaso dipinto di stile corinzio”[49].

Anche Massimo Pallottino, nel 1939, ha parlò di ritrovamenti di tombe a fossa con materiale di tipo orientalizzante[50].

Tre tombe a fossa con materiali riferibili al VII secolo furono segnalate dal Romanelli[51].

 

   Rione Porta a Mare. Riferiva il Pasqui che

Tombe arcaicissime furono scoperte in vari tempi, e due in questo stesso anno (1885) nell’angolo estremo del Rione di porta a Mare […]. Quell’angolo dove furono trovate le dette tombe è il punto più basso relativamente al piano di Corneto e fuori della cinta dell’antica città[52].

 

 Nel 1939, il Pallottino ricordava il ritrovamento “verso l’estremità del rione Porta a Mare, di una fossa e di un sepolcro a corridoio del periodo arcaico più recente”[53].

 

 Sud della città. Altre tombe a fossa sono state rinvenute in vari tempi sotto le mura a sud della città[54].

 

 Le Croci. In località Le Croci, a poca distanza da Porta Tarquinia si rinvenne una tomba tarda con pilastro centrale; ed

a circa trecento metri dalle mura, sulla destra della via provinciale, presso lo strabello delle Croci, si apre nell’arenaria una tomba doppia. Di età etrusco romana, formata da una stanza con il tetto a larghi spioventi, e di un ampio ambiente a gradinate, e soffitto piano, nel mezzo del quale si innalza un falso lucernaio[55].

 

 Ortaccio. Una tomba a cassa fu rinvenuta vicino al tempio dell’Ortaccio. A nord, poi, sopra l’area sacra del tempio, il Pallottino vide, nel 1939, un sepolcreto scavato nella roccia, costituito da tarde tombe a camera dal soffitto piano[56].

 

Villa Falgari. Dentro la stessa villa, sui poggi che ne limitano a nord e a sud l’area pianeggiante, nel 1969 frono rinvenute 5 tombe orientalizzanti (la più antica risale al 700 a.C., la più recente al 630-610 a.C.), più 2 tardo-arcaiche (ca. 400 a.C. e ca. 50 a.C.)[57].

 

Tomba Tartaglia. Alla fine del seicento, presso le mura di Corneto, non sappiamo in quale tratto, fu scoperta la famosa tomba Tartaglia[58].

 

Dentro l’odierna città. All’inizio di Via dell’Alberata, sotto le vecchie mura d’epoca etrusco-romana, nel luogo dove è il Ristorante chiamato Il re Tarquinio, si vedono alcune tombe etrusche di epoca tarda (vd. fig. … ), ora purtroppo ritoccate. Anche i locali ricavati dalle grotte che si trovano lungo la parete della strada e sulla sinistra di Porta Nuova dovrebbero essere tombe o case ipogee riutilizzate.

 

6. Il tempio dell’Ortaccio. A settentrione, in località Ortaccio, sotto le mura della città,  lungo la scarpata che corre ai pedi della ripa, esistono i resti di un tempio di IV-III sec. a.C.[59]

 

7. S. Maria in Castello. Nel Castello, dentro la chiesa di Santa Maria (XII sec.), fra i mosaici del pavimento è stata trovata un iscrizione etrusca e altre risalenti a sepolture cristiane di epoca romana[60]. Queste lapidi dovrebbero avere qualche relazione anche con il cimitero cristiano trovato dietro la chiesa[61].

 

 

[1] M. Gori, L’antico cunicolo di Corneto, “BollSTAS”, 1998, p. 75.

[2] A.Pasqui, Nota del predetto Sig. A. Pasqui intorno agli studi fatti da lui e dal conte A. Cozza sopra l’ubicazione dell’antica Tarquinia, “NSc”, 1885, pp. 513-524 e t. XV; G. Cultrera, Questione relativa all’ubicazione dell’antica Tarquinia, “NSc”, 1920, pp.266-276; M. Pallottino, Tarquinia, “Mon. Ant. Acc. Naz. Lincei”, 1937; R. E. Linington, F. Delpino, M.Pallottino, Alle origini di Tarquinia, scoperta di un abitato villanoviano sui Monterozzi, “StEtr”, 46, 1978, pp.3-23.

[3] Reg. Farf., III, p. 54, nr. 352 (anno 939): “ habitatores in turre de Corngnito [...]. Actu in turrim de Corgnito .

[4] F. Brunetti, Codice  Diplomatico Toscano, II, 1, pp. 343-344, nr. 64: “valle qui dicitur in Cornieto”.

[5] Migne, Patr. Lat. , CCXV: “In finibus vero Maritimae, terrirorio corgnetanensi, fundum qui vocatur Poppe Lupuli inde, cum terris cultis et incultis, qui est secum fluvium Martam, et cum omnibus eius pertinetiis. Item et fundum qui vocatur Poppe Sanctae Mariae, cum terris cultis et incultis, plagiis quoque et appendiciis suis, vel cum omnibus eius pertinentiis atque Poppe iuxta Waldimandiam, et terras Sacti Stephani, cum omni eorum convenientia, findum qui vocatur Tureranzula cum integritate sua. Plebem Sanctae Mariae quae posita est in Terquinio, cum vineis terris,  pratis et cum omnibus suis pertinentiis, in Ancarana fundos quatuor, vidilicet montem vulpium, Buttem et Saccali, cum puppis eprum ex utraque parte fluvii Mariae, et cum omnibus eorum convenientis, fundum qui vocatur Fultona inde inde, cum suis omnibus pertinentiis”.

[6] S. Del Lungo, “BollSTAS”, 1999, p. 43, n. 98: “Pur accettando l’ipotesi che possa essere un apocrifo, creato ad arte molto tempo dopo la sua supposta stesura, è comunque indicativo e verosimile nel quadro che offre della Tuiscia meridionale altomedievale”.

[7] Reg. Farf. , III, p. 152, nr. 439; Cronicon Farfense di Gregorio di Catino, II, pp. 10-16; C. Calisse, Storia di Civitavecchia, Firenze, 1936, p. 78 e n. 1; P. Fedele, Carte del monastero dei SS cosma e Damiano in Mica Aurea, “ASRSP”, 21, 1898, p. 477; Silvestrelli, Citta, Castelli, ecc. , I, p. 13.

[8] I pretesi trattati di navigazione e commercio che Corneto avrebbe stipulato nel 916 con Pisa, Ragusa, Genova e Venezia discendono da un errore di A. Guglielmotti (seguito da  Dasti, Tiziani, Traversi e Chiovelli) che attribuì la notizia nientedimeno che al grande storico Antonio Muratori. Ma nessuna fonte menziona questi trattati, e tanto meno il Muratori che, nel luogo citato da Guglielmotti, parla invece del trattato stipulato da Corneto con Pisa nel 1173 (A. Muratori, Antiquitates Italicae Mediae Aevi, vol IV, col. 401; A. Guglielmotti, Storia della marina pontificia, p. 103;  L. Dasti, Notizie storiche ed archeologiche di Tarquinia e Corneto, Tarquinia, 1910, p. 289; G. Tiziani, Le fortificazioni di Tarquinia medioevale (Corneto) “Quaderni della Biblioteca dell’Arch. com. di Tarquinia” 3, 1985, p. ?  ; G. C. Traversi, Tarquinia, Relazione per una storia urbana, Tarquinia, 1985, p. 59; R. Chiovelli, Preliminari ad uno studio cronologico delle mura di Corneto, “BollSTAS”, 25,1966, p. 24).

[9] Reg. Farf., III, p. 54, nr. 352 anno 939): “habitatores in turre de Corngnito [...]. Actu in turrim de Corgnito”.

[10] P. Egidi, Un documento cornetano del X  decimo, “Boll. Dell’Ist. Storico Italiano”, 34. 1914,  pp. 4-6: “abitator in castello …turre de Corgnetu…Actum in castello de Cornetu”,

[11] I Placiti del Regnum Italiae”, II, 2, Roma, 1955, p. 538, nr. 284: “isti de Cognito”.

[12] C. Calisse, Documentidel Monastero di S. Salvatore sul Monte Amiata riguardanti il Territorio Romano “secc. VIII-XII”., “ASRSP” 16, 1893, pp.335-336, nr.44 (Genn. 1004): “in Castello aut turre  de Corgetu”.

[13] C. Calisse, op. cit. , 16, 1893, pp.337-338, nr. 65 ( Apr. 1005/6): “in  Vico de Castellu et turre de Corgetu [....]. In Vico et Castellu et Tturre de Corgeto”.

[14] Vd. C. Calisse, op. cit. , 16, 1893, pp. 335-336, nr. 44 (Genn. 1004), quattro volte; pp. 337-338, nr.65 (Apr. 1005/1006), tre volte; 17, 1894, pp. 112-114, nr.58 (Maggio 1018), due volte. Un omonimo fundum Corgitellum, posto fra Montalto e il territorio di Corneto, era stato menzionato anche nella sopra citata Bolla emessa da Leone IV nell’850.

[15] Si deduce  da Crugentanus (Theiner, Cod. Dipl. Temp. , S. S. 1, 134).

[16] Si può pensare che la “y” di Corythus e Corynthus sia stata trattata come un suono consonantico. Devo al compianto amico Francesco Della corte, titolare della Cattedra di Latino all’Università di Genova, il suggerimento della possibile trasformazione grafica di Corythus  in Corjitus > Corigitus > Corgitus. Si noti l’analogia  fra le alternanze Corythus, Corgitus e *Crugentus con quelle del nome personale latino  Coriton, Corvinton e Corinton (Martyl. Hieron., 8 Ag.),  nonché con quelle del nome personale greco Corython (Ditti Cretese, IV, 7) e Corgynthon ( Apollodoro, Bibl. St., III, 12,5).

[17] S. Del Lungo, La toponomastica archeologica della provincia di Viterbo, Tarquinia, 1999, p. 153.

[18] A. Palmucci, opp. citt. ; S. Del Lungo, loc. cit.

[19] C. Calisse, op. cit. , 16, 1893,  pp.343-345, nr. 48 ( Apr. 1011): “in ipsu  castellu ture de Corgnitu qui Civita vocatur”; 17, 1894, p. 103, nr. 53, (Marzo 1014/1015) : “in ipsu castellu turre de Corgnitus, qui Civitas vocatur”; p. 105, nr. 104 (Marzo 1014/1015) : “in ipsu castellu turre de Corgnitus, qui Civitas vocatur”; p. 107, nr. 55 (3 Apr. 1015): “intus civitate de Corgnieto).

 R.F. , IV, p. 2, nr. 603 ( anno 1009/1012): “in castello et civitate Corgnito”; R:F. , III, p. 216, nr. 505 (anno 1017): “in loco et castello qui civitas vocatur Corgnitum; R.F. , V, p.221, nr. 1235 (anno 1045/46): “uno petio terrae  cum casa posita intro ipsum castellum turris de Corgnito qui civitas vocatur; R. F. , IV, pp. 225-226, nr. 824 (anno 1051): “infra Civitatem de Corgnito [...] In platea quae est iuxta aecclesiam quae vocatur Sancti Martini [...]. Infra suprasriptam Civitatem quae vocatur Corgnitum”; R.F., V, p. 49, nr. 1049 (anno 1080): “in palatio intus Castellum quod nominatur Civitas de Corgnito [...]. Aecclesia Sancti Petri sita iuxta castellum de Corgnito”; R.F., V, pp. 95-96, nr. 1099 (anno 1084): “Aecclesiam Sancti Petri extra muros Civitatis Chronetanae, et quicquid infra ipsam Civitatem vel foris habere videtur. Aecclesiam Sancti Peregrini et aecclesiam Sancti Angeli sub ripa, in integra proprietate sua”.

[20] Vedi il testo della bolla papale in M. Polidori, Croniche di Corneto, Tarquinia, 1978, pp.144-148: “Eugenius Episcopus, Servus Servorum Dei [...]. Terram ipsam [...] in Civitatem erigimus, Civitatisque titulo et insignijs decoramus, ipsamque Terram ex nunc Civitatem Cornetanam volumus perpetuis futuris temporibus nuncupari [...]. Margheritae ecclesiam predictam in Cathedralem Ecclesiam erigimus eamque Dignitatis Episcopalis titulo insignimus”.

