LA PADANIA E ROMA

 

LA PADANIA, TARQUINIA E ROMA

di

Alberto Palmucci

 Da Virgilio e Cori(n)to-Tarquinia, “Società Tarquiniense d’Arte e Storia” e Regione Lazio, 1998

        Ripreso ed ampliato dal n. 62 di Atti e Memorie della Accademia Nazionale Vigiliana di Mantova

                                                   

1.                                     Tarconte fonda Mantova

  Tito Livio scrisse:

 <<Gli Etruschi abitarono in gruppi di dodici città, con le terre rivolte verso l’uno e l’altro mare, prima quella al di qua dell’Appennino fino al Mare Infero, poi quella al di là dell’Appennino dove avevano inviato tante colonie quante erano le capitali di origine; e queste occuparono tutto il territorio a nord del Po, eccetto l’angolo dei Veneti i quali sono stanziati attorno al golfo formato dal Mare Adriatico>>[1].

 In precedenza, Polibio (ca. 205- 125/120 a. C.), nelle Storie, aveva detto che la Pianura Padana

 <<era stata anticamente abitata dagli Etruschi all’epoca in cui essi occupavano anche i Campi Flegrei, presso Capua e Nola>>[2].

 Marta Sordi ha fatto notare il sincronismo, posto da Polibio, fra l’occupazione etrusca della Padania e quella della Campania. Ma questo sincronismo, come osserva la Sordi, non risolve il problema dell’epoca in cui avvennero le due colonizzazioni. Catone collocava agli inizi del VI sec. a. C., se non addirittura nel 470, la fondazione etrusca di Capua e Nola. Velleio la datava, invece, agli inizi dell’VIII secolo[3].

 Anche per la Padania si pongono due differenti tesi e due diverse epoche di occupazione. La più antica menzione si trova in un passo di Diodoro Siculo (II sec. a. C.) dove è detto che gli Etruschi della Padania,

 <<secondo alcuni autori, erano coloni provenienti dalle dodici Città dell’Etruria, ma che altri li consideravano come Pelasgi che,  cacciati dalla Tessaglia per il diluvio di Deucalione, vennero a stabilirsi in questa regione prima della guerra di Troia>>[4].

 Strabone dice, poi, che i Tessali di Ravenna, tuttavia,

 <<non potendo più resistere alle aggressioni violente degli Etruschi [...], ritornarono nelle loro sedi>>[5].

 L’esistenza di due fasi di colonizzazione trova riscontro anche nelle tradizioni sulla fondazione di Mantova. 

 Per Virgilio, la città fu fondata da Ocno.

 Elio Donato (IV sec.d.C.) spiega che Ocno, proveniente da Perugia, dopo aver fondato Felsina, consentì al suo esercito la munitio di alcuni castelli, fra cui Mantova. Aggiunge, poi, senza citare la fonte della notizia, che, secondo altri, era stato Tarconte a fondare Mantova e le altre città della Padania[6].

 La fonte ci è trasmessa, invece, dall’ignoto autore (IV sec.) degli Scholia Veronensia. Costui riferisce che lo scrittore etrusco Cecina (I sec. a.C.) disse:

 <<Tarconte, dopo aver varcato l’Appennino con l’esercito, dapprima fondò la città che allora chiamò Mantova dal nome che Padre Dite ha nella lingua etrusca>>[7].

 Il testo, pur soffrendo delle lacune con le quali ci è pervenuto, aggiunge che Tarconte, istituì il calendario, e fondò e consacrò a al dio Manto le altre undici città della Padania.

 Lo stesso ignoto commentatore, che noi chiameremo Scoliasta Veronese, ci informa che anche Verrio Flacco (I sec.a.C.-I sec.d.C.), nel primo libro della Storia etrusca, disse:

 <<Tarconte, passato l’Appennino, fondò Mantova>>.

 2.                                               Aulo Cecina

 Cecina, di cui parla lo Scoliasta Veronese, è stato riconosciuto in Aulo Cecina, autore di un trattato di aruspicina, amico di Cicerone.

 Attraverso Cicerone, sappiamo che Aulo era cittadino di Volterra, ma che aveva vissuto a Roma, ed era stato suo intimo amico fin dalla fanciullezza. Nel 69 a. C., Cicerone lo difese, nel foro di Roma, contro un certo Ebuzio che voleva estorcergli un fondo, nel territorio Tarquiniese, lasciatogli in eredità dalla defunta moglie Cesennia della città di Tarquinia.

 Nell’arringa, Cicerone racconta che Cesennia dapprima era andata sposa a Marco Fulcino, un cittadino  di Tarquinia, il quale non solo nel suo paese era annoverato fra le persone più rispettabili, ma che era assai noto anche a Roma come banchiere. Questi, per garantire alla moglie una sicura situazione economica, le aveva venduto un fondo nel territorio di Tarquinia. In seguito, dopo aver cessato l’attività di banchiere, morì, lasciando al figlio Marco l’eredità, e a Cesennia l’usufrutto di tutti i beni. Poco tempo dopo, anche il figlio morì lasciando alla madre una grossa somma. Con il denaro, Cesennia decise di comprare un fondo contiguo a quello che lei possedeva da tanto tempo; ed incaricò dell’acquisto un certo Ebuzio. Non era passato molto tempo quando sposò Aulo Cecina. Quattro anni dopo, morì anche lei, lasciando il marito erede dei suoi beni. Ma Ebuzio rivendicava la proprietà del fondo perché sosteneva di averlo comperato per sé[8]. Aulo, difeso da Cicerone, vinse la causa.

 Molti anni dopo, Cecina scrisse un libro contro Giulio Cesare[9]. Ma questi, quando si impadronì di Roma, lo bandì dall’Italia pur risparmiandogli la vita[10]. Per ammansire il vincitore, Cecina scrisse, allora, il libro Dei rimproveri, che tuttavia non gli fece ottenere il ritorno[11]. Del periodo dell’esilio possediamo la corrispondenza che intercorse fra lui e Cicerone che nel frattempo  faceva di tutto per farlo rientrare. Fra loro c’era una vecchia e profonda amicizia. Cecina dimostrava di essergli molto legato, e ricordava, in una lettera, di essere stato un tempo suo <<antico cliente>>[12]. Dal canto suo, Cicerone, oltre ad aver pubblicato il testo dell’arringa (Pro Cecina) con la quale lo aveva difeso, menzionava, nelle lettere, la antica amicizia che aveva avuto con il padre[13], nonché il profondo affetto che nutriva per il figlio[14]. Questi poteva esser nato a Roma, dove i genitori vivevano, o nella vicina Tarquinia, donde la madre proveniva, o a Castel d’Asso, nel Tarquiniese, dove la madre possedeva due fondi.

 In un lettera al proconsole Furfanio, Cicerone parla del suo amico Aulo in questi termini:

 <<Aulo Cecina è sempre stato in tale amicizia e intimità con me da non poterne io concepire una maggiore. Infatti, con il padre suo, persona nobile e coraggiosa, ho avuto grande dimestichezza; e quanto a lui, fin da quando era ragazzo (a puero), mi faceva sperare in una grande perfezione di probità e di somma eloquenza, ed è stato così unito a me, non solo in termini di amicizia, ma anche di comunanza di propositi, e gli ho voluto tanto bene da non vivere con nessuno in così completo affiatamento come con lui>>[15].

 Quale rovescio della medaglia, Seneca sosteneva che Cecina fu

 <<uomo facondo, e che, se l’ombra di Cicerone non lo avesse schiacciato, si sarebbe acquistato, un giorno o l’altro, un nome nell’eloquenza>>[16].

 Cecina scrisse un’opera di aruspicina. Non ne conosciamo il titolo, ma la chiameremo Trattato di aruspicina.

 Plinio, nell’indice del secondo libro della Storia Naturale, parla di Cecina, fra le proprie fonti, prima di Tarquizio Prisco e di Giulio Aquila che pure avevano trattato la stessa materia. Seneca, poi, cita passi presi da lui[17].

 Cicerone dice che Aulo aveva ereditato dal padre[18], che era un aruspice,

<<una certa meravigliosa ratio della disciplina etrusca (ratio quaedam mira tuscae disciplinae)>>[19].

 Non sappiamo se Cecina conobbe la moglie Cesennia a Tarquinia o a Roma. Comunque, grazie alla moglie che era di Tarquinia, e aveva possedimenti nel Tarquiniese, egli poté entrare a contatto con gli ambienti culturali della città patria dell’aruspicina, e approfondire le nozioni che aveva ricevute dal padre. Attraverso questi ambienti, che egli continuò a frequentare anche dopo la morte della moglie, grazie alla proprietà dei due fondi che ella gli aveva lasciato, egli poté verosimilmente entrare a contatto con i membri della scuola dell’Ordine dei Sessanta Aruspici, e leggere, nella originaria stesura etrusca, i Libri Tagetici dove Tarconte, che se ne diceva autore, raccontava che, mentre arava la terra di Tarquinia, da un solco più profondo emerse un fanciullo divino, di nome Tagete, che gli dettò le norme dell’aruspicina. Nel bassorilievo del cosiddetto Trono di Claudio, a Cerveteri, il popolo tarquiniese è personificato da Tarconte che tiene in mano il libro degli insegnamenti tagetici[20].

 Possiamo ben comprendere l’interesse che Cecina dovette nutrire verso la figura di Tarconte “inventore” dell’aruspicina.

 Inoltre, i Cecina e i Cesennia erano stati fra gli antichi colonizzatori della Padania. Alcuni di loro, i Kaikna e i Keisna, vivevano a Felsina (oggi Bologna) rispettivamente nel quinto-quarto[21] e nel quarto?[22] secolo a. C..

  Ai Cesennia (lat. Caesennia, etr. Ceisinia/Keisna) dovrebbe riallacciarsi il nome di Cesena (lat. Caesena, etr. *Keisna), altra città della pianura padana[23].

 Il nome dei Cesennia, comunemente attestato a Tarquinia nella forma latina Caesennia, é documentato, in Etrusco, quattro volte a Tarquinia (Ceisinia, IV sec. a.C.)[24], una volta a Perugia e a Chiusi[25], e un’altra a Felsina-Bologna (Keisna) (vedi nota 23).