[21] Tiziani (op. cit., p. 9 e n. 13) data all’XI/iniz. XII sec. alcuni conci rintracciabili sulle fiancate di S. Maria di Castello (cm. 22 x39; 23 x 39; 24 x 41; 23 x 41) ed altri rinvenuti nell’area della chiesa di S. Nicola (cm. 19, 5 x 63 x 22) ch’era sotto la ripa del Castello; alcuni conci analoghi si troverebbero poi riutilizzati nel Palazzo dei Priori, nella chiesa del Salvatore e in quella di S. Martino. Nessun concio dunque appartiene a mura urbane, se non forse indirettamente quelli trovati nell’area della chiesa di S. Nicola e sul fianco di S. Maria di Castello. Si potrebbe anche supporre che nell’XI sec. le mura del Castello di Corneto fossero sostanzialmente ancora quelle di epoca etrusca-romana.   

[22] R. F. , V, doc. 1237 (anno 1045): “Habitator castelli turris de Corgnito […] omnem meam portionem de ecclesia Sancti Martini in loco qui dicitur prope Castellum vecclum […]. Actum in Corgnito.”; V, doc. 1236 (anno 1046): “Habitatores castelli turris de Corgnito […] omnem portionem nostram de ecclesia Sancti Martini, in loco qui dicitur prope castellum vecclum […]. Actum in Cognito”, C. F., c. 133 A: “ecclesia Sancti Martini in loco qui dicitur prope Castellum Vecclum”; R. F. ,IV, doc. 824 (anno 1051): “ infra Civitatem de Corgnito [...] In platea quae est iuxta aecclesiam quae vocatur Sancti Martini [...]. Infra suprasriptam Civitatem quae vocatur Corgnitum”.

[23] E’ anche possibile che, viceversa, la zona della chiesa di S. Martino fosse stata detta “Presso Castello Vecchio” per esser prossima agli avanzi delle vecchie mura etrusco-romane che ancora circondavano l’antica civitas.

[24] R . F. , V, p. 49, nr. 1049.

[25] Vedi A, Palmucci, Il trattato di pace fra i Cornetani e i Genovesi, “BollSTAS”, 23, 1994; I rapporti di Genova e della Liguria con Corneto e l’odierno alto Lazio nei notai liguri dal 1186 al 1284, “BollSTAS”, 24, 1995; Anno 1385: Il papa cede Corneto in pegno ai Genovesi, “BollSTAS”, 25, 1996; I rapporti fra Corneto e Genova nei secoli XII e XIII e gli atti dei notati liguri dal 1186 al 1264, in Atti del Convegno di Studi “I Pellegrini nella Tuscia Medievale: vie, luoghi e merci”, Tarquinia, Palazzo dei Priori,  4-5 Ottobre, 1997, Tarquinia, 1999, pp. 211-267.

[26] R. F. , V, doc. 1216 (anno 1111/1112): “in castello Corgneto”.

[27] Ringrazio l’amico ing. Pietro … … … per la calorosa partecipazione alla ricerca relativa a questo capitolo, e per l’aiuto risolutivo fornitomi controllando al computer i dati sulla mappa di Tarquinia.

[28] P. Supino, La “Margarita Cornetana”(regesto dei documenti), Roma, 1969, docc. 291; 316; 324; 326; 328; 329.

[29] La parte interna alla vecchie mura fu terminata nel 1262, secondo quanto diceva una lapide del 1451 trovata sulla loggia del palazzo, ed ora nei magazzini del museo di Tarquinia.

[30] A. Pasqui, op. cit. pp. 513-524 

[31] G. Tiziani, Le Fortificazioni di Tarquinia Medioevale (Corneto), “QuadACT”, 3, 1985, p. 13.

[32] G. Tiziani, op. cit., p. 18.

[33] G. Tiziani, op, cit., p. 23 e nn. 89-90.

[34] M. Moretti, La necropoli villanoviana “Alle Rose”, “NotScavi” 1959, p. 113.

[35] G. Tiziani, op. cit., p. 25.

35 L Dasti, op. cit. , p. 88 ; G. Tiziani, op. cit. , p. 9 e fgg. 5; 12; R. Chiovelli, op. cit. , p. 24   .

[37] D. Andrews, L’evoluzione della tecnica muraria nell’alto medioevo, inserto n. 6 in Biblioteca e Società, n. 1-2, giugno 1982, p. 5 nota 2; G. Tiziani, op. cit. , p. 9 e n. 11.

[38] A rigore, alcuni dei grandi conci che si vedono nelle mura di Castello potrebbero appartenere a resti altomedioevali. Tiziani (op.cit. fgg. 5 e 12), ritiene che quelli fuori porta Castello siano di sec. VIII-IX; è però verosimile che a quel tempo il Castello di Corneto non esistesse ancora.

[39] F. Petrarca, Itinerario in Terra Santa, a cura di F. Lo Monaco: “Cornetum turritum et spectabile oppidum, gemino cinctum muro”. Ringrazio Bruno Blasi che mi ha indicato l’opera.

[40] M. Polidori, Croniche di Corneto, Tarquinia, 1977, p. 80.

[41] A. Pasqui, op. cit., p. 515

[42] L. Magrini, La fontana antica di Tarquinia, Tarquinia, 1965. Non sappiamo dove andasse a sfociare l’acqua di questa diramazione del cunicolo. Oggi, lo sbocco è sicuramente asciutto perché il percorso dell’acqua è impedito dalla frana del pozzo trovato dal Magrini.

[43] B. Francalacci, Fontana Nuova, “BollSTAS”, 26, 1997, p. 211.

[44] – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - — – - – - –

[45] A. Pasqui, op. cit., p. 48.

[46] M. Pallottino, op. cit., p. 48.

[47] A. Pasqui, op, cit., pp. 521-522

[48] Ann. dell’Inst., 1829, p.25.

[49] A. Pasqui, op. cit., p. 516.

[50] M. Pallottino. op. cit., p. 46

[51] NotScavi, 1943, p.254

[52] A. Pasqui, op. cit., p. 516.

[53] M. Pallottino, op. cit. p. 47.

[54] A. Pasqui, op. cit., p. 515; M. Pallottino, op. cit., p. 47.

[55] M. Pallottino, op. cit., 49.

[56] M. Pallottino, op. cit., p. 46-47.

[57] L. Magrini, M. Milla, C.V. Petrizzi, La necropoli orientalizzante e tardo-arcaica di Villa Bruschi-Falgari a Tarquinia,  “BollSTAS” (22), 1993, pp.75-172.

[58] M. Pallottino, op. cit. p. 48.

[59] A. Pasqui, “ NotScavi “, 1902, p. 293; M. Pallottino, op.cit. , p. 46; E. Massi, Tarquinia – Area sacra in località Ortaccio, “BollSTAS”, 1997, p. 239.

[60] G. B. De Rossi, “BollArchCrist”, 1874-75.

[61] II campagna di scavo sullo sperone nord di S. Maria di Castello, “BollSTAS”, 1992, pp. 175-176; S. Del Lungo ( op. u. cit. p. 44, n. 110) avvicina tuttavia le sepolture di S. Maria di Castello a quelle rinvenute dal Romanelli presso l’Ara della Regina a Tarquinii, riferibili ai secoli VII-VIII.

SILIO ITALIACO e CORNETA Corythus

T A R C O N T E   E   C O R N E T O   T A R Q U I N I A

 di

  Alberto Palmucci

 

Ristrutturato dai nn. 59 e 61 di                                     

Atti e Memorie

della Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova

 

 CAPITOLO TERZO

 de 

 LE ORIGINI DI TARQUINIA

                                 

                                                          

              1.    Il catalogo di Silio Italico

 

Silio Italico (I sec. d.C.) scrisse un’opera in versi intitolata Le guerre puniche; e in un passo redasse l’elenco dei popoli italici che, secondo lui, erano andati in aiuto di Scipione contro Annibale.

 L’elenco inizia con la rassegna dei contingenti etruschi. Silio dice:

 inviarono scelti uomini Cere, scelti Corona, sede del superbo Tarconte, e l’antica Gravisca; nonché Alsio  cara all’argolico Aleso, e Fregene cinta di squallidi campi[1].

  Ci saremmo aspettati che Silio in questo contesto fra Cere e Gravisca (ch’era il porto di Cornetum e Tarquinii) avesse posto Cornetum o comunque Tarquinii. Invece, egli nomina una sconosciuta città chiamata Corona che però definisce “sede del superbo Tarconte” come a indicare che si tratti di Corito-Corneto o comunque di Tarquinii.

 Ora, noi non conosciamo nessuna città etrusca che si chiami Corona[2] purché non si sia dinanzi a una diversa forma, o corruzione, del nome di Corito-Corinto come è nel caso di quello della città di Corinium il cui nome fu scritto anche Coriton e Corinton[3].

 Potremmo anche trovarci dinanzi ad un errore di trascrizione degli amanuensi medioevali. Quest’ultima ipotesi sarebbe confortata dal fatto che la forma Corona squilibra la metrica del verso latino in cui si trova. Si è, perciò, cercato di emendarla in vari modi, fra i quali uno dovuto al noto falsario Annio da Viterbo. Egli, nel 1492, pretese di correggere Corona in Cortona[4] che è il nome di una città etrusca oggi in provincia d’Arezzo. Ma, poiché da nessuna fonte mitica o storica risulta che questa Cortona sia stata mai connessa con Tarconte, né essa si trova fra Cere e Gravisca, dove Silio colloca Corona, lo stesso Annio ci ripensò e in seguito preferì leggere Tarcona che è il nome greco di Tarquinii [5]. Dopo di lui, Leandro Alberti lesse Taracona (per lui equivalente a Tarquinii)[6]. Nel XVII secolo, Muzio Polidori propose di leggere Coritona, intendendo che si trattasse di una variante di Corito[7]. L’Accademia Etrusca di Cortona andò infine a ripescare la prima suggestione di Annio, finché nell’edizione a stampa de Le Puniche del 1795 il testo fu cambiato in Cortona, e tale è rimasto in tutte le future edizioni fino ai nostri giorni. E’ nata così la pretesa tutta moderna che Cortona di Arezzo fosse stata la residenza di Tarconte [8].

 Si potrebbe dunque lasciare invariata la forma Corona, intendendo che si tratti di una variante di Cory(n)tus (vedi il caso di Corinium detta anche Coriton e Corinton). Il fatto che Corona vada contro la metrica del verso non è una difficoltà insormontabile poiché esistono altri casi di licenze metriche nella poesia latina.

 Facciamo, comunque,  presente che Corona potrebbe  esser corretto in vari modi  purché non si vadano a cercare omofoni nomi di località estranee alla figura di Tarconte, e fuori del contesto geografico (fra Cere e Gravisca) in cui Silio colloca la città.

 Corona si potrebbe dunque emendare in Corneta che è una variante latina del toponimo Cornetum (bosco di cornioli), ed è pure l’esatta trasposizione del greco Kyrnìata nome con cui i Greci chiamavano la città.

 L’espressione potrebbe anche esser corretta in Corythi atque superbi Tarconis domus = la sede di Corito e del superbo Tarconte[9].

 L’emendamento in  Cortona, o anche in Gortina e in Crotona, sarebbe pure accettabile purché non venga riferito a Cortona di Arezzo, e si tenga presente che ognuna di queste forme, sotto il profilo linguistico, ha titolo ad essere una possibile variante del nome di Corito (oggi Tarquinia).

 ***

 Gli antichi Romani ritenevano dunque che Corona, o comunque Corito o Corneto che sia, fosse stata la domus (cioè la patria e la sede) del “Superbo Tarconte”. Questo fatto la pone al centro del mito di Tagete (vedi cap. V, 5), e sul luogo delle riunioni federali indette da Tarconte nell’Eneide, e la conferma come quella città di Corito indicata dall’antica  tradizione. Ciò le conferisce anche una posizione di priorità cronologica rispetto a tutte e dodici le città della dodecapoli etrusca, fondate da Tarconte, compresa Tarquinii; e conferma la nostra ipotesi che sul colle di Corneto si sia formato il primo aggregato urbano d’Etruria.                            

                 

 

[1] Silio Italico, Le puniche, VIII, 472-473: “Lectos Caere viros, lectos Corona (!) superbi /Tarconis domus et veteres misere Graviscae;/ necnon argolico dilectum litus Halaeso / Alsium et obsessae campo squalente Fregene”. Rileviamo che il passo di Silio presenta lo stesso contesto geografico dal quale già Virgilio ( X, 182-184) aveva fatto venire un contingente di guerrieri che, al comando di Tarconte, erano andati in soccorso di Enea contro i Latini. Costoro provenivano da Cere, da Pirgi (il porto di Cere), dai campi del Mignone e da Gravisca (il porto di Corneto e Tarquinii): “Tercentum adiuciunt, mens omnium una sequendi, qui Caerete domo qui sunt Minionis in arvis, et  Pyrgi veteres intempestaequae Graviscae“. Il parallelo è stato rilevato prima di noi da J. Volpilhac, da B. Rhem e da P. Venini (J. Volpilhac, in Silio Italico, La guerre punique, II, Parigi, 1981, p.178; B. Rhem, Das geographische Bild des alten Italien in Vergils Aeneis, “Philol.”, suppl. 24, 2, 932, p. 13, n. 26; P. Venini, La visione dell’Italia nel catalogo di Silio Italico, “MIL”, 1977-78, p. 163).

[2] Il nome rimanda ai gentilizi etrusco-tarquiniesi Curunas (lat. Corona, Coronia). Coronatus era l’appellativo del sacerdote etrusco che celebrava i riti religiosi al Fanum del dio Voltumno. L. Coranus si chiamava un abitante di Gravisca (CIL VI, 2928). Il nome rimanda pure a quello dei Corani  (abitanti di Cora) che Plinio diceva esser discendenti di Dardano (vedi cap. 18, 7).

[3] Anonimo Ravennate, Itinerari, IV, 22, p. 223

[4]Testo in Annio da Viterbo, documenti e ricerche, a cura di G. Bonucci Caporali, “Contributi alla storia degli studi etruschi ed italici”, I, Roma, 1981, pp. 117-119. 

[5] Annio da Viterbo, Antiquitates.

[6] Leandro Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia, 1588: “Fu edificata questa città da Taraconte, che fece quelle dodici prime città d’Etruria, et la domandò da sé Taracona, essendo posto presidente sopra quei luoghi da Tirreno figliolo di Atis, come dice Strabone. Della quale dice Silio nell’8 libro Taracona Taracontis superbi domus. Vero è che Trogo nel 20 libro dice che la città fu edificata dai Tessali e dagli Spinambri Greci” (pag. 77).

[7] M. Polidori, Croniche di Corneto, Tarquinia, 1977, p. 6. Coritona però non è documentata.

[8] Colin Hardie e, soprattutto, Nicola Horsfall hanno giustamente rilevato che, poiché Cortona appartiene a un contesto geografico diverso, sarebbe inopportuno inserirla nel raggruppamento delle città dell’Etruria meridionale costiera; e che se Silio la avesse voluta menzionare la avrebbe elencata fra le città che, insieme a Chiusi, costituivano il gruppo dell’Etruria di Nord-est, nominato nel proseguo del catalogo (Colin Hardie, Mantuanitas Verigiliana of Bruno Nardi, “J.R.S”, 1964; N. Horsfall, Corythus: the return of Aeneas in Virgili and his surce, “J.R.S” , 1973). P. Venini ha replicato ad Horsfall che le irregolarità di disposizione geografica sono usuali in Silio, e che  “un balzo da Caere a Cortona seguito da un ritorno alla zona costiera limitrofa a Caere (Graviscae, Alsium, Fregenae) e poi da un nuovo ritorno alla vicinanza, se così si può dire, di Cortona (Faesulae, Clusium) è in Silio perfettamente normale” (P. Venini, La visione dell’Italia nel catalogo di Silio Italico, “M.I.L.”, 36, 1977-78, p. 207).  A questo punto  è opportuno leggere per intero il passo di Silio: “Già un’altra legione formata di Etruschi con lo sguardo fisso nel duce Galba, nome insigne che traeva la sua origine da Minosse e da Pasife che si unì al toro. Scelti uomini inviarono Cere, scelti Corona, la sede (o patria) del superbo Tarconte e l’antica Gravisca, nonché Alsio, cara all’argolico Aleso, e la squallida Fregene. Seguivano poi, interpreti dei voli e della sacra folgore, i Fiesolani e il popolo chiusino, spavento antico della mura di Roma, quando vanamente il grande Porsenna voleva riportare sul trono di Roma gli scacciati Superbi. Vennero poi i guerrieri che Luni aveva inviato dalle nivee cave di marmo, famosa per il suo vasto porto di cui nessuno è più protetto e capace di accogliere navi; e vennero i Vetuloni, antico onore delle terre meonie [...]. Misti a costoro andavano le schiere di Nepi e degli Equi Falisci ed i figli di Flavinia e quanti sono intorno al lago di Bracciano e a quello di Vico e quelli che non lontani da Sutri abitano sul Soratte sacro ad Apollo” (Silio Italico, op. cit. , VIII, 588-601). Come si può controllare, il catalogo etrusco di Silio non contiene esempi di salti che possano giustificare l’inserimento di Cortona di Arezzo tra i nomi delle località dell’Etruria meridionale costiera. L’ordine con il quale i nomi delle città etrusche vengono raggruppate è coerente e procede ad X. Silio dapprima nomina l’Etruria costiera di Sud-ovest (Cere, Corona, Gravisca, Alsio e Fregene), poi l’Etruria interna di Nord-est (Chiusi e Fiesole), poi l’Etruria costiera di Nord-ovest (Luni e Vetulonia), ed infine quella interna di Sud-est (Equi Falisci, abitanti dei Laghi di Bracciano e di Vico, Abitanti del Monte Soratte presso Sutri). Il fatto è che, nel catalogo di Silio, l’unica città elencata in un gruppo non omogeneo sarebbe proprio la presunta “Cor(t)ona” di Arezzo; e se Silio avesse inserito fra la menzione del nome di Tarconte e quella del porto di Tarquinii una città diversa da Tarquinii o, comunque, da Corito, avrebbe compiuto un abuso qualitativamente diverso da quello di un semplice salto di esposizione.

[9] Nella poesia latina, il nome di Corythus appare costantemente nella forma del genitivo Corythi (di Corito); non solo, ma l’espressione domus Coryhti (sede di Corito) è in linea con le consimili sedes Corythi (sede di Corito “Verg. Aen. VII. 209; Silio, Puniche, IV, 720”) e urbes Corythi (città di Corito) usate altrove sia da Virgilio che da Silio che lo imita.  Vd. A. Palmucci, Virgilio e Cori(n)to Tarquinia, Tarquinia, 1998, cap. XX.

LA CORSICA Kyrnos e CORNETO Kyrniéta (Tarquinia) di A. Palmucci

LA CORSICA e CORNETO TARQIMIA   (Kyrnos e Kyrniéta)

 di

 Alberto Palmucci

   CAPITOLO SECONDO

 de

 

LE ORIGINI DI TARQUINIA (CORNETO)

 

Ripreso e aggiornato da “Archeologia” 2003, 4-5; Bollettino STAS 2003; Gli Etruschi di Corneto (oggi Tarquinia), Tarquinia, 2005.

 

 

I Greci chiamarono Kyrnìata e Kyrniéta la città etrusca che i latini chiamarono  Cornietum e Cory(n)thus (oggi Tarquinia).  

 

1. Kyrnos e Kyrnìata.

L’isola della Corsica era così chiamata dagli indigeni e dai Romani, ma i Greci la chiamarono Korsis e Kyrnos.

 Kyrnos era anche il nome di una città che gli Etruschi possedevano nella omonima isola[1].

 Pierre Chantraine ha opportunamente messo in relazione il toponimo Kyrnos con il sostantivo kranìa[2] che significa “corniolo”.

 Esichio, infatti, autore greco del II sec., nel suo Lexicon, scrisse che in greco kyrna vuol dire kranìa (cioè corniolo); poi aggiunse:

 “Kyrnìata = Quella che i Tirreni abitavano dinanzi a Kyrnos”.

  Verosimilmente, Esichio vedeva, una relazione etimologica fra il nome del corniolo, quello di Kyrnos, isola o città, e quello di una città etrusca chiamata Kyrnìata[4]. Era questa fa forma del nome nel dialetto dorico; nel dialetto ionico-attico era *Kyrniéta, come dorico Kaiàta e ionico Kaiéta (oggi Gaeta).  

  Ora, in Etruria, non esiste nessun luogo che abbia quel nome, eccetto la città che in latino fu chiamata prima Cornietum e poi Cornetum (oggi Tarquinia), che vuol dire “bosco di cornioli”, ed è posta esattamente dinanzi alla città di Aleria, ch’è al centro dell’isola di Kyrnos, sulla sponda opposta del Mar Tirreno[5]. Da sempre, peraltro, la città di Corneto (oggi Tarquinia) presenta il corniolo sul proprio stemma.

 La y di Kyrnìata/Kyrniéta traslitterava in Greco la u etrusca di *Curniet-, proprio come nel caso di  Kyrtònios ch’era la forma greca del nome della città etrusca di Curtun, oggi Cortona.

 Diodoro Siculo (II sec.a.C.) raccontava che un tempo, nell’isola di Kyrnos, gli Etruschi, dominarono la città di Kyrnos (forse Aleria), dalla quale ricevettero tributi di resina, cera e miele[6].

 Il possesso della città di Kyrnos, o comunque di Aleria, è confermato, come vedremo, da una lapide etrusca, scritta in latino e trovata nel foro di Tarquinii, dove è scritto che Veltur Spurinna, supremo magistrato della città, fu a capo di una guarnigione militare piazzata  ad Aleria.        

 Dall’odierna Tarquinia, quando il sole tramonta si vedono le cime sassose dei monti di  Aleria.

 Forse il nome di Kyrnos, isola e città, derivò da quello della città etrusca che i Greci chiamavano Kyrnìata (etr. *Curniet-, lat. Cornietum) , cioè Corneto. Da Corythus, poi, variante i Corneto potrebbero derivare le altre forme Corsis e Corsica, con cui era chiamata l’isola. Ciò per normale processo di assibililazione per cui la dentale (d) diventa sibilante (s).

 

2. Tarquinia e Aleria.

I Focesi abitavano a Focea, ch’era una città greca posta sulla costa ionica dell’Asia minore. Erano esperti navigatori; e furono i primi greci, come racconta Erodoto, a navigare nei mari occidentali. Non utilizzavano battelli da carico, ma navi da cinquanta remi. Nel 616 a.C., secondo la tradizione, ebbero contatti con Tarquinio Prisco, e non a caso ci sono reperti archeologici dello stesso periodo che testimoniano la presenza costante dei primi Focesi a  Gravisca (il porto di Kyrnìata e Tarquinii), sulla rotta che, attorno al 600 a.C., li condurrà a fondare Massalia, oggi Marsiglia, sull’odierna costa francese. Nel 560 presero possesso di una città di nome Alalia, sulla sponda occidentale dell’isola di Kyrnos esattamente davanti a Kyrniéta (lat. Cornietum) e Tarquinii. Nuovi coloni focesi giunsero poi ad Alalia (oggi Aleria) nel 540 a. C. 

 Questi nuovi arrivati, come racconta Erodoto, per cinque anni vissero insieme a quelli ch’erano venuti prima. Ma, poiché tutt’insieme molestavano e depredavano i popoli vicini, gli Etruschi e i Cartaginesi s’accordarono e mossero contro di loro, entrambi con una flotta di sessanta navi.

 I Focesi, allora, armate anch’essi sessanta navi, li affrontarono nel mare detto di Sardegna, ma furono sconfitti. Quaranta navi furono distrutte, e le altre e venti divennero inutilizzabili perché rimasero coi  rostri piegati.

 Gli uomini delle navi distrutte furono presi prigionieri e divisi fra Cartaginesi ed Etruschi. Quest’ultimi a loro volta estrassero a sorte il numero dei prigionieri da assegnare ad ogni singola città marinara che aveva partecipato alla spedizione. I Ceretani ne ebbero in sorte la parte maggiore; e condotti i prigionieri fuori le mura, li lapidarono.

 Quelli invece ch’erano rimasti sulle venti navi coi rostri piegati tornarono frettolosamente ad Aleria, imbarcarono i figli, le mogli e quanto altro bene essi  potevano trasportare con le navi, e, lasciata l’isola andarono a rifugiarsi nell’Italia meridionale.

 Fin qui, il racconto di Erodoto.

 Rimasti padroni del mar Tirreno, i vincitori si spartirono il possesso delle due maggiori isole. Ai Cartaginesi fu confermata la Sardegna, agli Etruschi la Corsica. Ma dovette esser Kyrniéta-Tarquinii a controllare l’isola: su  una lapide etrusca, scritta in latino, e trovata nel foro di Tarquinii, Emilio Gabba, seguito da Giovanni Colonna e da Mario Cristofani, legge che  Veltur Spurinna, supremo magistrato della città, fu il primo ad attraversare il mare con un esercito regolare, e fu a capo di una guarnigione militare piazzata ad Aleria[7].