 Aulo, sia perché appartenente alla famiglia dei Cecina, sia perché sposato a una Cesennia, doveva avere un interesse in più verso Tarconte colonizzatore della Padania.

 A Tarquinia si trova anche la tomba della famiglia dei Felsna (III sec. a. C.), il cui gentilizio corrisponde all’originario nome etrusco della città di Felsna (lat. Felsina, oggi Bologna). I Felsna ed i Felzna si riscontrano pure a S. Quirico d’Orcia[26].  

 Per testimonianza di Cicerone, la famiglia di Aulo Cecina proveniva da Volterra[27]. Il gentilizio è largamente attestato nella città (Ceicna). Altrove, è documentato a Felsina-Bologna (Kaiknas, V e IV sec. a.C.), a Tarquinia (Ceicnas, III sec. a. C.), a Perugia (Cecinia), a Sovana (Cecna), a Bolsena e nel suo territorio (Caicnas, Ceicna, Cecna), e nella regione di Chiusi (Ceicna, Cecna)[28]

 Quanto al nome di Mantova, il gentilizio etrusco *Manthu/*Manthura è attestato a San Giuliano (Barbarano)[29]. La località è comunemente identificata con la antica cittadina di Cortuosa, che Tito Livio poneva nel territorio tarquiniese[30].  Vedi pure il nome della Silva  Mantiana  lungo il corso finale del Mignone, presso Tarquinia.

 Secondo Carlo De Simone, il nome di Larth Manthu-reie rappresenta la più antica attestazione (530-520 a. C.) di un gentilizio formato sul nome della divinità infernale etrusca *Manthu (lat. Mantus). Si tratta della stessa divinità  sulla quale, Tarconte, come testimonia Cecina, aveva coniato il nome della città di Mantova[31].

 Gentilizi connessi al nome di Mantova si trovano anche a Perugia ed a Chiusi, ma sono più recenti, e più che presupporre il nome della città sembrano derivarne[32]. Invece, la famiglia dei Manthu-ra (530-520 a.C.) di San Giuliano, nel Tarquiniese, è coeva con più antichi ritrovamenti archeologici di Mantova[33].

 Raffaele De Marinis[34] ha notato il parallelismo fra il toponimo Andes, luogo natale di Virgilio, presso Mantova, ed il nome personale o gentilizio Anthu (Anthus Markes) impresso sul fondo di una ciotola etrusca rinvenuta nella città, nonché la corrispondenza con il nome di Antho, figlia di Amulio, re di Alba[35]. In una versione più antica, il posto di Amulio e di Antho è occupato da Tarchezio (Tarquinio) e da una figlia della quale non conosciamo il nome[36].

Maristella Pandolfini ha poi evidenziato la corrispondenza della forma mantovana Anthu con quella del nome personale femminile Anthaia[37] conosciuto solo nella Tarquinia del VII sec.a.C.[38].

 E’ significativo che la compresenza della figura mitostorica di Tarconte, fondatore di Mantova, con le attestazioni archeologiche del gentilizio Manthu-ra (VI sec.a.C.) e del prenome Anthaia (VII sec.a.C.), rispettivamente corrispondenti al nome di Mantova ed a quello di Andes, dove nacque Virgilio, si trova solo a Tarquinia e nella sua regione[39].

 3.                        Tarquinia, Tarconte, Tagete e l’aruspicina    

 Nel manoscritto degli Scholia Veronensia, il titolo dell’opera di Cecina donde il frammento fu tratto, non è più leggibile. Poiché il Cecina, menzionato  negli Scholia, è stato riconosciuto in Aulo Cecina, è dal suo Trattato che provengono le notizie fornite dallo Scoliasta[40]. Del resto, un trattato di aruspicina poteva ben contenere notizie mitostoriche su Tarconte. Anzi, esse potevano esser già contenute negli originari Libri Tagetici, che si dicevano scritti dallo stesso Tarconte, sia che ve le avesse riferite lo stesso originario compositore, sia che ve le avesse inserite un più recente redattore o commentatore.

 In Strabone,

 Tarconte è un uomo <<nato con i capelli bianchi, tanta era la saggezza che aveva posseduto fin da bambino>>[41],

 proprio come quella del fanciullo Tagete. E’ probabile che, in certi momenti della tradizione aruspicina, le due figure siano state confuse, oppure che entrambe siano lo sdoppiamento di un unico originario personaggio. Se è possibile, come alcuni ritengono, che la forma etrusca del nome di Tagete sia Tarch-ies, questa avrebbe la radice Tarch in comune con il nome di Tarconte (Tarch-unus?) e con quello di Tarquinia  (Tarch-nas)[42].

 Nell’Eneide, Tarconte è re e capo dell’esercito della Lega Etrusca, nonché guerriero, aruspice e sacerdote. Negli Scholia Veronensia, egli è capo dell’esercito e fondatore sia di Mantova che delle altre  undici città della Lega Padana, ma è anche una figura sacerdotale che consacra al dio Manto le città fondate, ed organizza il calendario, vale a dire stabilisce quali debbano essere le feste religiose e ne fissa le ricorrenze. Nel contesto etrusco del bassorilievo del Trono di Claudio (I sec. d.C.), la città di Tarquinia è rappresentata da Tarconte che tiene in mano i Libri Tagetici dove si diceva che lui stesso avesse trascritto gli insegnamenti del divino fanciullo. Ma è, soprattutto, nel contesto tarquiniese di quei libri che ogni aspetto della figura di Tarconte doveva far corpo con quello sacerdotale. 

 Nella tradizione greca, Tarconte è originario dell’Asia Minore, ed è figlio di Telefo, e fratello di Tirreno.

 Ma nella tradizione aruspicina e, comunque, in quella legata a fonti etrusche quali Strabone[43] e Giovanni Lido, egli è un eroe autoctono legato a Tagete e a Tarquinia dove il divino fanciullo è nato.

 Giovanni Lido, nel VI secolo dopo Cristo, poté ancora leggere, come egli stesso asserì, una versione latina dei Libri Tagetici, poco contaminata, e contenente brani in lingua etrusca[44]. Egli, nella prefazione al De magistratibus populi romani, scrisse che

 <<Tirreno, trasferitosi dalla Lidia in occidente, insegnò le cerimonie lidie agli Etruschi; questi erano un popolo di Sicani, ai quali comunemente fu cambiato il nome in Thuschi, a causa dell’osservazione delle vittime sacrificali (Thuscopein)>>.

 Poi, nel De ostentis, specificò che Tarconte

 <<era un aruspice, di quelli istruiti dal lidio Tirreno, come dice Tarconte stesso nel libro>>[45].

 Sembra, quindi, che lo stesso Tarconte, nella traduzione dei Libri Tagetici letti da Giovanni Lidio, dichiari di appartenere a quegli Etruschi-Sicani ai quali Tirreno, venuto dalla Lidia, aveva insegnato l’aruspicina.

 Infatti, in altri autori dai quali apprendiamo alcune varianti del mito di Tagete, colui che trae il bambino dalla terra è un sacerdote di nome Tarquinio oppure un contadino tarquiniese (vedi più avanti).

 Giovanni Lido continua così:

 <<Infatti, ciò è manifesto dalla scrittura dei Tuschi, [...]. Era poi questa una diversa forma di scrittura, a noi poco comune, altrimenti non ci sarebbe rimasto nulla di nascosto fra le cose misteriose e più necessarie. Dice, dunque, Tarconte in questo scritto (che alcuni pensano sia di Tagete, poiché lì, come in una specie di dialogo, Tarconte domanda, e Tagete risponde [...]), che un tempo, mentre lavorava la terra, gli capitò un fatto meraviglioso, tale che non aveva mai udito che fosse accaduto a nessuno in nessun tempo. Dal solco uscì fuori un bambino che sembrava neonato, non privo però di denti e di altri segni dell’età matura. Questo bambino dunque era Tagete, che presso i Greci è anche Hermes ctonio, come in un luogo afferma anche Proclo Diadoco.  Secondo la norma sacrale, tutto ciò è velato dietro l’allegoria, perché il discorso sulle cose divine non fu apertamente tramandato ai profani, ma nella forma ora dei miti, ora delle parabole. Così, invece di dire che l’anima si incarnò perfetta e nel pieno delle sue facoltà, egli dice che dal solco uscì il bambino neonato. Tarconte, dunque, il più antico, poiché vi fu anche il recente che guerreggiò ai tempi di Enea, sollevato il bambino e collocatolo nei luoghi sacri, pensò di imparare da lui qualcosa sulle cose segrete. Ottenuto poi ciò che aveva chiesto, compose un libro delle cose trattate, nel quale Tarconte interroga nella lingua comune degli Itali, e Tagete risponde attenendosi alle lettere antiche e poco comprensibili a noi. Nondimeno, cercherò, per quanto possibile, di riferirvi quelle cose facendo uso da un lato delle informazioni (contenute nel testo etrusco) e dall’altra di coloro che le tradussero, cioè di Capitone, di Fonteio, di Vicellio, di Labeone, di Figulo e del naturalista Plinio >>.

 I Libri Tagetici letti da Giovanni Lido consistevano, forse, in un testo bilingue con commento in lingua latina.

 In questi libri, Tarconte non è fratello di Tirreno. Tuttavia, nelle fonti, o almeno in una delle fonti utilizzate da Giovanni Lido, si è insinuato un elemento greco: Tirreno dalla Lidia ha colonizzato gli Etruschi-Sicani, ed ha insegnato loro l’aruspicina. Che la narrazione sia composita lo dimostra il fatto che Tarconte viene istruito due volte nell’aruspicina, l’una dal lidio Tirreno, l’altra dal dio tarquiniese Tagete.