 Secondo Cristofani, le imprese di Veltur Spurinna risalgono agli ultimi decenni del VI sec. a.C.[8], e rientrano nel contesto storico della  rifondazione etrusca di Aleria

 Diodoro raccontò che “gli Etruschi, che dominavano il mare, presero possesso delle isole situate lungo l’Etruria e fondarono Nikaia (che vuol dire Vittoria) nell’isola di Kyrnos[9]. Dovrebbe trattarsi della rifondazione di Aleria, come alcuni hanno ipotizzato. Secondo lo stesso Diodoro, come abbiamo visto, gli Etruschi, nell’isola di Kyrnos, dominarono la città di Kyrnos[10] (che forse è la stessa  Aleria)[11]. E dovette essere in queste occasioni che, dal nome dei conquistatori che Veltur Spurinna aveva portato nell’isola dalla città che i Greci chiamavano Kyrniéta (etr. *Curniet-) e i Latini chiamavano Cornietum e Corinthus o Corythus (etr. *Cur[i]n[e]t-), la città conquistata e l’isola stessa presero il nome greco di  Kyrnos e quello latino di Corsi-ca).

 In ogni caso, Veltur Spurinna dovette proteggere Aleria militarmente non tanto dal rientro dei Focesi, quanto dalle eventuali pretese dei Ceretani e degli altri popoli etruschi che avevano interessi sul mare.

 Veltur Spurinna, come dice il suo elogio, per le vittoria riportate o comunque per le virtù dimostrate, ricevette una corona d’oro ed altri oggetti simboli del potere: forse divenne capo della Lega Etrusca. Probabilmente, egli è rappresentato negli affreschi di una tomba dove si vede una nave con vele e remi che naviga su un mare adorno di tritoni soffianti su conchiglie, e trasporta  un uomo con corona e mantello, seduto fra due donne[12].

 La disfatta dei Focesi, avvenuta nel mar Sardo, fu invece mitizzata. Varrone e Servio riferivano una tradizione secondo la quale un certo Forco, re della Corsica e della Sardegna fu vinto, insieme al proprio esercito, dal re Atlante in combattimento navale, e morì annegato; così i suoi soci lo finsero trasformato in divinità marina[13]. Secondo Servio, che riferisce la leggenda, esistevano tre Atlanti, uno dei quali localizzato in Italia; ed è singolare che, secondo lo stesso Servio, questo Atlante italico era il padre di Elettra moglie di Corito o Corinto, re della omonima città etrusca (oggi Tarquinia)[14].   

 La Corsica rimase agli Etruschi fino alla conquista romana. Mario Torelli ha giustamente evidenziato “il ruolo tarquiniese all’interno della singolare colonia di Aleria in Corsica” durante il IV sec.a.C.

 Roma intanto, egli aggiunge, cominciava ad affacciarsi  sul mare; e proprio attorno all’anno 378 a.C. andò “sperimentando per la prima volta l’invio di colonie, a quanto sappiamo  poco fortunate,  in Corsica e in Sardegna, evidentemente a contrastare il primato tarquiniese su Aleria”[15].  

 

[1] Diodoro Siculo, op. cit., V, 13.

[2] P. Chantraine, Dict. Etym. de la Langue Greque, II, Paris, Klinckneich, 1979, p. 602 (kyrnoi… On ne peut voir que des homonymes dans kyrna = krania (Esich.) et dans le toponyme Kyrnos).

[3]Esichio, Lexicon, s,v. Kyrna; Kyrnìata.

[4] Si tratta di un neutro plurale, forma nella quale in greco venivano formati numerosi nomi di città. “Bosco di cornioli”, poi,  in latino, oltre a dirsi Cornetum, che è un nome neutro al singolare, si diceva anche Corneta ch’è un neutro nella forma del plurale esattamente come lo è il suo corrispondente greco Kyrniata. Questo si potrebbe emendare in Kyrnaìta che in greco si leggerebbe Kyrnèta.

[5]Oltre al Lexicon di Esichio, con tutta probabilità troviamo il nome di Corneto ne Le Puniche di Silio Italico (vedi cap. VI). Altra allusione a Corneto si dovrebbe trovare in una notizia incrociata fra una glossa latina (CGL 5,21 e 38) e un passo di Livio (1,56), dalle quali si evince che i costruttori che Tarquinio chiamò a Roma dall’Etruria per edificare il tempio Capitolino, erano chiamati Corni in riferimento alla loro città d’origine. 

[6] Diodoro Siculo, loc. cit.    

[7]E. Gabba, “NumAntClass” 8, 1979, p.143, sgg. ; G. Colonna, “MEFRA”, 96, 1984, p. 557 sgg. ; M. Cristofani, Saggi di storia etrusca arcaica, 1987, p. 51 sgg. ; contra:  M. Torelli, Elogia Tarquiniensia, 1975, p. 38.

[8] M. Cristofani, Saggi di storia etrusca arcaica, 1987, pp. 51-76. Per Gabba (op.cit.), gli avvenimenti ci condurrebbero attorno alla metà del V sec.a.C; per Torelli (op. cit.) e Colonna (op. cit.), scenderebbero al 413 a.C quando alcune navi etrusche portarono aiuto agli Ateniesi nella battaglia di Siracusa. Ma è difficile pensare che fino a quella data nessun etrusco avesse mai attraversato il mare con un esercito.

[9] Diodoro Siculo, loc. cit.

[10] Diodoro Siculo, loc. cit.    

[11] M. Cristofani, Dizionario della civiltà etrusca, 1985, s.v. Corsica.

[12] S. Steingraber, Catalogo ragionato della pittura etrusca, Milano, 1984, p. 331, nr.90.  Sfortunatamente questa tomba è perduta, e le sue figurazioni ci sono note solo attraverso sommarie descrizioni.

[13] Varrone, in Servio Dan. , Ad Verg. Aen. V, 824;  Mythogr. Vat. I, 129, II 167 e III, 5.

[14] Servio, Ad Virg. Aen. VIII, 134.

[15] M. Torelli, Storia degli Etruschi, 1981, pp. 195-6; 219; 221-2.

ETA’ DEL FERRO A TARQUINIA di A. Palmucci

 

   L E     O  R  I  G  I  N  I     D  I     T A R Q U I N I A

 C  O  R  N  E  T  O

 di

 Alberto Palmucci

 

Ripreso e aggiornato da

Bollettino S.T.A.S. 2000;

 “Archeologia” 2001, 1,.

Gli Etruschi di Corneto,

Tarquinia, 2005.

 

CAPITOLO PRIMO    

 

1. Cornetum Etrusca.

La città che oggi si chiama Tarquinia si trova sopra un colle che domina il mare e le foci dei fiumi Marta e Mignone. Ha preso il nome attuale nel 1928; in passato si chiamava Corneto (lat. Cornetum). Il nome Tarquinia (lat. Tarquinii) spettava invece ai ruderi etruschi di un altro centro che si trovava a qualche chilometro su un colle interno e parallelo.

E’ importante che il Ponte di Bernascone, dal quale in epoca etrusca partivano tutte le strade per il sud, era direttamente collegato al colle di Cornetum e non a quello di Tarquinii. Proprio sotto Cornetum, sulla attuale Via Aurelia, c’è poi ancora l’altro ponte romano che  garantiva i collegamenti sia con le strade che andavano ad ovest lungo la costa, sia con quelle che, attraverso la valle del fiume Marta, conducevano nell’Etruria interna e settentrionale (f. 1).

Fig. 1

 

 

 F. 1 - TARQUINIA. Ponte romano sul fiume Marta (olim Malta) lungo l’attuale vecchia via Aurelia, sotto Corneto. 

 

Già nel lontano 1962, il Wetter[1], pur con la limitata conoscenza del suo tempo, disegnò una  mappa della viabilità etrusco-romana centrata più sul colle di Cornetum che su quello di Tarquinii. Dopo di lui, nel 1968, Hugh Hencken notò che mentre

 la via Latina “andava direttamente verso l’interno partendo dall’antica città (Tarqunii), la comunicazione con la costa  passava sopra i Monterozzi (Cornetum) e attraverso la odierna Tarquinia (Cornetum) che è come una via di congiunzione e un punto strategico costruito sulla sommità dalla quale si poteva dominare il mare dall’alto”[2]. Lo studioso americano, inoltre, dopo aver rilevato l’esistenza di documenti archeologici risalenti sia all’età del ferro che a quella etrusca e romana, ha ipotizzato che “la moderna città potrebbe essere stata un luogo antichissimo”. Ha poi aggiunto che, a preferenza del più grande, ma meno accessibile vicino colle di Tarquinii, “il sito della presente Tarquinia (Cornetum), posto sullo sperone di Monterozzi, potrebbe essere stato un luogo importante che divenne l’anello di congiunzione delle strade che conducevano sull’Aurelia ed altrove”[3].

 

Fig. 2

 

F. 2- Il sistema stradale etrusco romano entrato su Corneto (oggi Tarquinia). 

 

 Alcuni resti di mura, l’esistenza di un tempietto extraurbano e di un acquedotto di tipo etrusco nel sottosuolo della città[4], nonché il fatto che l’antica viabilità era centrata sul colle di Cornetum, portarono il Pasqui ed altri studiosi a ritenere che questa fosse stata la sede più antica di Tarquinii, e che i Romani, quando occuparono la città, ne avessero deportato gli abitanti sull’attiguo colle che per questo avrebbe preso e mantenuto il nome di Tarquinii. Cornetum sarebbe stata, dunque, una ridenominazione mediovale data al sito dell’originaria Tarquinii.

 Il Pallottino, in base ai reperti archeologi d’epoca arcaica trovati poi sul colle di Tarquinii, demolì questa tesi. Fu però lo stesso Pallottino a ipotizzare che Cornetum fosse stata comunque un centro etrusco diverso da  Tarquinii; anzi, nel 1978, egli rivalutò gli studi del Pasqui, ed auspicò “una verifica da rigorose ricerche attuali, se ancora possibili”[5].

 A nostro avviso, il fatto che le antiche strade confluissero sul colle di Cornetum piuttosto che su quello della vicina Tarquinii, richiama alla mente, la funzione  di centro di riunioni federali che i colli e la città di Corythus o Corinthus  assumono nella tradizione virgiliana (vedi oltre).

 Paolo Perugino (1280 – 1348) e Giovanni Boccaccio raccolsero infatti una tradizione secondo cui Cornetum era la stessa virgiliana etrusca città di Corythus (o Corinthus) patria di Dardano capostipite dei Troiani.

 Fig. 3

 

2. Corito, Virgilio e i Micenei (f. 3).

Esistono documenti archeologici che testimoniano come, a partire dal XIV sec. a.C., i mercanti micenei dalla Grecia siano venuti a sbarcare sulla spiaggia della futura lucumonia tarquiniese, ed abbiano risalito la valle del fiume Mignone almeno fino a Monte Rovello (Allumiere), a Luni sul Mignone (Monte Romano) e a S. Giovenale (Blera)[6]. Alla foce del fiume è stata trovata un’ancora di tipo miceneo. In una tomba della stessa Tarquinii è stato rinvenuto uno specchio miceneo del XIII-XI sec. a.C.[7] Dal suo canto, Micene presenta reperti archeologici che testimoniano la presenza di maestranze venute dall’occidente[8]. Il nome  di Corinto, peraltro, è presente nelle Tavolette micenee[9].

 Le leggendarie scambievoli migrazioni di popolazioni tirreno-pelasgiche fra l’etrusca città di Corythus, detta anche Corinthus, e il bacino orientale del Mediterraneo, cantate da Virgilio, potrebbero dunque essere il riflesso di antichissimi  contatti[10].

Fig. 4

 

F. 4 –  Area di Cornetum ed area di Tarquinii nella fase recente dell’eta del Bronzo finale (XI sec. a.C.). 1: Castello di Corneto. 2: Grande villaggio del Calvario. 3: Pisciarello. 4: Montarana. 5: Fontanile delle Serpi. 6: Villaggi del colle di Tarquinii

 

3. Le necropoli di Tarquinii nell’età del Ferro e nell’Orientalizzante.

Sul colle di Tarquinii, dall’età del Ferro all’Orientalizante (cioè dal X al VII sec.), ci fu una fitta rete di piccoli villaggi contornati dalle fitte e piccole necropoli situate nei poggi  circostanti.

 Da A. Mandolesi (La “Prima Tarquinia”, Firenze, 1999) si ricava la seguente panoramica.

Poggio Selciatello (78 tombe). Sul luogo sono stati trovati frammenti fittili dell’età del Bronzo finale (fine XI sec.). La maggior parte delle sepolture appartiene alla prima età del Ferro (X-IX sec.); ma, nelle zone marginali, se ne trovano di appartenenti alla fase recente del primo Ferro (ca. 750-700).

 Poggio Sopra Selciatello (204 tombe). Qui predominano le tombe della fase iniziale del primo Ferro (X-IX sec.), ma sono presenti anche numerosi resti riferibili alla fase recente del primo Ferro (ca. 750-700). 

 Poggio Dell’Impiccato (110 tombe). Sono presenti strutture cimiteriali quasi tutte attribuibili alla prima età del Ferro (X-IX sec.). Ricerche di superficie, effettuate nel settore nord-orientale del poggio, hanno evidenziato materiale assegnabile quasi totalmente alla fase recente del primo Ferro (ca. 750-700). 

 Poggio Della Sorgente.  Presenta poche sepolture comprese tra la fine del IX e gli inizi dell’VIII sec. a.C. , e una maggioranza di tombe appartenenti alla fase recente del primo Ferro ed alla fase orientalizante (VII sec.).

 Poggio Quarto Degli Archi I.  La sua necropoli ha restituito in superficie numerosi reperti della fase recente del primo Ferro e dell’età orientalizzante arcaica (fine VIII-inizi VII sec.).

 Poggio Quarto Degli Archi II. Presenta solo poche sepolture della fase recente del primo ferro (ca. 750-700) e dell’età orientalizzante (VII sec.).

 San  Savino. Le testimonianze vanno da alcuni reperti risalenti al Bronzo finale avanzato fino alle fasi iniziali e recenti della prima età del Ferro (ca. 750-700).

 Civitucola. Ricerche di superficie hanno reperito frammenti del Bronzo finale e della prima età del Ferro iniziale (X-IX sec. a.C) e recente (ca. 750-700).

 Poggio Gallinaro. La necropoli presenta sepolture che dal Bronzo finale vanno alla fase antica del primo Ferro sino alla fase recente ed all’età orientalizzante. Assume importanza particolare soprattutto fra l’VIII ed il VII sec. 

 Poggio Cretoncini. La sua piccola necropoli è stata individuata da A. Mandolesi nel 1989 per il ritrovamento in superficie di pochi frammenti appartenenti alla fase recente del primo Ferro (ca. 750-700)[1]. 

 Orsetto. Sul terreno sono affiorate solo testimonianze del primo Ferro recente (ca. 750-700). 

 Le Bottine. Sul terreno sono stati trovati reperti appartenenti solo alla fase recente dl primo Ferro (ca. 750-700). 

 Macchia Della turchina-Nasso. La necropoli appartiene all’inizio del periodo orientalizzante (fine VIII- inizi VII sec.).

 Fig. 5

 

F. 5 – Area di Cornetum ed area di Tarquinii durante la prima età del Ferro (X-IX sec. a.C.). 1: Grande Villaggio del Calvario (ca. 1000 abitanti; è il più grande d’Etruria). 2: Castello di Corneto. 3: Infernaccio. 4: Acquetta. 5: Villaggi di Tarquinii. 6: Necropoli delle Arcatelle (la più grande d’Etruria). 7: Grande necropoli de “Le Rose”. 8: Grande necropoli di “Villa Bruschi Falgari”.

N. B. Rispetto alle necropli dei poggi di Tarquinii, quelle delle pendici dei colli di Cornetum non solo erano più grandi, ma hanno restituito reperti più ricchi, più vari e più internazionali.

 

4. Siti protoetruschi del colle di Cornetum.

 

 a)   Insediamenti del colle di Cornetum.

 

    Ripagretta. Sul finire dell’800, sul colle di Cornetum, a Ripagretta, furono scoperte  due tombe con loculi sotterranei a pianta curvilinea e deposizione multipla di ossa, che richiamano il tipo di tombe a forno conosciute nelle necropoli sicule di età eneolitica ed enea[11]. Sul declivio di Ripagretta, Massimo Pallottino trovò poi un’ascia levigata assegnabile alla stessa epoca. Altri materiali della medesima età, come punte di frecce scheggiate, erano state rinvenute qua e là sulla collina. Già il Pallattino rilevò come i due sepolcri e i relativi manufatti litici fossero indicativi della presenza di un abitato eneolitico ed attestino l’esistenza sulla collina di Cornetum di fasi di vita precedenti la prima età del ferro[12].

 Trocche di Casalta. Presso il fontanile detto Trocche di Casalta (frequentato anche in epoca etrusca), in località Pisciarello, sono stati raccolti in superficie reperti che risalgono al Neolitico ed all’antica e media  età del Bronzo. Sono stati anche segnalati frammenti sub-appenninici in prossimità del Casale del Piasciarello. Sulla sommità della appendice meridionale del pianoro, l’età dei reperti scende sino al Bronzo recente e finale[13].

 Castello di Cornetum.   Anche nell’area del Castello di Cornetum, sotto la cosiddetta Ripa, nei pressi della via che dal Mattatoio conduce all’Ortaccio, pare sia stato individuato un giacimento preistorico contenente oggetti di industria litica, resti faunistici di età paleolitica e neolitica, nonché frammenti ceramici di cui uno con decorazione appenninica della media età del Bronzo[14]. Lungo tutti i fianchi e i pendii del pianoro di Castello si è poi trovato che le strutture medioevali poggiano su strati protostorici. Fra i materiali rinvenuti, alcuni “sono forse databili alle fasi più antiche dell’età del bronzo mentre altri dovrebbero scendere all’età del ferro[15]. Sono stati infine trovati anche “materiali sporadici di età orientalizzante-arcaica[16]. Gli scavi effettuati sul luogo sono stati purtroppo molto brevi, limitati e certamente inadeguati rispetto alle potenziali implicazioni storiche offerte dal luogo. L’attribuzione di materiali all’età del Ferro rimane, pertanto, scarsa; ma la pochezza di elementi  per un’età intermedia tra Bronzo ed Orientalizzante, può dipendere dai limiti occasionali delle esplorazioni, tanto più comprensibili nel caso di una zona che ha subito, nei secoli, tante e profonde ristrutturazioni.

 Il grande villaggio del Calvario. Si tratta del  più vasto insediamento finora trovato in Etruria, ma è stato esplorato per soli due ettari. Ha restituito finora una trentina di capanne. Alcune risalgono all’età del Bronzo finale, ed hanno pianta ovale (circa mq. 80); altre, più numerose, scendono fino a un momento avanzato della prima età del Ferro, hanno forma rettangolare (circa mq. 35), e distano fra loro dai 4 ai 20 metri. Si è supposto che le capanne potessero ospitare dai 4 ai 10 occupanti, e che il villaggio, nel suo intero sviluppo, ne contenesse un migliaio (R. Peroni).

  Secondo G. Colonna (Urbanistica e architettura, in Rasenna, Milano, p. 390), la struttura delle capanne ovali del Calvario presenta analogie con quella delle capanne del Bronzo Finale di S. Giovenale, Luni sul Mignone, Narce e Sorgenti della Nova; le capanne rettangolari apparterrebbero invece all’età del Ferro. La maggioranza dei pochi frustuli trovati sul luogo è da attribuirsi alla prima età del ferro; un frammento, poi, di piatto, ed alcuni ritrovati nelle capanne rettangolari fanno pensare ad un momento poco più avanzato (F. Delpino, Alle origini di Tarquinia. Scoperta di un abitato villanoviano sui Monterozzi “Proposte d’inquadramento culturale dei rinvenimenti protostorici”, “StEtr” 46, 1978, pp. 17 e 18). Altri frustoli non sono inquadrabili cronologicamente, ma alcuni di loro potrebbero risalire all’età del Bronzo per analogia con la forma delle capanne ovali. Il villaggio, dunque, dovrebbe risalire al Bronzo finale e protrarsi fino a un momento avanzato del primo Ferro. Il Pallottino ne pone la fine non oltre il  750 a.C. (Alle origini di Tarquinia. Scoperta di un abitato villanoviano sui Monterozzi “Considerazioni storiche topografiche generali”, “StEtr” 46, 1978, pp. 19 e 20)[17].

  E’ opportuno evidenziare che questo villaggio, che è il più esteso rinvenuto in Etruria, non si trova sul pianoro di Tarquinii, bensì sul colle di Cornetum.

 Infernaccio, Acquetta, Doganaccia. Dislocati sulla stessa altura, ma decentrati rispetto al grande villaggio del Calvario, troviamo radi nuclei abitati dell’età del primo Ferro. Finora, sono state individuate le aree insediative dell’Infernaccio[18], dell’Acquetta[19] e forse quella della Doganaccia[20].

Tumulo della Regina. Durante i lavori che A. Mandolesi ha eseguito nel 2009 per riassestare i monumentali tumuli etruschi della Doganaccia,   sono  travati rivenuti sulla terra che ricopre il “Tumulo della Regina”  vari frammenti di ceramica dell’età del primo Ferro appartenenti evidentemente ad un villaggio esistente sul lugo stesso.   

  Le Rose. Un’altro insediamento dovette esistere in uno dei siti della futura città di Cornetum perché ne conosciamo la relativa necropoli, in località Le Rose, sotto le mura etrusco-romane della odierna Barriera S. Giusto.

 

 Dal Castello alla Fontanaccia, l’area coperta è di circa 150 ettari, pari a quella occupata dai villaggi del pianoro di Tarquinii. Gli insediamenti di Tarquinii sono più fitti, ma nessuno di essi presenta l’estensione del Calvario di Cornetum. Si tratta del più esteso villaggio della regione, ed è probabile che avesse un ruolo preminente non solo nei riguardi degli altri abitati del colle dove sorgeva, ma anche su quelli del pianoro della futura Tarquinii. Si trovava, infatti, in posizione geografica dominante non solo (a NE) la valle del San Savino dinanzi alla collina di Tarquinii, ma (a SO) il mare; ed era al centro di quelle che saranno le principali vie di comunicazione di epoca storica (vedi cap. XI e fg. …). L’ipotesi del primato degli abitanti dell’altura di Cornetum rispetto a quelli del pianoro di Tarquinii si configura non solo per l’imponenza del villaggio del Calvario, ma  per la ricchezza e la varietà dei modelli rinvenuti nelle sue necropoli, soprattutto in quelle delle Arcatelle e de Le Rose (vedi oltre). Verosimilmente, già dalla fine dell’età del Bronzo, vari mercanti che intendevano affacciarsi con facilità al mare andarono dal colle di Tarquinii a incrementare quello di Cornetum, ma anche genti nuove venute dalla valle del Mignone, dai Monti di Tolfa e da fuori della regione.

 

b)   Insediamenti marini dinanzi al colle di Cornetum

 

 Fontanile delle Serpi. Al centro della vasta pianura compresa fra la collina di Cornetum e il mare, si trovava l’insediamento del Fontanile delle Serpi. I reperti trovati appartengono a un momento tardo del Bronzo finale e fors’anche all’inizio della prima età del Ferro[21].

 Gravisca. Sul mare, dinanzi al colle di Cornetum, nell’area attorno al futuro porto di Gravisca sono stati rinvenuti fittili protostorici fra cui un frammento appartenente forse alla tarda età del Bronzo[22].

 Saline. All’interno poi di alcune vasche vuote delle ex Saline di Stato, per una lunghezza di circa un chilometro sulla costa ed un’estensione di almeno 60 ettari, sono stati trovati materiali assegnabili genericamente alla prima età del Ferro e forse al periodo orientalizzante[23]. 

 Pian di Spine (Maltano). All’eneolitico ed alla media età del Bronzo apparterrebbe, invece, l’insediamento di Pian di Spine, posto sulla marina , un paio di chilometri dalla riva destra della foce del Marta[24]. Non ne possediamo reperti dell’età del ferro. Nella zona, in epoca storica sorse il porto di Maltano. Il nome ricorda quello del mitico re  Maleo o Maleoto o Malteo, il quale da questa regione, secondo vari autori antichi, come Strabone e altri, avrebbe condotto una migrazione etrusco-pelasgica  in Grecia e nelle isole egee.

 

c)    Necropoli relative al colle di Cornetum.

 

 I villaggi del colle di Cornetum erano circondati da una serie di relative necropoli quasi esclusivamente databili alla fase iniziale della prima età del Ferro.