 Cicerone, ne La divinazione, in polemica con il fratello, volendo dimostrare la vacuità dell’aruspicina, dice:

 <<Ma a che scopo farla lunga? Prendiamo in considerazione come è nata l’aruspicina, così potremo giudicare nel modo più facile quale autorità essa possa avere. Si dice che, nel territorio di Tarquinia (in agro Tarquiniensi), mentre si lavorava la terra, e un solco veniva impresso più profondamente, un certo Tagete balzò su all’improvviso, e rivolse la parola all’aratore. Questo Tagete, a quanto si legge nei libri degli Etruschi, aveva l’aspetto di un bambino, ma la sapienza di un vecchio. Poiché il contadino, rimasto stupito da questa apparizione, levò un alto grido di meraviglia, ci fu un accorrere in massa (concursus); e, in breve tempo, tutta l’Etruria convenne in quel luogo (totamque brevi tempore in eum locum Etruriam convenisse). Allora Tagete parlò lungamente dinanzi alla folla di coloro che lo ascoltavano. Questi stettero a sentire attentamente ogni sua parola e la misero per iscritto. Inoltre, l’intero discorso fu quello in cui venne contenuta la scienza dell’aruspicina. Essa poi si accrebbe con nuove conoscenze da ricondurre a quei princìpi. Abbiamo appreso queste cose dagli stessi Etruschi. Essi conservano questi scritti, e li considerano fonte della loro disciplina>>[46].

 Il discorso di Cicerone è contro l’aruspicina, e, come tale, tende a svalutare gli elementi del mito in cui questa scienza sarebbe nata. Così, Tagete diviene <<un certo Tagete >>, e colui che lo trae dalla terra si riduce a un aratore senza nome. Tuttavia, le notizie di Cicerone sono importanti perché contengono significativi elementi locali esenti da contaminazioni greche. Il grido emesso dall’aratore al verificarsi del miracolo della nascita di Tagete, è così potente  che provoca un accorrere in massa (concursus) di gente, tale che in breve tutta l’Etruria è sul luogo (totamque brevi tempore in eum locum Etruriam convenisse). In chiave mitologica, il raggio di azione del grido del contadino, che si stende da Tarquinia per tutta l’Etruria, ripete l’autorità di Tarquinia sull’intera nazione, mentre il concorso di tutta l’Etruria sul luogo donde era partito il richiamo riflette la capacità aggregante che Tarquinia aveva nei riguardi dei popoli che componevano la Lega.

 Parimenti, in Virgilio, il re Tarconte raduna nel lucus di Silvano presso Tarquinia i contingenti militari dei singoli Stati etruschi[47]. Nell’Eneide, il luogo del raduno assume la funzione che più tardi sarà attribuita al Fanum Voltumnae dove i capi dei dodici popoli si riunivano per leggere il supremo magistrato della Confederazione.

 Le notizie di Cicerone e di Giovanni Lidio vanno integrate con quanto riferiscono  Festo, Censorino, Isidoro e lo Scoliasta di Lucano.

  Festo (II sec.), nel compendio alfabetico dell’opera di Verrio Flacco (I sec.a.C.-I d.C.) De verborum fignificatione, dice:

 <<Si chiama Tagete il figlio di Genio, e nepote di Giove. Si dice che da fanciullo diede l’insegnamento dell’aruspicina ai dodici popoli dell’Etruria>>[48].

Censorino scrive:

 <<Dicono che nel territorio di Tarquinia, mentre si arava, sia stato tratto fuori dalla terra un fanciullo divino di nome Tagete il quale cantò la disciplina aruspicina che i lucumoni regnanti allora in Etruria scrissero accuratamente>>[49] .

Isidoro di Siviglia riferisce il fatto così:

 <<Dicono che l’arte dell’aruspicina sia stata tramandata agli Etruschi da un certo Tagete. Questi dettò anche l’aruspicina [...], e poi non apparve più [...]. Poiché si dice favolosamente che mentre un contadino arava, subito costui saltò fuori dalle zolle, dettò l’aruspicina, e nello stesso giorno morì. I Romani tradussero questi libri dalla lingua tusca nella loro propria>>[50].

 Nel commento a Lucano è scritto:

 <<Tages, in lingua etrusca vuol dire “voce mandata fuori dalla terra”. Si dice che questo Tagete nacque all’improvviso mentre si lavorava la terra. Egli scrisse i libri delle profezie.

 Tagete. Dicono che la scienza dell’aruspicina fu proclamata in Etruria. Si dice che Tarquinio, il flamine Diale (sacerdote di Giove), mentre arava per fare la semina, scavò il figlio di Genio, e nepote di Giove. Egli dettò la scienza dell’aruspicina ai dodici figli dei principi, e poi non comparve più. Poiché nacque dalla terra fu chiamato Tagete (Tages), “apò tes ges” che in etrusco vuol dire “voce mandata fuori dalla terra”>>[51].

***

Nella tradizione greca, Tarconte è, invece, originario dell’Asia Minore, ed è figlio di Telefo, e fratello di Tirreno. Ciò è conforme alla tecnica secondo la quale i Greci facevano diventare fratello o figlio del colonizzatore greco o microasiatico, il personaggio più significativo del territorio colonizzato o ritenuto tale.

 In tal modo, Tarconte rimane fondatore di Tarquinia, anche quando vien presentato come figlio di Telefo[52], e fratello di Tarconte[53]. Anzi, proprio in questo caso gli viene connessa solo la fondazione di Tarquinia, e non anche quella di tutte le altri città dell’Etruria.

 4.                                        Aulo Cecina e Tarquinia

 Il Trattato di aruspicina di Aulo Cecina, purtroppo perduto, fu utilizzato da altri scrittori. I frammenti si trovano nella Storia naturale di Plinio, nelle Questioni naturali di Seneca, e negli Scholia Veronensia. Verosimilmente, il Trattato fu utilizzato anche da Verrio Flacco nel libro su Gli Etruschi, dove, secondo quanto è riferito negli Scholia Veronensia, egli disse che Tarconte fondò Mantova.     

 Secondo alcuni, ci sono due Aulo Cecina: il padre ed il figlio. Il primo sarebbe colui che fu difeso da Cicerone contro chi voleva estorcergli uno dei fondi dell’agro tarquiniese. Il secondo, nato evidentemente dal matrimonio di Aulo con Cesennia, sarebbe quello che ebbe la relazione epistolare con Cicerone. L’autore del Trattato di aruspicina sarebbe il secondo. In effetti, Cicerone, nella lettera inviata al proconsole Furfanio, nel 46 a.C., parla di due Cecina: il padre, con il quale dice di aver avuto grande dimestichezza, ed il figlio che aveva conosciuto fin da fanciullo[54].

 Fra i sostenitori della diversità si annoverano F. Munzer, M. Torelli e D. Vottero[55].

 Dice Mario Torelli:

 <<A. Caecina, cliente di Cicerone nel 69 a.C., sposato ad una Caesennia, “summo loco nata“, di Tarquinia [...]. Loro figliolo è A. Caecina, noto cultore di disciplina etrusca, fonte di Cicerone>>[56].

 Questo Cecina, figlio della tarquiniese Cesennia, poteva esser  nato a Tarquinia, città della madre, o nella vicina Roma, dove la madre si era trasferita, o nel Tarquiniese, dove ella doveva recarsi spesso perché proprietaria di due fondi. Ma, ovunque fosse nato, egli era figlio di un Cecina di Volterra e di una Cesennia di Tarquinia. Si comprende allora l’interesse che poteva avere verso Tarquinia ed, in particolare, verso la figura di Tarconte sia in relazione all’aruspicina che alle imprese nella Padania.    

 Tuttavia, noi riteniamo più probabile che esistette un solo Aulo Cecina[57].

 In ogni caso, Aulo Cecina, padre o figlio che fosse, ebbe stretti rapporti con Tarquinia. D’altra parte, come osserva Dominique Briquel,

 <<al tempo della tarda repubblica e degli inizi dell’Impero, Cere era ridotta ad un ruolo insignificante, e Tarquinia appariva come la metropoli dell’Etruria meridionale, interlocutrice etrusca privilegiata di Roma. La Pro Caecina ci introduce in un ambiente di possidenti che hanno le loro entrate nell’Urbs. Soprattutto Tarquinia riveste allora la funzione di mediatrice culturale fra Roma e l’Etruria per quel che interessava soprattutto i Romani: l’ Etrusca disciplina. E’ senza Dubbio impossibile decidere se Tarquitius Priscus, autore dei Libri Tarquitiani ai quali si rapporteranno i secoli seguenti, appartenga a questa città, ma resta probabile che Tarquinia sia stata la sede  dell’Ordine dei Sessanta Aruspici, istituito da Augusto per mantenere l’antica scienza etrusca>>[58](la traduzione dal Francese è nostra).

 Precisiamo, però, che il Collegio dei Sessanta Aruspici era stato istituito molto prima del tempo di Augusto[59].

 5.                                       Aulo Cecina e Virgilio

 In una lettera del Settembre del 46 a.C., Cicerone, polemizzando amichevolmente con Aulo, diceva:

 <<Se un certo meraviglioso sistema (ratio) della scienza etrusca, che avevi ereditato da tuo padre[60], uomo nobilissimo ed ottimo, non ti ha ingannato, nemmeno il mio senso profetico fallirà>>[61].

 Se Cecina avesse già scritto il Trattato, probabilmente l’amico vi avrebbe alluso. Né Cicerone vi allude in altre epistole, nemmeno quando apertamente loda Aulo e ne ricorda i meriti.

 Non sappiamo se Cicerone riuscì a far rientrare in patria l’amico. Nel Gennaio del 45, Cecina era ancora in esilio[62]. Probabilmente, rientrò in Italia, dopo la morte di Cesare, avvenuta nel marzo del quarantaquattro[63]. Nel 42, morì Cicerone, assassinato a Formia dai sicari di Antonio. Dunque, Aulo dovette scrivere il Trattato di aruspicina dopo il suo rientro in Italia.   

 Stando all’ordine con cui vengono elencati, in Plinio, gli autori di lingua latina che si sono occupati di quella scienza, egli fu il primo a trattarne.  

 Egli poté integrare e approfondire le nozioni ricevute dal padre, attraverso i contatti che aveva avuto con gli ambienti tarquiniesi, e che poteva continuare ad avere grazie ai possedimenti nell’agro di Tarquinia. La città era sede della scuola e del collegio sacerdotale dell’Ordine dei Sessanta Aruspici, istituito sul luogo dove si diceva che il divino Tagete aveva rivelato l’aruspicina a Tarconte.