  La necropoli de “le rose”. Allo stanziamento del Castello di Cornetum o di altro eventualmente rintracciabile entro il perimetro della futura città, è stata assegnata la necropoli trovata  in località Le Rose sulla parte terminale del pendio del colle fuori le mura della attuale Barriera S. Giusto. Sono state identificate 85 tombe di cui 78 ad incinerazione appartenenti alla prima età del Ferro, e 7  ad inumazione del periodo orientalizzante. Un’altra ventina di tombe è stata individuata recentemente da F. Trucco[25]. E’ stato notato che alcuni elementi decorativi del materiale ivi trovato non presentano analogie con quelli dei sepolcreti dei Poggi di Tarquinii, ma sono invece comuni alla necropoli delle Arcatelle ed a quelle di numerose altre località etrusche come Bologna, Vulci, Veio e Pontecagnano[26]. La cosa è indicativa del fatto che gli stanziamenti dell’area di Cornetum, rispetto a quelli dell’area di Tarquinii, ebbero maggiori contatti esterni e una conseguente maggiore vivacità culturale.

    La Necropoli delle Arcatelle. Dagli scavi iniziati nel 1881 sull’altipiano di Cornetum, in località Arcatelle, sono venute alla luce più di 300 tombe. Da quel che possiamo rilevare dai vecchi bollettini, le sepolture della fase iniziale del primo Ferro (dal sec. X alla metà dell’ VIII), molto fitte e in gran parte comunicanti, sono ad incinerazione, e si trovavano sulla parte più alta del luogo. Quelle della fase recente (750-720/700), di cui molte ad inumazione, coprirono un’area vasta fin presso i Primi Archi, dove la celebre Tomba del Guerriero (720/700) ne segna forse l’estremo limite settentrionale. E’ la più vasta ed importante necropoli della regione; e, come il grande villaggio del Calvario, si trova anch’essa significativamente sul colle di Cornetum. La distanza  fra i due luoghi è più o meno pari a quella che corre fra i sepolcreti orientali e gli abitati del pianoro della Civita. Dopo il 720/700, con il periodo orientalizzante, il sepolcreto si estese ad est fino ai Secondi Archi. Durante il VI sec., le sepolture raggiunsero la località Calvario dove sommersero gli avanzi dell’omonimo grande villaggio (disabitato già dalla seconda metà dell’VIII sec.), ed inglobarono vecchie tombe del VII sec.

   Villa Falgari. All’inizio della Via dell’Acquetta, fuori villa Falgari, durante lavori effettuati nel 1998, sono emerse circa 114 tombe di cui 110 circa ad incinerazione (appartenenti alla fase iniziale del primo Ferro) e 4 a fossa dell’inizio del periodo recente della prima età del Ferro e del periodo orientalizzante più antico. Nel 2000, all’interno della villa sono state recuperate altre e 19 tombe. Le custodie sono più grandi di quelle di altre necropoli del Tarquiniese, e la tipologia degli oggetti presenta analogie con quella de Le Rose[27].

 Dentro la stessa villa, sui poggi che ne limitano a nord e a sud l’area pianeggiante, già dal 1969 erano state rinvenute 5 tombe orientalizzanti (la più antica risale al 700 a.C., la più recente al 630-610 a.C.), più 2 tardo-arcaiche (ca. 400 a.C. e ca. 50 a.C.)[28].

    Acquetta. Il sepolcreto relativo all’insediamento dell’Acquetta è stato individuato da Mandolesi nel 1989 per il ritrovamento di resti di materiale sepolcrale sparsi in supercficie. I reperti raccolti attestano uno sviluppo della necropoli limitato alla fase iniziale del primo Ferro[29].

   Fontanaccia. Piccola necropoli in località Casale Fontanaccia a valle della strada provinciale dei Monterozzi, alla quale compete la cosiddetta tomba Romanelli 66. I reperti sembrano appartenere a un momento avanzato della fase iniziale della prima età del Ferro, ed all’inizio di quella recente[30].

 

  Alcuni decenni fa, a Tarquinia, si parlava di tombe dell’età del Ferro trovate furtivamente sotto le mura medioevali della città nel terreno del Convento di S. Francesco. Si parlava pure di ritrovamenti di coeve sepolture, avvenuti sotto i dirupi del Camposanto vecchio, e a mezza costa lungo la strada che fiancheggia la Macchia del bovo. Bisognerebbe effettuare campagne di scavo per verificare l’attendibilità  di voci nate da racconti di empirici “tombaroli”.

  Il tutto lascia comunque supporre l’esistenza di una fitta rete di villaggi della fase più antica dell’età del  primo Ferro, esistente sul colle e sul luogo della futura città di Cornetum.

 

   5. Diversità fra i sepolcreti di Cornetum e quelli di Tarquinii.

E’ stato notato che gli abitanti dei villaggi dell’area di Cornetum hanno depositato nelle tombe delle loro  necropoli materiali non solo più vari e più ricchi, ma anche più innovativi, e talora unici  rispetto a quelli depositati dagli abitanti del pianoro di Tarquinii nei sepolcreti dei Poggi. Evidentemente, i primi erano più aperti dei secondi, e con ciò più attivi e determinanti verso l’esterno.

  Come lo studioso americano Hugh Hencken ha acutamente osservato,

 i sepolcreti orientali dei poggi di Tarquinii rimasero sempre legati a vecchi costumi mentre la grande necropoli delle Arcatelle fu un “sepolcreto alla moda” e rappresentò un “avamposto di mutamenti” fin dal periodo iniziale del primo Ferro. Nel periodo recente (750-700 a.C), poi, dice lo Hencken “divenne il centro di innovazione delle usanze funerarie […]. La grande novità di questo periodo fu l’inumazione […]; e più di un terzo di tutti i sepolcri di questo periodo fu ad inumazione, ma la stragrande maggioranza di queste inumazioni avvenne alle Arcatelle […]. Nello stesso periodo la cremazione rimase la voga favorita, specialmente nei cimiteri di Tarquinii [31].

  Valeria D’Atri, a sua volta, ha evidenziato che

i pozzi comunicanti trovati nel nucleo più antico delle Arcatelle non trovano riscontro nei sepolcreti dei Poggi di Tarquinii, bensì in quelli di Vulci e di Cerveteri. Alle Arcatelle, inoltre, dice la D’Atri, “si nota una grande varietà tipologica di oggetti, non riscontrabile negli altri sepolcreti tarquiniesi, e che in alcuni esemplari  si presenta con caratteri, allo stato attuale delle nostre conoscenze, di unicità […]. Anche per la decorazione ci si è trovati in presenza di una ricchezza ed esuberanza difficilmente confrontabili. Si è rilevato, ad esempio, come alcune urne biconiche siano decorate non solo sulle consuete zone del collo e della spalla, ma anche sul margine interno del labbro, e in un caso anche all’esterno. A Tarquinii questo elemento decorativo non è attestato ai Poggi orientali, secondo la documentazione fornita dallo Hencken, mentre si trova nella necropoli de Le Rose; isolato appare a Bologna S. Vitale, Numana, Furbara, Pontecagnano. Sempre sulle urne biconiche i motivi angolari contrapposti con il tratto inferiore arrotondato, probabilmente antropomorfi, incisi al di sopra della o delle anse (figure sedute dello Hencken), compaiono alle Arcatelle e nella necropoli de Le Rose; fuori Tarquinia li troviamo a Veio Quattro Fontanili e Valle la Fata, e a Vulci. E ancora va segnalata la presenza di due elementi zoomorfi incisi sulla parte superiore del collo di un’urna biconica, e sul bacino di una grossa ciotola con alto piede troncoconico forato. Questi motivi nuovi per il repertorio ceramico villanoviano, trovano attestazione nella bronzistica coeva […]. Tra la fine della prima e l’inizio della seconda fase villanoviana sembra, dunque, verificarsi un intenso sfruttamento della necropoli testimoniato inoltre da una ricchezza di  materiale e da una varietà tipologia superiori a quelle degli altri sepolcreti tarquiniesi: Lo stesso momento cronologico è attestato anche da numerosi corredi di Selciatello Sopra e Poggio dell’Impiccato, i quali, però, pur presentando un’articolata gamma tipologia, sembrano qualitativamente inferiori a quelli delle Arcatelle […]. Si rileva, infine, la recente scoperta di fondi di capanne villanoviane di notevoli dimensioni, sul colle dei Monterozzi, nella zona del Calvario, i quali per la relativa vicinanza al sepolcreto in questione potrebbero risultare in connessione con questo[32].

  Per le tombe maschili, Iaia ha osservato che, nelle fasi più antiche, la necropoli del  Selciatelo di Tarquinii e quella stessa de Le Rose di Cornetum, se confrontate con quella delle Arcatelle, presentano il seguente quadro:

Austeri corredi con elmo di ceramica, quasi sempre privi di elementi di spicco nelle prime due, presenza di armi reali, elmi e vasellame di bronzo, oggetti simbolici e cerimoniali (tavole tripode, incensiere), e molto altro nella terza. Il fenomeno continua ampiamente nell’orizzonte successivo, come mostrano tombe ragguardevoli sia maschili che femminili, e raggiunge le fasi avanzate della prima età del Ferro[33].

  Per Le Rose di Cornetum bisogna però aggiungere che questa necropoli, anche se in modo meno evidente delle Arcatelle, presenta talora, come ha evidenziato la D’Atri, elementi di novità e di ricchezza maggiori di quelle che si riscontrano al Selciatello e sugli altri Poggi di Tarquinii. In proposito, noi possiamo aggiungere come sia anche da considerare la presenza  dei cosiddetti “candelabri” di derivazione cretese. Si tratta di esemplari tipici dei sepolcreti cornetani. Due sono stati trovati alle Arcatelle e uno a Le Rose; altri pare siamo stati rinvenuti nella necropoli di Villa Falgari[34].

  La straordinaria documentazione archeologica emersa dalla  necropoli delle Arcatelle di Cornetum e delle altre periferiche ci consente di seguire fin dall’inizio dell’età del Ferro l’intero ciclo di sviluppo degli abitanti di un centro protourbano, cosa che non avviene per gli altri sepolcreti protostorici del Tarquiniese.

 Il primato del colle cornetano dovette esser favorito dal facile controllo che da esso si poteva esercitare sulle grandi vie di comunicazione terrestre e marine. L’altura, infatti, era in posizione dominante tutta la prospiciente marina e l’accesso dal mare alle valli del Marta e del Mignone per i commerci con l’entroterra.

Fig. 6 

 

 F. 6 - IL colle di Cornetum e quello di Tarquinii durante la fase recente della prima età del Ferro (800-750 a.C.). I quadratini neri indicano le picole e medie necropoli di Tarquinii (la quasi totalità si attardava nel vecchio rito funebre dell’incinerazione).

L’area tratteggiata indica l’unica e grande necropoli del colle di Cornetum (1/3 delle sepolture presenta il nuovo rito dell’inumazione).

Il cunicolo di Cornetum è un acquedotto sotterraneo di tipologia etrusca, con otto pozzi.

 

6. Il momento recente della prima età del Ferro.

Attorno alla metà dell’VIII sec. a.C. ha inizio la colonizzazione greca delle coste tirreniche dell’Italia meridionale ed il conseguente nascere delle prime città in Italia. I contatti con le colonie greche segnano, in Etruria, il passaggio alla fase recente dell’età Ferro. Nelle necropoli etrusche si assiste al passaggio dal rito funerario ad incinerazione a quello ad inumazione.

 In questo periodo, sul pianoro di Tarquinii si riscontra una fitta rete di villaggi. Nelle sue necropoli si trova una quantità di materiali dovuti a contatti con le colonie greche; ma, rispetto alle città dell’Etruria marittima, come Cere e Populonia, i suoi sepolcreti si attardano nel rito incineratorio.