 E’ probabile che il vecchio e colto Cecina sia vissuto abbastanza a lungo da aver qualche contatto con il circolo dell’etrusco Mecenate, dove potrebbe aver conosciuto Virgilio, e che si fosse preoccupato di rivendicare a Tarconte la fondazione di Mantova rispetto a quella di Ocno, utilizzata dal poeta. Se poi l’autore del Trattato dovesse essere stato Aulo il giovane, ci troveremmo davanti a un autore maggiormente motivato perché era di nascita o, comunque, di origine tarquiniese. D’altra parte, a torto o a ragione, la scelta di Virgilio verrà molto contestata anche dai suoi ammiratori.

 6.                                   Gli Etruschi nella Padania

 Strabone raccontava che quando Tirreno, dalla Lidia, giunse in Etruria, chiamò Tirrenia la regione,

 <<e fondò dodici città, assegnando loro come ecista Tarconte dal quale prende il nome la città di Tarquinia, e del quale si narra che era tanto saggio da nascere con i capelli bianchi. A quel tempo, dunque, Gli Etruschi, governati da un solo capo, erano molto potenti; ma pare che in seguito la loro unità si sciolse, e si divisero in singole città, cedendo alla violenza dei popoli vicini>>[64].

 Massimo Pallottino sosteneva che la grande preminenza che ha Tarquinia nelle leggende primitive dell’Etruria  fa pensare ad un periodo di egemonia Tarquiniese. Più tardi quella antica unità si sarebbe rotta, e potrebbe aver assunto il carattere di confederazione religiosa[65].

 Mario Cristofani teorizzava che nel nome di Tarconte, <<ricostruibile in etrusco come Tarchnte (= colui che viene da Tarquinia)>>, appare ovvio il legame con il nome etrusco di Tarquinia (Tarchna). Da qui l’ipotesi, continua Cristofani, che il complesso delle leggende incentrate sulla figura di Tarconte, in qualità di fondatore di Tarquinia e, in subordine, di molte altre città etrusche, possa essere rappresentativo del momento storico in cui la città assunse notevole importanza[66].

 Se poi confrontiamo i dati della tradizione letteraria con quelli forniti dalle scoperte archeologiche, ci troviamo di fronte a concordanze di notevole valore. Tarquinia e i suoi vicini Monti di Tolfa hanno restituito le più ricche e più antiche testimonianze archeologiche di epoca protovillanoviana e villanoviana.

 Dice Mario Torelli:

 <<L’importanza e lo spessore storico di questa fase formativa nell’area tarquiniese, tra Bronzo finale e prima età del ferro, trasferiti nella sfera della narrazione mitostorica, si incarna nella figura di Tarconte, ecista di Tarquinia, dell’Etruria propria e di quella padana>>[67].

 Ciò spiega la presenza  a Villanova (Bologna) e a Verucchio (Rimini) di ceramica molto antica, ma posteriore a quella dello stesso tipo che si ritrova a Tarquinia.

 Ma i territori padani, osserva Torelli, si imbarbarirono nel giro di poche generazioni, fino a che, durante il VI sec. a. C., assistiamo ad una seconda colonizzazione incentrata soprattutto su Bologna.

 A questa seconda fase parteciparono varie città dell’Etruria metropolitana, per cui è a questo livello, come dice Torelli, che dobbiamo collocare l’altro filone di tradizioni mitiche, non più incarnato da Tarconte, ma da Aucno proveniente da Perugia.

                                                           ***

 I primi coloni etruschi non dovrebbero essere giunti sul luogo della futura Mantova  prima della fine del VI sec.a.C. . Ma la leggenda etrusca fece risalire il fatto ad epoca arcaica (Tarconte). Lo stesso Virgilio presentò Ocno nell’ambito dell’esercito federale etrusco comandato da Tarconte. Evidentemente, anche i Tarquiniesi parteciparono alla seconda colonizzazione;  ma, nelle loro storie, la retrodatarono al tempo del loro mitico condottiero Tarconte, e la confusero con la prima.

 7.                        Mantova in Virgilio e nei commenti all’Eneide

 Virgilio racconta che Enea e Tarconte, dopo aver concluso il patto di alleanza, si imbarcano insieme, di sera, evidentemente da Rapinium, che era lo scalo marittimo di coloro che abitavano nella valle del Mignone, e pervengono, in pieno mattino, alla foce del Tevere.

 Questo viaggio ripete la leggenda previrgiliana secondo la quale  Enea, sbarcato in Etruria alla foce del Linceo (il Mignone), si univa a Tarconte, Tirreno e Ulisse,  poi scendeva a colonizzare il Lazio vetus.

 Nella descrizione del viaggio via mare, Virgilio coglie l’occasione per esporre il catalogo dei popoli che componevano l’esercito etrusco. Il poeta elenca Chiusi, Cosa e Pisa.

 Egli dice che quest’ultima era stata fondata dai Greci in terra etrusca[68]. Tuttavia, Elio Donato, nel commentare il passo, dice:

 <<Ma si trova che Tarconte [...] fondò Pisa>>[69].

 Rileviamo che Virgilio attribuisce a Pisa, come poi farà con  Mantova, una fondazione diversa da quella di Tarconte.

 Egli, proseguendo nella rassegna dell’esercito, elenca Vetulonia, e finisce con

 <<quelli che abitano a Cere, che sono nei campi del Mignone, e Pirgi antica e la intempesta Gravisca>>[70].

 Poi, dopo aver incluso un contingente di Liguri, fa chiudere la rassegna ad un esercito di Mantovani:

 <<Segue Ocno che conduce un esercito dalle rive paterne. Ocno, figlio della indovina Manto e del fiume etrusco. Ocno che ti diede le mura, o Mantova, ed il nome di sua madre. Mantova è ricca di antenati, ma non tutti della stessa stirpe. Ci sono tre genti, ognuna divisa in quattro popoli. Essa stessa è a capo dei popoli, lei che trae la sua forza dal sangue etrusco>>[71].

 Come si vede, Virgilio assegna a Mantova, come già aveva fatto con Pisa, un fondatore diverso da Tarconte, che pure è uno dei principali personaggi della seconda parte dell’Eneide.

 In nota a questo passo, Servio (IV-V sec.), poneva i seguenti commenti[72].

 <<“OCNO”. Ocno è colui che Virgilio, nelle Bucoliche chiama Bianore, quando appunto dice: “incomincia ad apparire il sepolcro di Bianore”. Si dice che costui fondò Mantova, e che la chiamò così dal nome della propria madre. Infatti, egli era figlio del Tevere e di Manto, figlia dell’indovino tebano Tiresia, venuta in Italia dopo la morte del padre>>.

 <<“RICCA DI ANTENATI”. Cioè molto potente a causa degli antenati. “MA NON TUTTI DELLA MEDESIMA STIRPE” poiché l’origine dei Mantovani deriva sia dagli Etruschi che regnavano a Mantova, sia dai Veneti. Infatti essa è situata nella Venezia che è detta anche Gallia cisalpina>>.

 A proposito, poi della particolare posizione politica di cui, secondo Virgilio, Mantova aveva goduto, Servio spiegava:

 <<“ESSA HA TRE STIRPI OGNUNA DIVISA IN QUATTRO POPOLI” poiché, nella sua popolazione, Mantova ebbe tre tribù che si dividevano in quattro curie, e su ognuna regnava un lucumone; è noto che questi furono dodici in tutta l’Etruria, tra i quali uno era il capo supremo. Costoro poi regnavano su tutta l’Etruria come se fosse divisa in prefetture, però Mantova aveva il comando su tutti i popoli, per cui l’espressione “essa stessa è a capo dei popoli”>>.

 Elio Donato ci fornisce un commento più dettagliato e differenziato[73].

 A proposito della madre di Ocno, egli dice:

 <<Altri dicono che si trattasse della profetessa Manto figlia di Ercole. Di questo Ocno, poi, altri tramandano che era fratello di Auleste, fondatore di Perugia, e che per non aver contrasti con il fratello, fondò, nel territorio gallico, Felsina che ora è detta Bononia (Bologna). Permise anche al suo esercito la munitio di castelli, fra cui Mantova. Altri dicono che la città fu fondata da Tarconte fratello di Tirreno, e che fu chiamata Mantova perché, in lingua etrusca, Padre Dite è chiamato Manto, al quale egli, insieme alle altre città, consacrò anche questa>>.

 Come si vede, Elio Donato, diversamente da Servio, svaluta la posizione di Virgilio, al punto che Ocno è presentato come il fondatore di Felsina, mentre Mantova si riduce ad uno di quei castelli affidati agli uomini del suo esercito.  Elio Donato aggiunge che, secondo altri, Mantova fu fondata da Tarconte.

 Nel punto in cui Virgilio  definisce <<ricca di antenati>> la città, Donato annota:

 <<Opportunamente “ricca di antenati” perché, non da Ocno, ma pure (?) da altri fu fondata. Prima, infatti, dai Tebani, poi dagli Etruschi, infine dai Galli, o, come altri dicono, dai Sarsinati (Salpinati?) che erano stabiliti a Perugia>>.

 Infine, a proposito del fatto che il poeta dice che Mantova era <<a capo dei popoli>>, Elio Donato osserva:

 <<Virgilio, quindi, fonde la nuova e l’antica Etruria  per attribuire alla sua patria il primato su entrambe, poiché altrimenti Mantova non dovrebbe far parte di questi aiuti, visto che Enea, nel momento in cui l’esercito avverso a Mezenzio si era accampato in un unico luogo, non aveva chiesto nessun aiuto ai Transpadani. Perciò si ritiene che il poeta abbia parlato così in favore della sua patria per far venire da questa sola, a nord del Po, gli aiuti in favore di Enea contro Mezenzio. Infatti, non ha riferito né i nomi dei popoli, né quelli dei lucumoni>>(X, 203).

Dei versi del brano dell’Eneide che stiamo esaminando, possediamo anche il commento dell’ignoto autore degli Scholia Veronensia. Costui, fra le righe del testo, scrisse quanto segue:

 <<…n idem Verg., ut Ocnus Mantus filius Mantuam condiderit et a matris suae nomine appellaverit./

 … [Flacc]us Etruscarum I: In Appenninum, inquit, transgressum Tarchon (cod. Archon) Mantuam condidit. Item Caecina/

 … [Ta]rchon, inquit, cum exercitu Appenninum transgressus primum oppidum constituit, quod tum/

 [Mantuam] nominavit voca[tumque] Tusca lingua [a] Dite patre est nomen. Deinde undecim dedicavit Diti patri/

 … ibi constituit annum et item locum consecravit, quo duodecim oppida condere ……………. /

 …nem Vergilius ait: Mantua, dives avis, sed non genus o. u. G. i. t. p. s. g. q. .A Tarchonte (cod. Draconte) enim in gen/

 [te Etrus]corum palam est Mamtuam conditam et alia undecim oppida. Descriptio tamen de qua loqui/

[tur in vet]ere Etruria invenitur. Sed Vergilius (miscet duas Etrurias,) veterem et inferiorem, ut utriusque prin/

[cipia Etru]riae suae adsignet, cum aliquoi Mantua ad haec auxilia non pertineat./>>.

 Il manoscritto ci è giunto qua e là rovinato e lacunoso, ma abbastanza ricostruibile. Della prima parte ci è rimasto solo il discorso finale dove lo scoliasta ripete con

 <<[...] lo stesso Virgilio, come Ocno, figlio di Manto, abbia fondato Mantova e le abbia dato il nome della propria madre ([...] idem Vergilius, ut Ocnus Mantus filius Mantuam condiderit et a matris suae nomine appellaverit)>>.

 Poi lo scoliasta passa a riportare le parole  di Verrio Flacco e di Cecina, secondo i quali Mantova era stata, invece, fondata da Tarconte. Egli dice:

 <<Flacco, nel primo libro de Gli Etruschi disse: Tarconte, passato l’Appennino, fondò Mantova. Ugualmente Cecina [...] disse: Tarconte, dopo aver attraversato l’Appennino con l’esercito, dapprima fondò la città che allora chiamò Mantova, e il nome deriva da quello che ha Padre Dite nella lingua etrusca [...]. Lì ordinò il calendario, e parimenti consacrò il luogo dove fondare dodici città>>.

 Notiamo che mentre le parole di Virgilio vengono parafrasate con una proposizione costruita al congiuntivo (Vergilius, ut Ocnus [...] Mantuam condiderit [...] ecc.), quelle di Flacco e di Cecina sono espresse attraverso i due punti seguiti da una proposizione dichiarativa (Flaccus Etruscarum I: in Appenninum, inquit, transgressus Tarchon Mantuam condidit. Item Caecina [...] etc.).

 E’ evidente che lo scoliasta, esprimendo la versione di Virgilio attraverso una proposizione  costruita con ut ed il congiuntivo, dimostra di considerarla una posizione opinabile, meno convincente di quella di Flacco e di Cecina che subito dopo riporta, nella forma che dovrebbe essere l’originaria, attraverso i due punti seguiti da una proposizione dichiarativa con il verbo all’indicativo.

 In merito, poi, alla rilevante posizione politica assegnata da Virgilio a Mantova, l’autore degli Scholia Veronensia osserva:

 <<Virgilio dice: Mantova è ricca di antenati; ma non tutti sono della stessa stirpe. Ci sono tre genti, ognuna divisa in quattro popoli. Infatti, fra la gente etrusca è palesemente noto che Mantova e le altre undici città furono fondate da Tarconte. Però la descrizione  di cui si parla si riferisce dell’Etruria antica. Ma egli mescola le due Etrurie, l’antica e la posteriore, per attribuire alla propria Etruria l’organizzazione che avevano entrambe, altrimenti Mantova non apparterrebbe a questi aiuti>>.

                                                            ***

 A proposito del fatto che Virgilio, fra le città della Padania, aveva incluso solo Mantova nell’elenco dei contingenti militari che avevano composto l’esercito federale comandato da Tarconte, abbiamo una sconcertante posizione assunta da Silio Italico, dopo un secolo dalla morte di Virgilio, quando le città escluse dal catalogo rivendicavano privilegi che il poeta non aveva loro concesso.

 Silio scrisse un poema sulle Guerre Puniche, dove, ad imitazione di Virgilio, passò in rassegna i vari reparti dell’esercito italico che era andato in aiuto di Scipione contro Annibale.

 Dopo aver elencato vari contingenti etruschi, egli passa in rassegna gli altri reparti italici che completavano l’esercito; e, tra quelli include le genti della Pianura Padana.

 Egli dice:

 << Anche voi popolazioni dell’Eridano, sebbene prostrate e povere d’uomini, correte senza far voti alla battaglia. E Piacenza, pur se affranta dalla guerra, gareggiò nel mandar soldati con Modena, Cremona e con la stessa Mantova, Mantova dimora delle muse, innalzata al cielo dal canto Aonio, ed emula di Smirne per il plettro. Seguivano i popoli di Verona, bagnata dall’Adige, e quelli di Faenza che coltiva i pini dei quali tutta si incorona, e mandarono i loro figli Vercelli e Pollenzia, ricca di pecore nere, e l’antica città di Ocno, un tempo alleata dei Troiani nelle guerre Laurentine, e Bologna vicina al piccolo Reno (et quondam Teucris comes in Laurentia bella Ocni prisca domus parvique Bononia Rheni), nonché coloro che fendono a stento con il pesante remo le pigre onde fangose degli stagni di Ravenna>>[74].

 Paola Venini osserva che, in analogia con L’Eneide, dove Ocno figura come fondatore di Mantova fra gli alleati etruschi dei Troiani, si potrebbe esser portati ad indentificare con Mantova <<l’antica città di Ocno>>, di cui parla Silio. Ma a tale identificazione, dice la Venini, osta irrimediabilmente il fatto che la città è già comparsa nell’elenco, ai versi 592-93. Poiché, come abbiamo visto, Elio Donato sostiene che Ocno fondò Felsina (Bologna), ed in subordine permise ai suoi soldati la munitio di alcuni castelli, fra cui Mantova, la Venini conclude giustamente che la <<antica città di Ocno>>, di cui parla Silio, sarà allora Bologna, sulla quale pertanto verrà a gravitare anche la notizia  di essere stata <<un tempo alleata dei Troiani nelle guerre Laurentine>>. Paola Venini conclude:

 <<Ravvisando in Bononia, invece che in Mantova, la fondazione principale di Ocno e l’alleata di Enea, Silio si contrappone a Virgilio, e questa contrapposizione in un “virgiliano” ha certo un particolare sapore>>[75]

 8.                             Tarquinia e Mantova nell’Eneide

 Elio Donato e lo Scoliasta Veronese sostengono che Virgilio attribuisce a Mantova il tipo di organizzazione politica e amministrativa caratteristico dell’Etruria Tirrenica. Il poeta lo avrebbe fatto per i seguenti motivi.

a)                 Mescolare le due Etrurie onde attribuire alla sua patria il primato su entrambe.

b)                 Poter includere i Mantovani nell’esercito di Tarconte  anche se <<Enea, quando l’esercito era accampato in un solo luogo contro Mezenzio, non aveva chiesto nessun aiuto ai Transpadani>>.

 Tuttavia, nell’Eneide, ciò che unisce le due Etrurie non è l’arbitrio di Virgilio, bensì la figura di Tarconte capo supremo dell’esercito confederale. A questi la tradizione attribuiva sia la fondazione di Tarquinia e, in subordine, delle altre città dell’Etruria Tirrenica, sia la fondazione di Mantova e, in subordine, delle altre città dell’Etruria Padana.

 Nonostante le critiche dei commentatori antichi e moderni, noi riteniamo che Virgilio, inserendo solo Mantova nell’esercito di Tarconte, fosse stato sorretto dalla tradizione secondo cui essa era il primo e più importante centro fondato dall’eroe tarquiniese nell’Etruria padana. 

 Tanto meno corretto sembra Silio Italico  quando pretende di cambiare il catalogo etrusco di Virgilio presentando Bologna, invece di Mantova, fra le città che erano state alleate di Enea nella guerra contro i Latini.

 La posizione di Silio verso Virgilio non sarebbe corretta nemmeno se si potesse dimostrare che egli avesse disposto di una fonte più antica dell’Eneide.  Ma è probabile che, nei cento anni intercorsi fra la pubblicazione del poema e l’opera di Silio Italico, molte città si siano appropriate dell’onore di aver appartenuto all’esercito che Tarconte aveva condotto in aiuto di Enea.

 Opportuna è, invece, la perplessità di  Ettore Paratore quando, a proposito di Tarconte fondatore di Mantova, osserva che

 <<è singolare che questa leggenda non sia stata seguita da Virgilio, che fa di Tarconte il capo degli Etruschi unitisi ad Enea>>[76].

 Noi abbiamo già notato che il poeta si comporta allo stesso modo anche con Pisa.

 Fra le varie città nominate nel catalogo etrusco, Pisa e Mantova sono le uniche per le quali Virgilio specifica chi le avesse fondate. Tuttavia, il poeta non solo ne ignora le connessioni con Tarconte, ma parla di un fondatore diverso.

 Potrebbe darsi che egli avesse una personale preferenza per Ocno, o che la avessero i Mantovani, specialmente di epoca romana. Ma verosimilmente la ragione è un’altra.

 Nell’Eneide, Tarconte, capo supremo della Lega Etrusca, riunisce l’esercito confederale presso il lucus del dio Silvano, nella pianura compresa tra la foce del fiume Mignone e la città di Tarquinia, che il poeta chiama Corito.

 Ma, una volta lasciate al livello implicito le connessioni di Tarconte con Tarquinia, che era la sua città per eccellenza, Virgilio non poteva esplicitare le connessioni di Tarconte né con Pisa, né con Mantova. Se lo avesse fatto, i Pisani o i Mantovani avrebbero assunto dinanzi agli altrri popoli presenti nel catalogo delle forze federali guidate da Tarconte, il ruolo che storicamente spettava a Tarquinia.

  Così utilizzò altre tradizioni, e disse che Pisa era stata fondata dai Greci in terra etrusca, e che Mantova era stata fondata da Ocno. Poteva, tuttavia, utilizzare il prestigio che la tradizione centrata su Tarconte conferiva a Mantova, ed affermare che la città era a capo dei popoli della Padania, senza per questo meritare i rimproveri mossigli dagli antichi commentatori.