 Nello stesso periodo, sul colle di Cornetum scompaiono i singoli villaggi e i singoli sepolcreti. Tutte le sepolture si accentrano nella necropoli delle Arcatelle che quadruplica la sua estensione. In essa, diversamente dai sepolcreti di Tarquinii, si pratica il nuovo rito inumatorio. Dice Hencken :

  “A Tarquinia, il periodo che va dal 750 al 700 a.C., è in realtà un momento di transizione fra il Villanoviano vero e proprio (fase antica del primo Ferro) ed il Periodo III Orientalizzante”. Quanto ai “costumi funerari, una difficoltà nel procedere in questo argomento è che la grande necropoli dei Monterozzi (Arcatelle) [ …] sembra essere stata un avamposto di mutamenti. Essa è sempre stata chiaramente il cimitero alla moda, ed ora diventa il centro delle innovazioni delle usanze funerarie. In questo stesso periodo, le necropoli orientali (dei Poggi di Tarquinii) mostrano una maggiore aderenza ai vecchi costumi, sebbene in modo meno osservante rispetto al passato. Ma alla fine del Villanoviano II (cioè attorno al 700) i cimiteri orientali caddero in disuso, mentre l’importanza di quello di Monterozzi (Arcatelle) aumentò. La grande innovazione del Villanoviano II (fase recente del primo ferro) fu l’inumazione, cioè la sepoltura di corpi non cremati; e più di un terzo di tutti i sepolcri di questo periodo fu ad inumazione. La stragrande maggioranza di queste inumazioni si verificò a Monterozzi (Arcatelle) […]. Nello stesso periodo la cremazione rimase la voga favorita delle esequie durante il Villanoviano II, specialmente nelle necropoli orientali”[35].

 Sul pianoro di Cornetum, in apparenza, ai reperti dell’importante ed innovativo sepolcreto delle Arcatelle, non farebbero riscontro quelli d’un coevo consistente abitato. Lo stesso grande villaggio del Calvario non sembra aver superato di molto la metà dell’VIII sec. Abbiamo però gli indizi di un abitato risalente al Bronzo finale (vd. par. 4 a), trovati presso le mura della futura città che i Greci chiameranno Kyrnìata “lat. Corneta e Cornetum” (vd. cap. 2).

 C’è chi ha creduto che il colle di Cornetum sia  stato abbandonato, e che da quel momento la necropoli delle Arcatelle sia  stata utilizzata dagli abitanti dei villaggi di Tarquinii [36]. Questo però non spiegherebbe perché mai coloro che risiedevano sulla altura cornetana, in vista del mare, avrebbero voluto o dovuto abbandonare le loro strategiche sedi. Si deve tener presente che, anche in questo periodo, i materiali delle Arcatelle di Cornetum, già da sempre più vari, diversi e ricchi di quelli dei Poggi di Tarquinii, continuarono ad essere diversi da quelli di Tarquinii. Infatti, mentre sui Poggi si continuava quasi esclusivamente ad incinerare, alla Arcatelle di Cornetum si praticava in gran parte il nuovo rito funerario dell’inumazione.

 Bruciare una salma perché l’impurità della carne perisca, e l’anima si liberi, oppure sotterrare un defunto con il suo corpo intatto perché si disfaccia nel grembo della madre terra, o chiuderlo addirittura in un sarcofago perché si conservi quanto più possibile non è un’opzione qualsiasi. La scelta  implica divergenti visioni religiose della morte e dell’oltretomba; e non è cosa che possa cambiare in pochi anni. Indicativamente, l’incinerazione era tipica delle genti ariane, mentre l’inumazione lo era delle popolazioni mediterranee. Ora, senza voler entrare qui nella spinosa questione delle varie componenti etniche del popolo etrusco, e di quello tarquiniese in particolare, dobbiamo però supporre che il passaggio in tempi brevi da un rito funerario come quello dell’incinerazione a quello opposto dell’inumazione sia dovuto alla provenienza da comunità esterne di determinati individui o di  nuclei familiari, se non addirittura di gruppi di genti.  Accanto alla diversa circolazione degli oggetti e  alla differenza  del rito funerario riscontrabile alle Arcatelle del colle cornetano rispetto ai poggi di Tarquinii, dovremo dunque considerare anche la diversa frequentazione delle persone. Evidentemente, coloro che seppellivano alle Arcatelle di Cornetum non appartenevano alla stessa comunità di quelli che seppellivano sui Poggi di Tarquinii.

  Nel lontano 1937, il Pallottino aveva supposto che la necropoli delle Arcatelle fosse stata utilizzata da sempre dagli abitanti dei vari villaggi del pianoro di Tarquinii.  Costoro avrebbero raggiunto il luogo attraverso un probabile itinerario che conduceva al mare attraverso una depressione collinare che si trova accanto alla necropoli. Ma, nel 1978, dopo la scoperta del grande villaggio del Calvario di Cornetum, il Pallottino stesso rigettò l’ipotesi. Egli, in quella occasione, scrisse:

La possibilità che il sepolcreto delle Arcatelle sia da spiegare in funzione della salita d’accesso dalla Civita (Tarquinii) come primo attacco verso il futuro sviluppo della necropoli su tutta l’estensione dell’altura appare ormai superata o quanto meno integrabile con altre e più complesse illazioni. La prova dell’esistenza di agglomerazioni abitate sullo stesso crinale dei Monterozzi (Cornetum) rende verosimile la funzione locale dei sepolcreti non più da considerare necessariamente, almeno in origine, in funzione del centro della Civita (Tarquinii).

   Non sarebbe nemmeno verosimile che, come altri vorrebbero, singole aristocratiche famiglie fin dall’inizio dell’età del Ferro avessero fatto astrazione dai loro singoli villaggi e fossero andate a seppellire i loro morti sul colle di Cornetum[37]. La cosa diverrebbe ancor meno pensabile per il periodo più recente quando si sarebbe verificato il paradosso che, fra gli abitanti dei singoli villaggi di Tarquinii, coloro che volevano far cremare i loro morti avessero continuato a farlo sui Poggi di Tarquinii, mentre coloro che volevano inumarli, avessero ancora una volta astratto dai loro singoli villaggi e fossero andati a  seppellirli alle Arcatelle di Cornetum. Sarebbe più ovvio pensare agli abitanti di un singolo villaggio che sia stato grande, potente e ricco fin dagli inizi dell’età del Ferro. Ora, il più grande “villaggio” finora rinvenuto nella regione e addirittura in Etruria è proprio  quello del Calvario. Risale agli inizi dell’età del Ferro (e forse al Bronzo); e non si trova sul colle di Tarquinii, bensì su quello stesso della necropoli delle Arcatelle, cioè sul pianoro di Cornetum.  Il Pallottino disse:

 Le costruzioni del Calvario, ‘capanne’ più che imponenti, mostrano un livello sociale di grosso respiro. E’ impossibile immaginare le proporzioni, le articolazioni, i rapporti dei vari nuclei abitati per i quali esito ad impiegare il termine “villaggi”; solo l’ampliarsi della ricerca del Calvario ci consentirà sperabilmente di formarci qualche idea in proposito[38].

 Dal canto nostro, ci domandiamo come mai, alla metà dell’VIII sec. a.C., proprio nel momento in cui sulle coste dell’Italia meridionale nascevano le prime città greche, e l’Etruria si apriva via mare e via terra alle loro influenze e a quelle della stessa Grecia, gli abitanti del Calvario e degli altri insediamenti periferici di Cornetum avrebbero voluto o dovuto abbandonare le alture della propria collina posta com’era in posizione dominante il mare ed al centro delle grandi vie di comunicazione. Anzi, la mancanza di abitanti avrebbe significato esporre il colle alla facile conquista da parte di genti straniere. Queste avrebbero acquisito il controllo del mare e degli accessi alle valli del Marta e del Mignone, con grave pericolo non solo per l’economia, ma per la stessa incolumità degli abitanti dei villaggi di Tarquinii.

Ma, proprio i dati emersi dallo sviluppo di un insieme quale è quello formato dal sepolcreto delle Arcatelle e dagli altri cosparsi alle pendici del colle cornetano, ci consentono di seguire il divenire di una comunità protourbana fin dagli inizi dell’età del Ferro (e forse del Bronzo). Se poi guardiamo senza eccessivi pregiudizi all’accentrarsi, durante la metà dell’VIII sec. a.C., di tutte le sepolture nella necropoli delle Arcatelle, ed alla contemporanea scomparsa di ogni villaggio, ci accorgiamo che abbiamo tutte le premesse per supporre che sullo stesso colle di Cornetum si sia intanto formato quel centro urbano che poi i Greci chiamarono Kyrnìata (Corneto)  Questo processo di formazione non emerge invece dall’analisi delle necropoli protostoriche dei poggi di Tarquinii.

  Evidentemente, nel momento in cui i centri interni della regione, attraverso la valle del Marta, avrebbero potuto profittare del commercio coi Greci approdati sulla marina, gli abitanti del Calvario e degli altri insediamenti del pianoro andarono a concentrarsi nell’agglomerato della parte occidentale del colle[39], da dove, oltre che a controllare il mare e le foci del Mignone e del Marta, potevano avere il dominio assoluto delle vie di transito della valle del Marta. Ciò ad imitazione del processo di formazione delle città greche dell’Italia meridionale, e per infiltrazioni di gente venuta dalla Grecia. Costoro dovettero andare a seppellire i loro morti nella vasta necropoli delle Arcatelle insieme ai ricchi e potenti ex abitanti del grande villaggio del  Calvario o altro che fosse. In questo sepolcreto, un terzo di essi adottò il nuovo rito funerario dell’inumazione, venuto dall’esterno. Forse agli inizi, la nuova usanza fu praticata solo da elementi  immigrati. Nello stesso periodo, nella tradizionalista Tarquinii, non solo si continuò ad adottare il vecchio rito incineratorio, ma i corredi delle sue tombe continuarono ad esser meno ricchi e vari di quelli delle Arcatelle di Cornetum.

 E proprio da una tomba del colle cornetano (la n. 2879)  proviene la più antica iscrizione etrusca che si conosca, graffita su un vaso d’importazione o di imitazione greca[40]. Essa è degli ultimi decenni dell’VIII sec. Le iscrizioni trovate sul pianoro di Tarquinii scendono inveceal primo quarto del VII secolo[41]

Fig. 7

 

F. 7 - Area di Cornetum ed area di Tarquinii nel periodo Orientalizzante (fine VIII sec. a.C. – VII sec. a.C.). NECROPOLI. 1: Grande necropoli dei Monterozzi (sviluppatasi su quella delle Arcatelle). 2: Ortaccio. 3: Porta Nuova. 4: Cartierra. 5: Le Rose. 6: Infernaccio. 7: Villa Bruschi Falgari. 8: Madonna del Pianto. 9: Doganaccia. 10: Pisciarello. 11: Fantanile delle Serpi. 12: Saline. 13: Gravisca. 14: S. Nicola. 15: Grottelle. 16: Balza sud del Piano della Civita. 17: S. Savino. 18: POggio Quarto degli archi II. 19: Poggio dell’Impiccato. 20: Poggio della Sorgente. 21:  Macchia della Turchina. 22: Fontanile del Nasso. 23: Poggio del Forno. 24: Poggio Cretoncini. 25: Poggio Gallinaro. 26: Poggio dell’Ovo. 

 

 Sul luogo del supposto primo agglomerato urbano troveremo la città che, come abbiamo detto, conosciamo col nome greco di Kyrnìata, e con quello loatino latino di Corneta o Cornetum ( vedi cap. 2).

Una antica leggenda voleva che questa città fosse stata la patria e la sede di Tarconte (vedi cap. 3), e che corrispondesse a quella stessa che nella tradizione virgiliana fu chiamata Corythus e Corinthus (etr. *Curithe, *Curinthe, *Curnithe)[42]. Essa sarebbe stata fondata da Dardano, figlio del re etrusco Corito, capostipite dei Troiani. Secondo una differente  leggenda, sarebbe stata invece fondata da Corito o Corinto figlio di Paride figlio di Priamo re di Troia. Nella tradizione virgiliana, la  città e il colle omonimo (mons Corythi), sarebbero  stati il luogo dove Tarconte riuniva i capi della Federazione etrusca, e la sua necropoli (le Arcatelle?) sarebbe stato il luogo della tomba di Corito[43]. Si tratta di leggende, ma la loro esistenza potrebbe essere indicativa del fatto che il colle di Cornetum sia stato il luogo del primo aggregato urbano del Tarquiniese.

 Cornetum o comunque il suo colle fu probabilmente il  particolare luogo dove, secondo Strabone, si stanziò Demarato Corinthius quando emigrò fra i Tarquinienses “portando popolo” dalla città greca di Corinthos (detta anche Choritus).  Egli, spiegava Strabone, “portò con sé dalla sua patria tanta ricchezza che non  solo  regnò sulla  città che lo ospitò, ma  suo figlio  divenne re anche dei Romani”[44]. Nella tradizione romana questo Lucumone fu conosciuto come  Lucio Tarquinio Prisco.

 Dionigi di Alicarnasso  riferiva poi una diffusa tradizione secondo la quale Tarquinio, il figlio di Demarcato Corinto, divenne non solo re di Roma, ma anche capo supremo della Lega Etrusca[45].