 Il fatto è che essi, pur riferendo la tradizione che faceva di Mantova la principale città fondata da Tarconte nella Padania, non erano disposti ad accettare che Virgilio potesse aver implicitamente utilizzato tradizioni legate alla figura di Tarconte.  Prova ne sia che Servio ed Elio Donato si soffermarono a commentare tutti i personaggi del poema, e a fornire notizie storiche e mitostoriche anche dei più secondari; ma non commentarono mai la figura di Tarconte. Eppure si trattava di una delle  principali della seconda parte del poema.

 9.                                  Tarconte, Bianore e Tusco

 Virgilio scrisse le Bucoliche  una ventina d’anni prima dell’Eneide, al tempo in cui i triunviri romani confiscarono le terre di Mantova e Cremona per assegnarle ai veterani di guerra.

 In un primo tempo, il poeta riuscì a salvare il suo podere grazie alla protezione di Alfeno Varo che l’aveva raccomandato ad Ottaviano. Tuttavia, egli condivise tutta la disperazione dei suoi concittadini. Nella prima egloca delle Bucoliche, il pastore Melibeo, dopo aver espresso la tristezza di dover lasciare la propria terra, conclude indignato:

 <<Un empio soldato possederà maggesi così coltivati?

 Un barbaro queste messi?>>.

 E’ notevole che, in questa occasione, Virgilio definisca barbari i coloni romani.

 Più tardi, anche Virgilio fu espropriato del  podere, ed espresse la sua tristezza e la sua rabbia nella nona egloca delle Bucoliche. Qui, il pastore Meri, dice al suo compagno Licida:

 <<Siamo arrivati a vivere a un punto che uno straniero, non lo avrei mai temuto, diventato possessore del campicello, dicesse: “Sono mie queste cose, andate via vecchi coloni”. Ora vinti, tristi perché tutto è in balìa della Fortuna, gli portiamo, che bene non gli venga, questi capretti>>.

 Nell’ambito della contrapposizione fra vecchi coloni e confiscatori romani definiti <<barbari>> e <<stranieri>>, Virgilio passa a rievocare la figura del fondatore di Mantova.

 I due pastori, Licida e Meri stanno andando dalla campagna in città per consegnare i capretti al nuovo padrone; e, in un momento di intensa suggestione lirica, Licida descrive a Meri l’incanto del paesaggio della loro terra:

<<E ora tace per te distesa tutta la pianura; e, guarda, son caduti tutti i moti e i sussurri dell’aria. Da qui, siamo a metà strada; infatti, il sepolcro di Bianore comincia ad apparire: qui, dove i contadini diradano le dense frasche, qui, Meri cantiamo>>. 

 Bianore, secondo Servio, era lo stesso Ocno, che Virgilio presenterà, nell’Eneide come fondatore di Mantova[77]. Ma Servio è l’unico commentatore di Virgilio, che  non conosce altro fondatore della città che Ocno. Altri menzionano Tarconte oppure Manto, figlia di Ercole. Pertanto, è ovvio che Servio non possa proporre  per Bianore una identificazione diversa da quella con Ocno. Altri commentatori, invece, presentano Bianore   come il  figlio di Tusco.

 Nel commento alle Bucoliche, che va sotto il nome di Giunio Filargirio, si legge:

 <<Bianore cioè è un eroe, si dice che era figlio di Tusco, il quale anche lui (et ipse) fondò Mantova; Bianore cioè agricoltore fortissimo di animo e di corpo (Bianoris idest heros est; filius Tusci dicitur, qui et ipse condidit Mantuam; Bianoris idest animo et corpore fortissimus agricola)>>.

 La stessa notizia è ripetuta, poi, in  forma quasi identica, negli Scholia Bernensia, con la aggiunta che Bianore fu assunto a divinità:

 <<Bianor, filius Tusci, qui et ipse Mantuam condidit, animo et corpore fortissimus agricola; inde Bianor dictus est, sed postea deus erat, hoc est: forsitan adiuvet (te) cantantem>>[78].

 Il commento attribuito al Filargirio è, in realtà, un’opera composta durante vari secoli, della quale esistono due stesure. L’una è più antica, l’altra è un riassunto della prima con variazioni ed aggiunte desunte da altri scoliasti[79]. Nella seconda stesura, la nota su Bianore è rimasta inalterata nel contenuto e nella forma.

 Quanto agli Scholia Bernensia, si tratta di un commento collazionato attraverso le note più antiche di tre grammatici: Tito Gallo, Gaudenzio e lo stesso Giunio Filargirio.

 Dunque, l’identificazione di Bianore come figlio di Tusco,  presentata dal Filargirio  e dagli Scholia Bernensia ebbe non solo larga diffusione e continuità nel tempo, ma anche sicurezza nella forma del testo.

 L’espressione <<anche lui (et ipse)>> presuppone  un altro che sia diverso da <<lui>>. Ora, se, nell’Eneide, Virgilio dice che il fondatore di Mantova fu Ocno, il Filargirio e gli Scholia Bernensia dovrebbero intendere che stavolta il poeta si riferisca ad  un personaggio diverso.

 Bisogna osservare che quando Virgilio, nell’Eneide, dice che Ocno era figlio del <<fiume tusco (tusci amnis)>>, non intende dire che il fiume  si chiami Tusco (Tuscus), bensì che si tratta di un fiume tusco cioè etrusco. Così, infatti, i Romani, a volte, qualificavano il Tevere, e con tale qualifica il poeta lo nomina anche in altri passi dell’Eneide e delle Georgiche[80]. Quando invece il Filargirio e gli Scholia Bernensia dicono che Bianore era figlio di Tusco (filius Tusci), intendono riferirsi a un uomo che si chiama Tusco. Perciò, nell’Eneide, Ocno è figlio del <<fiume tusco (tusci amnis)>>, cioè del Tevere; invece, nel Filargirio e negli Scholia Bernensia, Bianore  è figlio di un personaggio che si chiama Tusco. Secondo una tradizione riferita da Verrio Flacco, scrittore di cose etrusche,

 <<I Tusci (cioè gli Etruschi) avevano preso il nome dal re Tusco figlio di Ercole (Tuscos, quidam dictos aiunt a Tusco rege Herculis filius)>>[81].

 Anche Tirreno, in alcune versioni, era figlio di Ercole[82], aveva dato il proprio nome ai Tirreni (Etruschi), ed era fratello[83], o padre (ma vedi nota 70), di Tarconte. Questi, poi, similmente a Bianore, era considerato fondatore di Mantova.

 Bianore è nome greco, che significa “forte”. Ma il poeta, nelle Bucoliche copre sempre i personaggi con una denominazione greca.  Probabilmente Virgilio ha voluto alludere a Tarconte.

 E’ opportuno ricordare che Virgilio, nell’Eneide, era impegnato a cantare la gloria di Roma. Con ciò aveva evitato di esplicitare che Tarconte era il fondatore di Tarquinia e di Mantova. Aveva chiamato Tarquinia col suo alter nomen Corito (ovvero Corinto), ed aveva assegnato a Mantova un fondatore diverso da Tarconte. Il poeta aveva, invece, scritto le Bucoliche, una ventina d’anni prima, nel periodo in cui i Romani avevano confiscato le terre di Mantova e Cremona. A quel tempo, egli non era impegnato a cantare la gloria di Roma, e il suo atteggiamento spirituale nei confronti dei coloni romani era di sostanziale rifiuto. Nel momento acuto della contrapposizione tra i <<vecchi coloni>> e i confiscatori romani definiti <<barbari>> e <<stranieri>>, Virgilio poteva ben contrapporre ai Romani la figura del più prestigioso colono etrusco, il mitico  Tarconte che, dopo aver fondato Tarquinia ed averla posta a capo dell’Etruria Tirrenica, aveva fondato Mantova e la aveva parimenti posta a capo dell’Etruria Padana.


[1] Tito Livio, Storia di Roma, V, 33.

[2] Polibio, Storie, II, 17.

[3] Marta Sordi, Etruschi e Celti nella pianura padana: analisi delle fonti antiche, in Gli Etruschi a nord del Po, a cura di R. De Marinis, Campanotto, 1988, I, pag. 111.

[4] Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XIV, 113, 2.

[5] Strabone, Geografia, V, 7.

[6] Servio Danielino, All’Eneide, X, 198.

[7] Scholia veronensia, X, 200.

[8] Cicerone, Pro Caecina, 4, 11.

[9] Svetonio, Vita dei Cesari: Il divo Giulio, LXXV.

[10] Pesudo Cesare, La guerra africana, LXXXIX, 5.

[11] Cicerone, Lettere famigliari, VI, 6; 7.

[12] Cicerone, Loc.u. cit., VI, 7.

[13] Cicerone, Loc. u. cit., VI, 9; XIII, 66.

[14] Cicerone, Loc. u. cit., VI, 5; 6.

[15] Cicerone, Loc. u. cit., VI, 9, traduzione di L. Rusca.

[16] Seneca, Questioni naturali, II, 56.

[17] Seneca, Loc. u. loc., II, 39, 1; 49, 1; 56, 1.

[18] Di lui, Plinio riferisce: <<Si dice che per un felice portento, Cecina di Volterra abbia visto dei draghi slanciarsi fuori dalle viscere delle vittime>>(H.N.,XI, 77, -197-).

[19] Cicerone, Loc. u. cit., VI, 6.

[20] M. Pallottino, Uno specchio di Tuscania, e la leggenda etrusca di Tarchon, <<Rendiconti della R. Accademia Nazionale dei Lincei>>, 1930 (Marzo-Aprile), vol. VI, pag. 67.

[21] Kaiknas, C.I.I., app. 16 (T.L.E., 698), V sec. a. C.; C.I.I., app. 19 (T.L.E., 699), V-IV sec. a. C..

[22] Keisnas, N.R.I.E., 115. per l’equivalenza del gentilizio latino-tarquiniese Caesennia con l’etrusco-tarquiniese Ceisinia e con l’etrusco-felsinese Keisna, vedi C. De Simone, Ancora sul nome di Cere, <<Studi Etruschi>>, XLIV, 1976, pagg. 171 e 172.

[23] M. Pallottino, Etruscologia, Milano, Hoepli, 1957, pag. 166: <<Cesena – Caesena, probabilmente con l’etrusco Keisna attestato a Bologna come nome gentilizio>>; Michael Grant, Le città e i metalli, Firenze, Sansoni, 1982, trad. D. Bigalli, pag. 141: <<Il nome di Caesena, l’etrusca Keisna?, la moderna Cesena [...], probabilmente fornisce un ulteriore esempio di relazione con il nome di un clan etrusco che troviamo anche a Bononia>>.

[24] Ceisinia, C. I. E., 5525 (T.L.E., 98); 5526 (T.L.E. 99); 5713; 6318.

[25] Perugia, C.I.E., 3505; Chiusi, C.I.E., 2057.

[26] Thesaurus Linguae Etruscae, pagg. 368-369.

[27] Cicerone, Pro Caecina, 7,18. Vedi pure Plinio, Storia naturale, XI, 77 (197).

[28] Per le varie forme citate del gentilizio, vedi Thesaurus Linguae Etruscae, pagg. 89, 100, 101, 198. Per la tomba dei Ceicnas a Tarquinia, vedi C.I.E., 5494; 5495.

[29] *Manthu/*Manthura si ricava dal nome Larth Mantu-reie attestato in una tomba di S.Giuliano. Vedi C. De Simone, Il nome etrusco del poleonimo Mantua, << Studi Etruschi>>, LVIII, 1993, pag. 197.

[30] Tito Livio, op. cit., VI, 4: <<in agrum tarquiniensem>>. Per la pertinenza di San Giuliano allo Stato tarquiniese, vedi, fra gi altri, M. Torelli, Etruria, Bari, Laterza, 1980, pag. 239.

[31] C. De Simone, <<Studi Etruschi>>, LVIII, 1933, cit.

[32] Manthvate, C.I.E., 4417, Perugia; Manthvatnei (femminile di Manthvate), C.I.E., 2420, Chiusi; Manthvatesa (moglie di Manthvate), C.I.E., 4422, Chiusi. Secondo G. Colonna, (<<Archeologia Classica>>, XXXII, 1980, pag. 14, n.73) e M. Cristofani (<<Studi Etruschi>>, LVI, 1991, pag. 360), a Montecchio, nel Cortonese, sarebbe documentato il nome etrusco del dio Manto nella forma del genitivo Mantrnsl. Tuttavia, M. Pallottino, in TLE 653, presenta Muantrnsl, e riferisce solo in nota l’altra forma; poi, nel Th.L.E. (pag. 250) pubblica decisamente  . La lettura più sicura è Muantrnsl, come riportato correttamente dal C. I. E., 447 e da Studi Etruschi, XIX, pag. 183. Parimenti, a Tarquinia, si è incerti se leggere Mantual (genitivo del gentilizio Mantua) oppure Santual sulla costa del coperchio di una cassa con figura di uomo giacente, in cui le lettere dell’iscrizione, che è piuttosto recente, sono molto trascurate e dipinte con il minio (C.I.E., 5475). 

[33] R. De Marinis, Mantua, <<Sudi Etruschi>>, LI, 1983, pagg. 196-213; M. Cristofani, Sulle iscrizioni di Mantova, <<Studi Etruschi>>, LI, 1983; M. Sordi, in Gli Etruschi a Nord del Po, a cura di R. De Marinis, Mantova, Campanotto, 1988, pag. 111.

[34] R. De Marinis, op. cit. , pag. 202.

[35] Plutarco, Romolo, III.

[36] Plutarco, op. cit. , I.

[37] C.I.E., 10161.

[38] M. Pandolfini, Le iscrizioni etrusche nel Mantovano, in Gli Etruschi a nord del Po, a cura di R. De Marinis, I, pag. 117.

[39] Dopo la conquista romana, Mantova fu inclusa nella Tribù Sabatina, il cui nome derivava da quello del Lago Sabatino (Lago di Bracciano) e dai Monti Sabatini (Festo, s.v. Sabatina) prossimi al colle di Coccia dove nasce il fiume Mignone. Questo fiume va a sfociare a pochi chilometri a sud di Tarquinia.

[40] D. Briquel, L’origine lidienne des Etrusques, Ecole Française de Rome, Roma, 1991, pagg. 286-289. 

[41] Strabone, op. cit., V, 2, 2.

[42] M. Pallotino, op cit. , passim.

[43] Ibidem.

[44] D. Briquel, op. cit. , pagg. 489-559.

[45] Giovanni Lidio, De ostentis, II, 6, B.

[46]Cicerone, L’aruspicina, II, 50

[47] Virgilio, Eneide, 597-608.

[48] Festo, De verborum significatione, s.v. Tages.

[49] Censorino, De die natale, IV, 13.

[50] Isidoro di Siviglia, Etimologie, VIII, 9.

[51] Commento Bernense a Lucano, I, 636, H. Usener, pag. 41.

[52] Stefano di Bisanzio, De urbibus, s.v. Tarconion.

[53] Scolii a Licofrone, vv. 1242-1246.

[54] Cicerone, Lettere famigliari, VI.

[55] F. Munzer, in Pauly-Wissova, Real Enciclopadie der Classischen Altertumswisseuschaft, 1899, s.v. Caecina (7); M. Torelli, Senatori etruschi della tarda repubblica e dell’impero, <<Dialoghi di Archeologia>>, III, 3, 1969, pag. 295; D. Vottero, in L. A. Seneca, Questioni naturali, a cura di, Torino, UTET, 1989, pag. 344, n. 1.

[56] M. Torelli, Senatori etruschi della tarda repubblica e dell’impero, cit. .

[57] Quando Cicerone, nel 69 a.C., difese Aulo contro Ebuzio che voleva estorcergli uno dei fondi lasciatigli in eredità dalla moglie, disse esplicitamente che questa era morta quattro anni dopo averlo sposato. Il matrimonio doveva essere avvenuto nel 73  o poco prima;  e Cesennia  doveva esser morta nel 70, o poco prima. Dunque, il figlio doveva esser nato grossomodo fra il 73 e 70, ed avere circa venticinque anni nel 46. In quell’anno avrebbe dovuto essere in esilio.

 In quello stesso anno, Cicerone riceve una lettera dove Aulo Cecina dall’esilio gli chiede di aiutarlo per farlo tornare in Italia. Nella lettera, Cecina parla di un proprio figlio in questi termini: <<Non è il caso, caro Cicerone, che tu attenda mio figlio. E’ adolescente (adulescens). I suoi studi, la sua età e il timore non gli consentono di pensare ad ogni cosa. Occorre che tu affronti da solo tutta la faccenda>>(Fam.,VI,7).        

 Non conosciamo il nome e l’età di questo giovane. Il padre lo definisce adolescente. Presso i Romani l’adolescenza andava dai quindici ai trenta anni di età. Ora, pare poco verosimile che Aulo Cecina, a circa venticinque anni, avesse un figlio che al minimo ne aveva quindici. Avrebbe dovuto sposarsi all’età di dieci anni.       

 Sembra più simile al vero che l’ Aulo Cecina, difeso da Cicerone nel 69 sia lo stesso Aulo Cecina che nel 46 era in esilio. Costui, dalla mogli Cesennia, aveva avuto il figlio di cui parlava nella lettera a Cicerone.

[58] D. Briquel, Les Pélasges en Italie, Roma, Ecole Française de Rome, 1984, pag. 224.   

[59] Cicerone, La divinazione, I, 92.

[60] A questi si riferisce Plinio quando ricorda un Cecina volterrano che praticava l’aruspicina (vedi nota 18). Invece, ad Aulo lo stesso Plinio si riferisce quando, fra le fonti della propria opera, parla di un <<Cecina che scrisse intorno alla disciplina etrusca (Caecina qui de etrusca disciplina scripsit)>> (Storia naturale, II, indice).

[61] Cicerone, Lettere famgliari, VI, 6.

[62] Cicerone, op. u. cit. , VI, 5.

[63] Cicerone , in una lettera del 43, a Caio Furnio, parla di una riunione, tenuta in casa, sua dove erano stati presenti “mio fratello Quinto, Cecina (forse Aulo?) e Calvisio, tutti affezionati a te, ed il tuo liberto Dardano” (Fam. , X, 16).

[64] Strabone, op. cit. , 62, 2.

[65] M. Pallottino, Etruscologia, Milano, Hoepli, 1957, pag. 174.

[66] M. Cristofani, in Dizionario della civiltà etrusca, Firenze, Giunti Martello, 1985, s.v. Tarconte.

[67] M. Torelli, Storia degli Etruschi, Bari, Laterza 1981, pag. 43.

[68] Virgiio, op. cit. , 179-180.

[69] Servio Danielino, all’Eneide, X, 179: <<Catone, nelle Origini, dice di non essere a conoscenza di chi avesse abitato a Pisa prima della venuta degli Etruschi; ma si trova che Tarconte, figlio di Tirreno (?), dopo aver occupato la regione (cod. sermonem) fondò Pisa, mentre prima occupavano quella regione certi Teutani che parlavano greco (Cato “Originum” qui Pisa tenuerint ante adventum Etruscorum, negat sibi compertum; sed inveniri Tarchonem, Tyrrheno (?) oriundum, postquam eorundem regionem (cod. sermonem) ceperit, Pisas condidisse, cum ante regionem eandem Teutanes quidam, graece loquentes, possederint)>>.

 Questo è l’unico caso in cui Tarconte sarebbe presentato come figlio di Tirreno; ma tutto il passo è notevolmente corrotto, per cui si potrebbe leggere Tarconem Tyrrhenia oriundum (Tarconte originario della Tirrenia).

 Quanto ai Teutani, poi, dovrebbe trattarsi dei Pelasgi provenienti dalla Tessaglia. Ellanico di Lesbo parlava, infatti, del pelasgio Nanas, figlio di Teutanide, che dalla Tessaglia sarebbe venuto in Etruria (in Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 28).

[70] Virgilio, op. cit., X, 198-203.

[71] Virgilio, op. cit., X, 198-203:   <<Ille etiam patriis agmen ciet Ocnus  ab oris, /    fatidicae Mantus et tusci filius amnis, /    qui muros matrisque dedit tibi, Mantua, nomen, /    Mantua, dives avis, sed non genus omnibus unum: /   gens illi triplex, populi sub gente quaterni, /    ipsa caput populis, tusco de sanguine vires >>.