 Si diceva pure che Demarato avrebbe introdotto la scrittura da Corinto in Etruria[46]. Potrebbe dunque non  essere un caso il fatto che, come abbiamo visto, proprio in una tomba del colle di Cornetum si trovi la più antica scrittura etrusca che si conosca.

Si noti però che il documento cornetano appartiene ad un’ottantina d’anni prima della tradizionale venuta di Demarato da Corinto (circa. 650 a. C.), sì ché è probabile che la data delle prime infiltrazioni di gente corinzia, o comunque greca, risalga alla seconda metà dell’VIII sec. E forse il racconto  dello stanziamento di “popolo” venuto da Corinthus/Choritus riflette in forma anacronistica e romanzesca il momento del maggior prestigio goduto da Cornetum/Cori(n)thus/Corythus non solo dinanzi al mondo greco, ma  in seno ai  Tarquinienses e agli altri popoli dell’Etruria. Silio Italico definisce la città come “sede del superbo Tarconte” (vedi cap. 3); e la tradizione virgiliana la pone, addirittura, non solo all’origine dei Troiani e dei Romani, ma anche come il centro federale dove Tarconte riunisce i capi della Lega Etrusca e ne affida il comando al troiano Enea [47].

Fra la seconda metà  del VII secolo e l’inizio del VI, anche le necropoli dei Poggi di Tarquinii verranno abbandonate, e tutte le sepolture saranno concentrate attorno alle Archatelle. Questo dovrebbe indicare che gli abitanti delle due colline ormai costituivano un’unica entità civica[48]. Sul colle di Tarquinii si sviluppò un  abitato di 130 ettari, chiuso dentro un perimetro di 12 chilometri di cui 8 cinti di mura; ma la piccola Cornetum dovette mantenne il primato morale ricordato dalla tradizione virgiliana.

 Secondo Marta Sordi[49], l’altura di Cornetum sarebbe stato poi il luogo dove, tra il 133 e il 121 a.C., i Romani dedussero la colonia Tarquinius che secondo le fonti andava dai colli al mare[50].

 

                                                                     Alberto Palmucci

 

[1] E. Wetter, Studies and trolls in soutern Etruria, in A. Boethius ed altri, Etruscan culture, land and people, Malmò, 1962, pp. 163-208 (Tav. Etruria, suthwestern part).

[2] H. Hencken, Tarquinia and Etruscan Origins, London, 1968, p. 25. Nostra trad. dall’Inglese.

[3] H. Hencken, Tarquinia, Villanovians and Early Etruscans, Cambridge (Massachusetts, USA), Peabody Museum, 1968, pp. 10-17. La traduzione dall’Inglese è nostra.

[4] M. Gori, L’antico cunicolo di Corneto, “Bollettino della Società Tarquiniense d’Arte e Storia (d’ora in poi BollSTAS)”, 1998, p. 75.

[5] A. Pasqui, Nota del predetto Sig. A. Pasqui intorno agli studi fatti da lui e dal conte A. Cozza sopra l’ubicazione dell’antica Tarquinia, “NSc”, 1885, pp. 513-524 e t. XV; M. Pallottino, Tarquinia, “Monumenti Antichi dell’Acc. Naz. dei Lincei”, 1937; R. E. Linington, F. Delpino, M. Pallottino, Alle origini di Tarquinia, scoperta di un abitato villanoviano sui Monterozzi, “Studi Etruschi (d’ora in poi StEtr)” (46), 1978, pp.3-23.

[6] B. Biancofiore, O. Toti, Monte Rovello, testimonianze dei Micenei nel Lazio, Roma, 1973; Emilio Peruzzi, Mycenaeans in Early Latium, Roma, 1980.

[7] Lo specchio, di importazione micenea, passò di mano in mano per più generazioni finché fu deposto nella tomba 77 di Poggio Selciatello a Tarquinii durante il IX sec. a. C. (F. Delpino, Rapporti e scambi nell’Etruria meridionale villanoviana con particolare riferimento al Mezzogiorno, in Archeologia nella Tuscia, II, C.N.R., 1986, II, pp. 167-168). 

[8] A. M. Mietti Sestieri, The Metal Industry of Contineltal Italy (13th to 11th Century b.C.) and its Connections with the Aegean, “Proceedings of the Prehistoric Society”, 39, 1973, pp. 383, sgg.

[9] Questo nome non è riferibile alla città greca di Corinthos (lat. Corinthus e Coritus), bensì a un luogo non ancora identificato (J, Chadwich, Lineare B, Torino, 1959, p. 147 e 208; A. Morpurgo, Mycenaeae Graecitatis Lexicon, Roma, 1963, p. 138; El. Bennet Jr. EJ. P. Olivier, The Pylos Tablettes Transcribed, Roma, 1976, II, p. 97).

[10] R. Peroni, Presenze micenee e forme socioeconomiche nell’Italia protostorica, in Magna Grecia e mondo miceneo (Atti del XXII convegno di studi sulla Magna Grecia), Taranto 1982, Napoli 1983, pp. 212 sgg. Pare, del resto, che anche un’altra iscrizione micenea, ataro (Aitalia? = Elba) turupteija ono, possa essere riferita a contatti fra i Micenei e gli Etruschi (G. Pugliese Carratelli, Scritti sul mondo antico, Napoli, 1976, p. 262 sgg.).

[11] Mengarelli, “NotSc.”, 1900, p. 563 sgg. , 568 sgg. , fgg. 6 e 7.

[12] “Resterebbe inoltre assodato”, continua il Pallottino, “l’uso da parte degli enolitici della media Italia tirrena di un tipo di tombe assai simile a quello siculo, uso comune con altre genti del Mediterraneo (come il Lazio e la Toscana) e già supposto per altri indizi”(M. Pallottino, Tarquinia, “Monum. Ant. Accad. Lincei”, 36, 1937,, col.125).

[13] A. Mandolesi, op. cit. , p. 159-160 (8).

[14] A. Mandolesi, op. cit., 1999, p. 166, n. 139.

[15] M. Cataldi, V. Bartoloni, Saggio di scavo sullo sperone-nord di S. Maria in Castello, “BollSTAS”, 18, 1989, pp. 5-9. Secondo A. Mandolesi (op. cit., p. 166), invece, “sono emersi finora materiali   assegnabili con certezza solo all’età del Bronzo finale”.

[16] A. Mandolesi, op. cit., p. 196, n. 194.

[17] G. Bartoloni (loc. u. cit.) sostiene, invece, che la fine del Calvario abbia coinciso con quella delle fase protostorica  delle Arcatelle (fine VIII sec.).

[18] Il materiale relativo a questo insediamento è stato  recuperato in superficie e durante l’esecuzione di lavori. E’ riconducibile alla fase iniziale del primo Ferro e, in minima parte all’inizio di quella recente (A. Mandolesi, op. cit. , p. 169 nr. 26).

[19] Il sepolcreto relativo all’insediamento dell’Acquetta è stato individuato da Mandolesi (op. cit. , p. 173 nr. 33). nel 1989 per il ritrovamento di resti di materiale sepolcrale di superficie. I reperti attestano uno sviluppo della necropoli limitato alla fase iniziale del primo Ferro.

[20] In due punti diversi della proprietà Malvezzi, a 50 metri l’uno dall’altro, sono stati rinvenuti diversi fittili appartenenti alla fase iniziale del primo Ferro unitamente ad altri materiali di epoca etrusca. Sembra che i materiali possano esser stati trasportati sul luogo dal vicino sito dell’Acquetta già in epoca etrusca per la costruzione di un opera di scorrimento delle acque (O. Tortolini, Monterozzi-Doganaccia, scavo per costruzione depuratore e fognatura comune di Tarquinia, relazione alla S.A.E.M. del 22-11-1996; A. Mandolesi, op. cit. , p. 170 nr. 28). E’ tuttavia possibile ch’essi appartengano ad uno stanziamento autonomo.

[21] A. Mandolesi, op. cit. , p. 168 (25).

[22] A. Mandolesi, op. cit. , p. 174 (35).

[23] Idem.

[24] A. Mandolesi, op. cit. , p. 164 (15).

[25] La Trucco ne ha dato notizia durante una relazione  tenuta a Tarquinia il 7-10-2000.

[26] Valeria D’Atri, La necropoli delle “Arcatelle”: dati inediti sul villanoviano tarquiniese, “Archeologia Classica” (29, 1), 1977, pp. 13 e 14.

[27] Notizie riferite da F. Trucco durante la relazione tenuta a Tarquinia il 7-10-2000.

[28] L. Magrini, M. Milla, C.V. Petrizzi, La necropoli orientalizzante e tardo-arcaica di Villa Bruschi-Falgari a Tarquinia,  “BollSTAS” 22, 1993, pp.75-172.

[29] A. Mandolesi, op. cit. , p. 173 (33).

[30] A. Mandolesi, op. cit. , p. 172 (30).

[31] H. Hencken, Tarquinia and Etruscan Origins, cit. , pp. 22; 53-54. Nostra trad. dall’Inglese.

[32] V. D’Atri, La necropoli delle “Arcatelle”: dati inediti sul vilanoviano tarquiniese, “Archeologia Classica” (29, 1), 1977, pp. 12 sgg.

[33] C. Iaia, Le Arcatelle di Tarquinia, “BollSTAS” (28), 1999, p.16.

[34] Di questi ultimi ha dato notizia la Trucco nella relazione citata.

[35] H. Hencken, Tarquinia and Etruscan Origins, cit. , pp. 53-54. Nostra traduz. dall’Inglese.

[36] G. Bertoloni, La cultura villanoviana, Roma, , 1989, p. 197.

[37] C. Iaia, loc. cit.

[38] M. Pallottino, loc. u. cit.

[39] Dove esisteva già almeno il  villaggio che utilizzava il sepolcreto de Le Rose.

[40] G. Bagnasco Gianni, Oggetti iscritti di epoca orientalizzante in Etruria, Firenze, 1996; L’alfabeto etrusco, in Alfabeti, Colognola ai Colli, 2000, p. 165, f. 27.

[41] G. Bagnasco Gianni, Oggetti iscritti di epoca orientalizzante in Etruria, Firenze, 1996; L’alfabeto etrusco, in Alfabeti, Colognola ai Colli, 2000, p. 165, f. 27. L’alfabeto greco entrato in Etruria era però di tipo euboico, pur contenendo alcune caratteristiche di quello corinzio. 

[42] Come  etr. Arath, Aranth, Arnth, Arnath (lat. Arruns-ntis; it. Arunte).

[43] Servio Danielino, Ad Virg. Aen. III, 170; IX, 10.

[44] Strabone, Geografia, VIII, 6.

[45] Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, III, 61.

[46] Tacito, Annali, XI, 4.

[47] Verg. Aen. VIII, 597, sgg; IX, 10 sgg. ; Servio Danielino, ad loc.

[48] Il Nissen, nel lontano 1902, ipotizzò l’esistenza di un primo nucleo abitato sul colle di Corneto dal quale  la città si sarebbe poi estesa verso il pianoro di Tarquinii, in modo analogo allo sviluppo della Roma serviana (Italische Landskunde, 1902, II2, p. 329).

[49] M. Sordi, Tarquinia e Roma, in Tarquinia: ricerche, scavi e prospettive, a cura di M. Bonghi Jovino e C. Chiaramonte Treré, 1986, p. 168; Tarquinia nelle fonti classiche, in Gli Etruschi di Tarquinia, a cura di M. Bonghi Jovino, Modena, 1986, p. 35.

[50] Frontino (I sec. d.C.), nel Liber Coloniarum, riferisce che al tempo dei Gracchi (!33-121 a.C.), “fu assegnata una colonia a Tarquinia (Colonia Tarquinius lege Sempronia est adsignata)”. Da questa isolata notizia non si può ricavare che Tarqunii divenne colonia romana. Le epigrafi, infatti, non presentano mai Tarquinii come colonia, bensì come municipio retto da quattorviri (CIL, XI, 3367; 3375; 3379; 3381; ecc.). Cicerone (Pro Cecina, 4, 10) la presenta come municipio, e testimonia che la sua competenza giungeva almeno fino a Castel d’Asso presso Viterbo. E’ poi epigraficamente documentato che, ancora in epoca imperiale, Tarquinii mantenne la qualifica di città federata (Tarquinienses Federati , Notizie Scavi, 248, 267). E’ questo il motivo per cui la Sordi suppone che il luogo della colonia non fosse Tarquinii, ma il colle di Corneto.