[72] Servio, All’Eneide, X, 198: << OCNUS. Id est Ocnus, quem in Bucolicis Bianorem dicit, ut “namque sepulchrum incipit apparere Bianoris”. Hic Mantuam dicitur condidisse, quam a matris nomine appellavit: nam fuit filius Tiberis et Mantus, Tiresiae Thebani vatis filiae, quae post patris interitum ad Italiam venit>>; X, 201: << SED NON GENUS OMNIBUS UNUM quia origo Mantuanorum et a Tuscis venit, qui in Mantua regnabant, et a venetis: nam in Venetia posita est, quae et Gallia cisalpina dicitur >>; X, 202: <<GENS ILLI TRIPLEX POPULI SUB GENTE QUATERNI quia Mantua tres habuit populi tribus, quae in quaternas curias dividebantur: et singulis singuli lucumones imperabant, quos tota in Tuscia duodecim fuisse manifestum est, ex quibus unus omnibus praeerat. Hi autem totius Tusciae divisas habebant quasi praefecturas, sed omnium populorum principatum Mantua possidebat: unde est “ipsa caput populis>>.

[73] Servio Danielino, op. cit. , X, 198: <<Alii Manto, filiam Herculis, vatem fuisse dicunt. Hunc Ocnum alii Aulestis filium, alii fratrem, qui Perusiam condidit, referunt: et ne cum frate contenderet, in agro Gallico Felsinam, quae nunc Bononia dicitur, condidisse: permisisse etiam exercitui suo ut castella muniret, in quorum numero Mantua fuit. Alii a Tarchone Tyrrheni frate conditam dicunt: Mantuam autem ideo nominatam, quod Etrusca lingua Mantum Ditem patrem appellant, cui cum ceteris urbibus et hanc consacravit>>; X, 201: <<Et bene “dives avis”, quia non ab Ocno, sed ab aliis quoque condita fuit: primum namque a Thebanis, deinde a Tuscis, novissime a Gallis, vel, ut alii dicunt, a Sarsinatibus, qui Perusiae consederant >>; X, 203: <<Ergo Virgilius miscet novam et veterem Etruriam, ut utriusque principatum patriae suae adsignet, cum alioquin Mantua ad haec auxsilia pertinere non debeat, quia Aeneas nulla a transpadanis auxsilia postulaverit, cum omnis exsercitus adversum Mezentium uno loco consederit. Et propterea putatur poeta in favorem patriae suae hoc locutus, ut de hac sola trans Padum pro Aenea adversum Mezentium auxilia faciat venisse, quod nec populorum nomina, nec lucumonum rettulerit >>.

[74] Silio Italico, Le Puniche, VIII, 588-601.

[75] Paola Venini, La visione dell’Italia nel catalogo di Silio Italico, <<MIL>>, 36 (1977-78), pag. 194; vedi S. Mazzarino, Intorno alla tradizione su Felsina princeps Etruriae, in Studi sulla città antica. Atti del Convegno di Studi sulla città etrusca e italica preromana, Bologna, 1970, pag. 217 sgg..

[76] E. Paratore, a cura di, Eneide, libri IX-X, Milano, Mondadori, 1990, pag. 241.

[77] Servio, Alle Bucoliche, IX, 60; All’Eneide, X,198.

[78] Scholia Bernensia, p. 832.

[79] Vedi David Daintree e Mario Geymonat, in Enciclopedia virgiliana, s.v. Scholia, pagg. 711-717.

[80] Virgilio, op. cit. , VIII, 473; X, 199; XI, 316; Georgiche, I, 499.

[81] In Festo, De verborum significatione, s.v. Tuscos.

 Secondo una diversa tradizione, riferita da Elio Donato, Tirreno morì in mare durante la navigazione dall’Asia in Italia, conferendo così il proprio nome al Mar Tirreno. Suo figlio Tusco, allora, assunse il comando della migrazione, e condusse il  popolo in quella parte d’Italia che, dal suo nome, chiamò Tuscia (Servio Dan., All’Eneide, I, 67).

[82] Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 42.

[83] Silio Italico, ne Le Puniche, (VIII, 471-475), ad imitazione del catalogo dei contingenti etruschi che costituivano l’esercito che  Tarconte aveva portato in aiuto di Enea, compilò un elenco di popoli etruschi che erano andati in aiuto di Scipione contro Annibale. Egli, con evidente riferimento alla Corito Virgiliana (Tarquinia), elenca, fra Gravisca (oggi Lido di Tarquinia) e Cere (oggi Cerveteri), una città di <<Corona, sede del superbo Tarconte>>. Ma, nelle edizioni a stampa, Corona, è stata “corretta” in <<Cor(t)ona sede del superbo Tarconte>>, e riferita a Cortona in provincia di Arezzo (vedi cap. XX, 2).

 L’inopportunità è stata già rilevata da C. Hardie, <<J.R.S.>> (1964) e da Nicola Horsfall <<J.R.S.>> (1973) (vd. cap. XX, 3).

 Giovanni Colonna,( <<Arheologia Classica>> , 1980) ha, tuttavia, dedotto che <<da quella città, meglio che da Tarquinia, Tarchon avrà fondato Pisa, muovendo per la valle dell’Arno, e soprattutto le città della dodecapoli Padana, secondo la tradizione riferita da Cecina in età Cesariana e poi da Verrio Flacco>>.

 Dominique Briquel (L’origine lidienne des Etrusques), sviluppando la tesi di Colonna, sostiene che non gli interessa sapere se l’autore delle notizie sulle imprese di Tarconte nella Padania, sia Aulo Cecina padre o figlio (pag. 285). Poi aggiunge: <<La famiglia dei Cecina ha delle connessioni con Tarquinia. Una tomba tardiva ci attesta l’esistenza dei Caicnas. Ed il Cecina difeso da Cicerone (sia che si tratti del padre dell’autore che di lui stesso) aveva sposato una Caesennia appartenente ad una importante famiglia della città. Ma i Cecina sembrano aver avuto connessioni anche con la regione di Chiusi dove il gentilizio è attestato da quattro iscrizioni. In tal modo, noi siamo risospinti in quella parte della Toscana dove si è elaborata questa forma non Tarquiniese della leggenda di Tarconte, nella quale questi è fratello di Tirreno, e non semplicemente suo collaboratore, come a Tarquinia>>(pag. 292) (la traduzione dal francese è nostra).

 Per Briquel la tradizione autentica sarebbe quella riferita nel IV sec.d.C. da Elio Donato, perché il fatto che Tarconte vi viene presentato  come fratello di Tirreno, gli fa presumere che la leggenda sia stata elaborata nell’Etruria di nord-est, sotto l’influenza della cultura greca. Invece, sempre secondo Briquel, <<la notizia di Cecina sembra riposare, per una buona parte su punti di vista personali dell’autore>>(pag.292).                                                                                                                                                                                                                   

 In una serie di precedenti lavori e nel cap. XX di quest’opera, ai quali rimandano, noi abbiamo esaurientemente esaminato e discusso il valore del   passo delle Puniche di Silio Italico (vedi Atti e Mem. della Acc. Naz. Virg. di Mantova, 1988, pagg. 42-46; 1990, pag. 102, n.16; 1991, pagg. 202-207; 1992, pagg.85-88). Qui, osserviamo quanto segue.

 a). Briquel dichiara che il problema dei due Aulo Cecina non lo interessa. Ma se egli avesse affrontato la possibilità dell’esistenza del giovane Aulo, si sarebbe trovato dinanzi al fatto che questo  autore della notizie delle imprese di Tarconte nella Padania sarebbe stato il figlio del vecchio Aulo e della tarquiniese Cesennia, e che poteva esser nato addirittura a Tarquinia o nel Tarquiniese dove la madre possedeva due fondi. A Briquel sarebbe stato, allora, più difficile  sostenere che Aulo avrebbe recepito la leggenda di Tarconte fondatore di Mantova dalla regione di Chiusi.

 b). Non risulta in alcun luogo che Aulo Cecina (padre o figlio che sia) abbia avuto contatti culturali con Chiusi e, tanto meno, con Cortona. Le quattro iscrizioni con il nome dei Cecina, trovate nella regione chiusina, addotte da Briquel, sono anteriori di tre secoli all’epoca dei nostri Cecina; e rientrano nel novero comune dei vari Cecina sparsi in tutta l’Etruria, come a Felsina, Sovana, Perugia e Bolsena (vedi par. 2).

 c). Elio Donato, diversamente da Cecina, non è etrusco, né scrive nel quadro di un trattato di aruspicina, come invece fa Cecina, né in quello di una storia del popolo etrusco, come invece Flacco, bensì in  un commento all’Eneide, dove egli non si  pone mai il problema di affrontare la figura di Tarconte (vedi par. 8). Inoltre, egli scrive in un epoca in cui ormai sulla tradizione riferita da Cecina e da Flacco, sono passati quattrocento anni di adattamenti greci e romani. Egli, infine, non riferisce la fonte, mentre gli Scholia Veronensia non solo citano Cecina e Flacco, ma ne riportano le parole dopo <<disse>> e due punti.

d) Il fatto che la tradizione, che fa di Tarconte il figlio di Telefo, ed il fratello di Tirreno, sia una elaborazione greca, o talora possa essere una rielaborazione etrusca di influenza greca, non sgancia Tarconte da Tarquinia, come vorrebbe Briquell. Anzi, mentre le altre tradizioni connettono l’eroe alla fondazione di altre città oltre Tarquinia, è proprio questa tradizione che lo connette alla sola Tarquinia (vedi par. 3 e cap. VIII, 25). Infatti, Stefano di Bisanzio attribuisce, in due occasioni la fondazione di Tarquinia a Tarconte figlio di Telefo (De urbibus, s.v.Tarconion; Tarkynia). Tzetze, in nota alla Alessandra di Licofrone, dice poi: <<Il nome della Tirrenia deriva da Tirreno; quello di Tarquinia, città della Tirrenia, da Tarconte, figlio di Telefo (v.1242)[...]. Tarconte e Tirreno furono figli di Telefo(v.1246)>>. Come si vede, Tarconte è strettamente legato a Tarquinia, anzi alla sola Tarquinia, proprio quando viene presentato come fratello di Tarconte e figlio di Telefo.

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